Crescere da italiano a Bolzano negli anni Novanta, vedendo i tedeschi in tv. Pubblichiamo in anteprima un estratto di “Storie dal mondo nuovo” (Adelphi), una raccolta di reportage narrativi che raccontano da punti di vista spesso sorprendenti la contemporaneità, dal poker online a un matrimonio tra miliardari indiani nel profondo della Puglia (con tanto di elefante), passando per l’ultimo quartiere di New York che resiste al politically correct

Nella storia sono importanti tre cose: innanzitutto il numero, in secondo luogo il numero e, per finire, il numero. Ciò significa, per esempio, che i neri che vivono in Sudafrica finiranno certo per averla vinta, mentre è probabile che i neri nordamericani non riusciranno mai a venire a capo di niente. Ciò vuol dire anche che la storia non è una scienza morale; i diritti umani, la compassione, la stessa giustizia sono tutte nozioni estranee alla storia.
(Rémy in Il declino dell’impero americano)

Per tutto Totò e Peppino divisi a Berlino il principe De Curtis, nel ruolo di Antonio La Puzza, ripete continuamente «Io che ho attraversato l’Alto Adige per venire fino a qui!», con il tono di chi ha appena attraversato l’oceano a nuoto. Da bambino quella frase di Totò mi suonava al tempo stesso anomala e attraente, perché io in Alto Adige c’ero nato e cresciuto, con la sola esclusione delle lunghe estati nel Salento dai parenti paterni e dei Natali passati in Trentino da quelli materni. Ero quindi abituato al fatto che in televisione ci finissero sempre città come Roma e Milano, assieme a un nutrito bouquet di luoghi di provincia dove, stando ai tg, la isoluzione di ogni controversia sembrava affidata ai fucili a canne mozze, ma mai, in nessun caso, Bolzano e l’Alto Adige. Non era sempre stato così, ma non potevo sospettarlo. Quando vidi quel film per la prima volta, ovvero a cavallo fra gli Ottanta e i Novanta, la mia provincia aveva per il resto d’Italia principalmente tre volti: gli Schützen coi loro fucili, vecchi ma pur sempre (peraltro gli stessi Mauser della Wehrmacht nazista, credo per comunicare buonumore), il sempiterno Reinhold Messner, e Mister Ciusto di Scommettiamo che…?

Non proprio un pantheon di quelli che generano invidia o un ratto di celebrità da parte di servizi segreti stranieri, ma questo passava, allora, l’Autonome Provinz. Nessuno dei suddetti peraltro rappresentava il gruppo degli italiani dell’Alto Adige che, allora come oggi, era sostanzialmente invisibile; e, più importante, nessuno sembrava in grado di spiegare a me bambino di otto anni perché molto tempo prima, nel 1962 per essere precisi, il personaggio di Totò avesse penato così tanto per attraversare il territorio che va da Salorno al Brennero, al punto da equiparare quel viaggio a uno di quei grandi eventi drammatici del proprio passato che si citano quando si vogliono ottenere comprensione e favori. Un riferimento che inoltre doveva essere a prova di commedia nazionalpopolare. Se dicessi però che la questione mi levava il sonno, mentirei. Totò diceva Alto Adige e Alto Adige eravamo noi, era già tanto stare dentro quello schermo senza aver incaprettato qualcuno, specie per noi che con il resto d’Italia, quella coi cartelli monolingui e le trattorie, avevamo rapporti principalmente catodici. Mi insospettii solo quando notai che i lamenti di Totò sull’Alto Adige facevano ridere mio padre del riso sincopato tipico dei casi in cui trova qualcosa divertente a più livelli. Una risata seguita dalla testa che va a destra, poi a sinistra e ritorno, in un timido moto di diniego dell’assurdo annidato nell’esistenza che a casa nostra segnala come si sia appena aperto, con la complicità un po’ sospetta e clandestina dell’umorismo, uno squarcio su una grande verità. Così finii per chiederglielo, il perché di quella battuta. E lui, quasi scrollando le spalle, mi rispose: «Per via degli attentati che facevano i tedeschi: mettevano le bombe ai tralicci, ammazzavano i carabinieri, sparavano alle caserme». Non aggiunse altro, né a dire il vero mi sembrò ci fosse altro da aggiungere. Che i tedeschi dalle nostre parti non fossero proprio amichevoli mi era già chiaro anche all’età di otto anni. Così come non c’erano dubbi sul fatto che fossero incazzati con l’Italia, e quindi per estensione anche con noi, che in verità non gli avevamo fatto niente a parte comprargli le mele, lo speck e il vino. Molto altro non sapevo, ma ciò era più che sufficiente perché quello che aveva detto mio padre non mi stupisse, anzi, in un certo senso mi sembrasse logico.

