Davanti all'ingresso del National Museum of African American History and Culture, inaugurato da poco, si forma la coda fin dalla notte per accaparrarsi i pochissimi biglietti disponibili. «Visitalo e capirai» ha detto Obama a Trump. Il museo sarà lì per sempre, ma è adesso che bisogna mettersi in fila

«Visitalo e capirai», così Barack Obama invitava Donald Trump a scoprire il National Museum of African American History and Culture. Erano i giorni a ridosso del 24 settembre 2016, data storica in cui, inaugurato dall’allora presidente, l’attesissimo museo di Washington DC avrebbe aperto le porte al pubblico, quattro anni dopo l’inizio dei lavori e tredici dopo l’approvazione del progetto. Erano anche i giorni successivi ai fatti di Charlotte, alla morte di Keith Scott Lamon, afroamericano di quarantatré anni ucciso dalla polizia, i giorni delle proteste e degli scontri, ed erano i giorni immediatamente precedenti al primo dibattito con Hilary Clinton, quando su Charlotte giravano dichiarazioni di Trump ritenute al limite del razzismo.
«Visitalo e capirai», aveva risposto Obama al candidato repubblicano. Oggi che Trump è il presidente e i suoi elettori sono prevalentemente bianchi, non si può non ricordare quell’invito. Nel frattempo, per i comuni cittadini, le prenotazioni via internet sono chiuse fino alla primavera 2017; l’ingresso è gratuito ma il numero di visitatori da ogni parte d’America è incalcolabile, enorme, è stato necessario regolamentarne l’afflusso, finché continuerà a questo ritmo. Per sperare di visitare il museo non resta che svegliarsi all’alba e mettersi in coda: cento o duecento biglietti residuali rispetto alle prenotazioni on line vengono distribuiti ogni giorno a partire dalle nove e un quarto (il museo apre alle dieci) fino a esaurimento.
Arrivo alle sette e mezza, prima di me ci sono almeno cinquanta persone, mi dicono che non sono neanche molte, sono fortunata perché è lunedì, nel fine settimana a quest’ora ce ne sono il triplo. Il primo posto se l’è aggiudicato una famiglia afroamericana che ha dormito là: sono attrezzati con sedie da campeggio, portapietanze e coperte. E poi, dopo di me, cominciano ad arrivare tutti, coppie, amici, professori, studenti, anziani, e in ogni trasversale categoria possibile una percentuale altissima di donne. In coda prima e dopo di me ce ne sono da sole o che si sono trascinate dietro qualcun altro, il padre, i figli, un compagno che sembra sempre un po’ meno motivato di loro, donne che sorridono, che si scambiano – con cui ci scambiamo – veloci sguardi d’intesa, perché le ore sono lente a passare e anche se la giornata si annuncia luminosa il freddo della mattina va via solo stringendo le mani intorno al bicchiere del caffè, finché non comparirà l’uomo con i biglietti e uno dopo l’altra attraverseremo le transenne, sperando tutti che l’ultimo non venga staccato proprio davanti a noi.

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Una volta dentro, con la luce che filtra dall’intreccio bronzeo delle pareti che lo rivestono, si comincia a capire perché il nuovo museo è diventato il polo principale di affluenza di tutto il complesso dello Smithsonian. In realtà anche da fuori è una presenza pura e inevitabile, con il suo color ruggine e la sua sagoma anomala: sembra un cappello di paglia o una capanna rovesciata l’edificio ideato dall’architetto David Adjaye, inglese nato in Tanzania, così diverso nel colore e nella forma dallo stile neoclassico degli altri musei del Mall. Non è né bianco né lineare, non somiglia in nulla all’architettura globale del posto in cui è stato incastonato. Anche il luogo esatto dove sorge è un segnale preciso: si trova prima di tutti gli altri edifici, a pochi passi dal punto dove nel 1963 Martin Luther King pronunciò il discorso I have a dream. Ciò che dice all’esterno il museo afroamericano lo ripete all’interno, non tanto e non solo: anche io sono l’America. Piuttosto: senza quello che vedrete qui, non ci sarebbe l’America.

È composto da cinque piani, tre interrati e due rialzati, e la visita comincia sottoterra, dove sono custoditi ma non seppelliti gli oggetti e i simboli della schiavitù, delle deportazioni e della segregazione. Si va in su, dagli inferi della pancia di una nave che partiva dalle colonie alla lotta per la libertà fino ai movimenti politici dagli anni Sessanta in poi, e infine, nel piano più vicino al cielo, si viene invasi dall’imprescindibile presenza afroamericana nelle arti, nella musica, nella danza, nel cinema e nella televisione. Il salotto di Oprah, la Cadillac rossa di Chuck Berry, il cappello di Michael Jackson, il jazz, il rap, il pop, il gospel, il blues, la colonna sonora di una nazione, del mondo intero, arrivano alla fine di una faticosa risalita, dopo essersi commossi, arrabbiati, dopo essere stati disturbati dall’oscena insensatezza dei nostri razzismi. Dopo aver incontrato mille storie di donne: Mamie Till, la madre di Emmett, il quattordicenne vittima di un omicidio nel Mississippi a metà degli anni Cinquanta, che volle per il figlio un funerale a bara aperta, affinché fossero visibili a tutti le torture a cui era stato sottoposto. La lunga vita di Charlotte Forten Grimké, poetessa, abolizionista, educatrice nata nel 1837 e morta nel 1914. Il vestito giallo di Rosa Parks che rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco. La schiava anonima ritratta nel quadro But I did not want to go, che si lancia dal tetto (fuga o suicidio?) perché è stata divisa dal marito, venduto a un’altra famiglia.

Bambini, grandi, vecchi si fermano in silenzio, in lacrime, in rispettoso ascolto, si spostano da una sezione all’altra di quello che è a tutti gli effetti uno straordinario manuale di storia moderna e contemporanea, che riunisce migliaia di oggetti allo scopo di far circolare quello che, nell’introduzione al libro Dream A World Anew, acquistabile nella libreria del museo, il direttore Lonnie G. Bunch III chiama «il potere e la risonanza del passato».

Ora il passato è lì, disponibile a tutti. È parte di quegli anticorpi americani a cui, in preda a pensieri lucidi o confusi, si appellano in questi giorni tutti quelli che non solo non hanno votato Trump, ma ne hanno una gran paura. Il museo antirazzista che racconta la storia dell’America è stato varato con George W. Bush, inaugurato con Obama e si appresta a entrare nell’epoca di Trump. Sarà lì per sempre, ma è adesso che bisogna mettersi in fila, è in questo preciso momento che tutti vogliono visitarlo: erano più di cinquecento anni che lo stavano aspettando.

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