Il 24 novembre riapre negli spazi di Kensington High Street il museo dedicato al design e all'architettura più seguito al mondo (3,4 milioni di follower su Twitter): 10mila metri quadrati, un piano dedicato alla collezione permanente, ristorante, auditorium, biblioteca, aree laboratori e mostre temporanee. La prima, legge lo spirito dei tempi: “Fear and Love. Reactions to a Complex World”

Riapre il Design Museum di Londra: il 24 novembre si può ammirare nella nuova sede disegnata da John Pawson, recupero di un edificio modernista degli anni Sessanta in Kensington High Street che è durato 5 anni, durante i quali le pareti di cemento sono state rimosse. «Abbiamo tenuto solo il tetto», ha commentato l’architetto, al suo primo progetto museale.

Gli interni del Design Museum

Con 10mila metri quadrati – collezione permanente, ristorante, bar, auditorium, biblioteca, aree laboratori e mostre temporanee – la nuova struttura triplica gli spazi della vecchia locazione del deposito di banane di Shad Thames e si propone di accogliere 650mila visitatori l’anno, cioè il doppio di quanti visti fino ad ora. D’altra parte, il costo dell’operazione è notevole: 83 milioni di sterline.

Ingresso della mostra Fear and Love

OMA, The Pan-European Living Room

«Questo progetto è importante non solo per il museo, ma per l’investimento nel futuro che rappresenta. Il design ha scopi senza confini, internazionali, ed è un mezzo vivo per capire il mondo che ci circonda», ha detto il direttore Deyan Sudjic, incassando il plauso del sindaco di Londra Sadiq Khan: «Londra è la capitale mondiale del design, ha senso che abbia anche il miglior museo del design del mondo». La Brexit rimane fuori dai ragionamenti.

Christien Meindertsma, Fibre Market

All’ultimo piano, è disposta la collezione permanente: mille oggetti di XX e XXI secolo che celebrano l’inventiva umana a tutto tondo. Ne fanno parte un Kalashnikov e i tacchi rossi di Louboutin, un treno della metropolitana londinese (prototipo in scala 1:1), la Vespa e la sedia Thonet, il Walkman e il Braun Phonosuper SK5 di Dieter Rams. La sezione si chiama Designer Maker User e propone, oltre alle icone del design, anche un dietro le quinte che difficilmente trova spazio nei musei – a meno che non ci siano mostre dedicate. E così si possono osservare i lavori di Richard Rogers per il Centre Pompidou di Parigi, o come viene costruita una pallina da tennis, come è stata progettata la torcia delle Olimpiadi di Londra e la Model T di Ford. Spiega ancora Sudjic: «Cerchiamo di mostrare cosa rappresentano gli oggetti e i prodotti, e di far capire che la storia su come sono stati fatti è tanto importante quanto il loro aspetto finale».

Rural Urban Framework, City of Nomads

Le mostre temporanee, accanto alla collezione permanente, visitabile gratuitamente, saranno sei all’anno. Si comincia con Fear and Love. Reactions to a Complex World: undici installazioni commissionate per l’occasione, che si sviluppano a partire da ciò che ci ispira paura e amore. Justin McGuirk, chief curator del Design Museum, afferma: «Quando il museo aprì, nel 1989, la prima mostra si intitolava Commercio e cultura, indagava il valore dei prodotti industriali. Trent’anni dopo, diamo quel valore per certo. Fear and Love va oltre: il design è implicato in questioni più ampie che riflettono lo stato del mondo».

Neri Oxman, Vespers

Madeline Gannon, Mimus

Così OMA, lo studio fondato da Rem Koolhaas, presenta The Pan-European Living Room, con la bandiera europea disegnata come fosse un codice a barre e un pezzo di arredamento prodotto in ogni Paese membro. L’olandese Christien Meindertsma, con Fibre Market, ci mostra il valore di mille maglioni di lana buttati, per sensibilizzarci al valore del riciclo. Madeline Gannon, di Pittsburgh, ha trasformato un braccio robotico da 1.200 chilogrammi in una presenza amica, Mimus, che reagisce alla presenza umana. Neri Oxman, designer, architetto e professore al MIT di Boston, ha creato con la stampante 3D, in collaborazione con Stratasys, una serie di maschere della morte chiamate Vespers con cui si interroga su come siamo in modo di cambiare la fine delle nostre vite indossando qualcosa che ci trasformi. Infine, il duo Rural Urban Framework mette in scena l’adattamento dei nomadi della Mongolia alla vita urbana con City of Nomads. Più che un tempio degli oggetti, il Design Museum sembra davvero impegnato ad essere un crocevia di storie.

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