 

Sesto (Sexten in tedesco) in val Pusteria

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A causa del sistema di apartheid “morbida” che, per volere del partito di maggioranza tedesco, regola la vita in Alto Adige, un bambino italiano di Bolzano nel 1990 i tedeschi li vedeva in tv, se entrava in una baita di montagna la domenica, o al limite li sentiva parlare nei negozi in città, come noi chiamavamo il centro storico, un’isoletta privilegiata e separata dal resto del capoluogo da due fi umi. Nel mio quartiere praticamente di tedeschi non ce n’erano, nelle scuole nemmeno, e manco nei cortili, o alle «passeggiate» dove giocavamo. Forse, chissà, erano allergici ai condomini e alle case popolari. Per il resto noi, come tutti i nostri vicini, avevamo, via televisione e giornali, lo sguardo saldamente rivolto a sud, ai grandi fatti della nazione, ai grandi delitti, alle grandi agitazioni e, più in piccolo, ai nostri parenti e a quelle regioni quasi altrettanto periferiche da cui tutti direttamente o indirettamente provenivamo, e in cui molti degli anziani meditavano di tornare una volta in pensione.

Mio padre negli anni della prima ondata del terrorismo separatista non viveva ancora in Alto Adige, e la sua risata multistrato veniva certo dal disagio tipico del meridionale trapiantato al Nord, ma anche dalla consapevolezza di essersi infilato per amore, fra tutti i possibili Nord, in quello che aveva il rapporto di amicizia più stretto con il tritolo. Mia madre invece è nata a Bolzano, nel quartiere operaio italiano detto “Shanghai” dai tedeschi e dagli italiani bene, anche qui immagino per uno sfoggio di umana empatia che noi sempliciotti non riusciamo a cogliere. Lei degli anni del terrorismo non ha mai parlato, se non in rarissime occasioni e con formule vaghe come «Cosa vuoi, era brutto allora, molto brutto».

Detta in questi termini potrebbe sembrare che agli inizi degli anni Novanta fosse passata un’èra geologica dalle ultime bombe. Non era così. Ai tempi di Mister Ciusto e della prima volta in cui vidi Totò e Peppino divisi a Berlino, la terza ondata di attentati autonomisti, quella più apertamente neonazista di Ein Tirol, era finita da pochi anni, ma nessuno sembrava avere voglia di parlarne ancora e anche per questo noi bambini non ne sapevamo praticamente niente. In quegli anni non conveniva a nessuno tirare ancora fuori quelle vicende. La minoranza-maggioranza (sul territorio provinciale) tedesca aveva ottenuto la più ampia forma di autonomia locale mai concessa in Occidente, quindi probabilmente al mondo: c’erano voluti decenni, inframmezzati da bombe e omicidi, lunghe trattative nazionali e internazionali, accordi con applicazioni più o meno graduali, un processo al fine del quale se l’Italia avesse potuto inventare delle competenze pur di cederle poi alla provincia autonoma quasi sicuramente l’avrebbe fatto.

I primi a non volerne parlare erano gli italiani, che avevano avuto diciassette morti e soprattutto erano stati costretti dalla nuova autonomia dentro una gabbia etnica che riprendeva appunto molti princìpi fondativi dell’apartheid. Il nuovo sistema presupponeva infatti l’esistenza di due società separate sullo stesso territorio, e privava gli italiani, per legge e per “decreto etnico”, di quasi tutte le cariche dirigenziali e della maggior parte dei posti di lavoro pubblici. D’altro canto si profilava per gli italiani la non del tutto disprezzabile prospettiva di una convivenza a compartimenti stagni certamente subordinata, ma almeno priva di quella violenza durata decenni e con in serbo anche per loro una certa dose di agiatezza economica frutto dell’autonomia fiscale.

