In tempi di multifocalità e confusione, una band che indovina titolo dell'album – e perché no, anche nome del gruppo – vale già la pena di essere ascoltata

Hanno ragione tutti: hanno ragione quelli che dicono che oggi si sfonda solo coi talent, hanno ragione quelli che invece ci provano nella cameretta con una telecamera puntata in faccia e un canale YouTube. Hanno ragione quelli che «l’indie è una moda» e anche quelli che l’indie non hanno ancora capito cosa sia. Soprattutto, hanno ragione i Canova, che se ne fregano di tutto questo rumore di fondo e dopo anni di gavetta arrivano al loro primo disco nel momento giusto, con i pezzi giusti.

«I social danno voce a tutti, il che è una cosa bellissima ma anche un gran casino: ognuno esprime il suo giudizio, ognuno si sente in diritto di dirti come la pensa. Sulla vita, sulla politica, sulla musica. Alla fine uno si stanca e pensa: “Sai che c’è? Avete ragione tutti”». Matteo Mobrici, voce dei Canova, spiega così il titolo del disco («, Maciste Dischi): nove brani contemporanei, italianissimi, generazionali.

Se ci fosse un asse cartesiano della musica con il periodo storico sulle ordinate e la località geografica sulle ascisse i Canova sarebbero facilmente collocabili: 2015-16, Milano. “Non abbiamo la pretesa di essere la voce di una generazione, ma è ovvio che scriviamo quello che viviamo, e viviamo in questa città, in questo momento, in mezzo a persone come noi». Persone che si amano e che si lasciano persino otto volte, come raccontano in Expo, una canzone che più geolocalizzabile non c’è. Persone che un posto fisso non lo hanno mai visto e non hanno alcuna certezza se non quella che se accendi la radio «c’è Tiziano» (Vita Sociale).

«Dopo tre anni di sala prove abbiamo trovato i pezzi giusti e il coraggio di provarci. Ma i talent non ci piacciono, sono fatti per rilanciare i giudici, non per lanciare i giovani». Eliminata l’opzione televisiva, quindi, l’alternativa era provare a buttarsi nel mare aperto del mercato discografico sperando di non essere sbranati e di saper stare a galla: «Abbiamo voluto fare tutto dal basso, anche per esigenze economiche, ma senza rinunciare alla qualità». Così è nata l’idea di scegliere la foto per la copertina dell’album su Instagram. «Volevamo che il disco trasmettesse questo senso di vicinanza alla vita vera», spiega Matteo Mobrici svelando che in verità l’immagine del disco avrebbe dovuto essere quella che è diventata poi il retro, «ma c’era troppo nudo, insomma non si poteva fare». Succede anche questo nel 2016, in Italia. Così come succede di voler partire per Londra ma non avere i soldi per farlo (Brexit) o di finire alle Canarie a vendere frutta in un centro commerciale (La felicità).

Il nome del gruppo (formato da Matteo Mobrici, Fabio Brando, Federico Laidlaw e Gabriele Prina) l’hanno trovato per strada, letteralmente: «Camminavamo per la città e cercavamo un’idea per il nome della band – racconta Federico Laidlaw, bassista -, poi all’improvviso uno di noi ha alzato gli occhi e ha visto la targa di via Canova, ed era perfetto: italiano, breve, con un suono bellissimo. Basta con le band dai nomi stranieri che poi vengono da Busto Arsizio».

Fratelli minori dei TheGiornalisti, cugini di Brunori Sas, amici dei Baustelle? «Magari! Però ammettiamo che è un gran momento per la musica italiana. Anche se il nostro riferimento è sempre Lucio Battisti. Prima di Panella, però».

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