Si trattava insomma di rinverdire l’amore per il quieto vivere e per l’antico adagio “Franza o Spagna purché se magna”, un compito che la storia aveva ampiamente dimostrato essere alla portata degli italiani. Dopo lo sfiammarsi graduale dell’incazzatura e del revival neofascista (contrapposto a quello neonazista) degli anni Ottanta, a molti italiani, in larghissima maggioranza figli di persone arrivate a quelle latitudini non per desiderio di conquista ma per lavorare nelle fabbriche della zona industriale, quella di una subalternità tutto sommato pingue cominciava a sembrare una buona prospettiva.

 

Bolzano, piazza Walther

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I tedeschi dal canto loro non avevano alcun interesse a rivangare i fatti di sangue. Verso l’esterno (cioè nei confronti dell’Italia) non gli conveniva passare per quelli che avevano ottenuto l’autonomia con il terrorismo – se fosse davvero andata così, si sarebbe trattato forse del primo esempio di terrorismo vincente nella storia del Novecento. Nei confronti dei sudtirolesi, invece, il silenzio serviva a non soffiare sul fuoco dei separatisti, mai davvero sconfitti, che a sentir parlare di terrorismo avrebbero chiesto a gran voce onore e tributi per quelli che consideravano Freiheitskämpfer, “combattenti per la libertà”, creando non pochi imbarazzi in un momento in cui ormai la guerra della minoranza linguistica era stata non vinta, ma stravinta. Più di così poteva esserci solo l’indipendenza territoriale, ma quello era l’unico vincolo che da fuori dei sacri confini dell’Alto Adige avevano fatto capire che non si poteva toccare. Una condizione che i sudtirolesi fecero pagare al prezzo più salato possibile: se proprio l’Italia doveva essere la loro prigione, allora sarebbe stata dorata.

Era inoltre importante poter continuare a raccontare l’unica storia fondativa dell’autonomismo sudtirolese, quella dei soprusi subiti durante il fascismo. Una storia senza dubbio vera anche se accuratamente depurata di alcune zone d’ombra, come il fatto che la grande maggioranza dei sudtirolesi, messa davanti alla scelta coatta fra la Germania nazista e la permanenza nella loro Heimat, ma italianizzata, avesse scelto il nazismo; o ancora il successivo transito – e la protezione – di molti gerarchi nazisti (gente come Adolf Eichmann, Josef Mengele, Erich Priebke), che alla fi ne della guerra dall’Alto Adige si erano poi dileguati in Sudamerica, spesso con finti documenti altoatesini. Allo stesso modo si era ritenuto opportuno eliminare dalla storia tutti gli attentati e i morti italiani per mano tedesca.

I programmi della scuola, sia italiana che tedesca, si fermavano quando andava bene alla Seconda guerra mondiale, ma mentre sugli anni di piombo o altri eventi centrali del nostro Novecento abbondavano fonti alternative come film, libri e serie tv, il terrorismo altoatesino era diventato in fretta una storia rimossa per una sorta di tacito accordo fra le parti. Scorrendo l’elenco delle bombe, anni dopo, avrei scoperto che ne era stata piazzata una anche nella via dove sono cresciuto, e avrei letto di una borsa piena di esplosivo scoperta e disinnescata su un davanzale dello stesso istituto tecnico dove anni dopo sarebbero andati a scuola molti dei miei migliori amici. Quell’ordigno, come altri che erano stati ritrovati prima di esplodere, avrebbe potuto provocare una strage di giovani, colpevoli solo di essere italiani. Nonostante la separazione in cui ero cresciuto, e la tensione latente che avevo respirato per anni, non avevo mai sospettato che il terrorismo altoatesino fosse stato un fenomeno di quelle proporzioni, e quando lo scoprii mi sentii un po’ stupido. A questo punto credo sia giunto il momento di dirvi cosa esattamente aveva inquietato Totò, e qual era il riferimento che l’Italia del 1962, nel buio dei cinema, aveva colto immediatamente.

© 2016 Adelphi Edizioni s.p.a. Milano. Published by arrangement with The Italian Literary Agency

Daniele Rielli

Storie dal mondo nuovo
Adelphi 2016
316 pagine, 19 euro

 

In libreria dal 24 novembre
Mercoledì 30 novembre alle 19,30 l’autore presenterà il libro con Luca Ravenna al Caffè Libreria Giufà, in via degli Aurunci 38 a Roma
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