Il solito immancabile listone di fine anno.

Ray LaMontagne – Ouroboros
A marzo di quest’anno mi ero lanciato in una previsione: Ouroboros, il disco pinkfloydiano di Ray LaMontagne, è il più bello dell’anno. Alla fine del 2016, confermo: che gran disco.

Michael Kiwanuka – Love & Hate
Secondo fenomenale album di questo ventinovenne inglese di origini ugandesi. Il soul più i Pink Floyd, Marvin Gaye più Danger Mouse. Devo aggiungere altro?

Jim James – Eternally even
Un disco psichedelico del leader dei My Morning Jacket (è il suo secondo da solo). Un po’ Sly Stone, un po’ Neil Young, molto Bill Withers. Un disco dark, funky. Strepitoso.

Billie Marten – Writing of Blues & Yellows
È il debut album dell’anno. Inglese, diciassettenne, sulla scia di Lara Marling e ovviamente di Nick Drake e Joni Mitchell. Disco indie-folk melanconico e introverso.

Nick Cave – Skeleton tree
Il sedicesimo album di Nick Cave, rock come una volta. Un disco sul dolore, sulla perdita del figlio quindicenne. Cupo come sempre.

Lisa Hannigan – At swim
Al terzo album solista, dopo quelli assieme a Damien Rice, Lisa Hanningan pubblica, con l’aiuto del solito giro National, un disco bello e sereno.

Margo Price – Midwest farmer’s daughter
Cantante country, anzi retro-folk, del giro di Jack White. Nashville in purezza.

Andy Shauf – The Party
Canadese, paragonato a Elliot Smith, ma in realtà cantautore beatlesiano, periodo Sgt. Pepper.

Conor Oberst – Ruminations
Difficilmente un disco di Conor Oberst, o di Bright Eyes, non entra in un mio listone. Figuriamoci se contiene una canzone, A little uncanny, che a un certo punto dice «I miss Christopher Hitchens». Dieci canzoni con chitarra, o piano, e armonica.

Dan Layus – Dangerous Things
Californiano trasferitosi a Nashville, ex leader dei rockettari Augustana, questo è il suo primo disco. Un disco country folk, dylaniano.

Drive-by truckers – American Band
Rock del sud, come una volta, però progressista.

Angel Olsen – My woman
Angel Olsen era una cantante folk, oltre che collaboratrice di Bonnie Prince Billy, ora con questo suo terzo album non so più che cosa sia. Ma è un disco formidabile, da ascoltare e riascoltare, ogni volta più sorprendente. Prima parte rock, seconda di ballate.

Felice Brothers – Life in the dark
Regola: i dischi dei Felice Brothers entrano sempre nelle liste dei dischi più belli dell’anno, di qualsiasi anno.

Graham Nash – This past tonight
David Crosby – Lighthouse
Bob Weir – Blue Montain
Tre dischi fenomenali di tre formidabili vecchietti. Il più bello è quello di Graham Nash, ma anche quello di David Crosby non scherza. No, nessuno dei due dischi 2016 di Neil Young si avvicina alla lista dei più belli dell’anno. Peccato. Ma mi consolo con Nash e con Crosby, e grazie ai loro nuovi dischi mi è tornata voglia di ascoltare tre capolavori del passato: Songs for beginners di Nash, anno 1971, e Graham Nash & David Crosby (1972) e Wind on the Water (1975) di Crosby e Nash.
La montagna blu di Bob Weir, chitarrista dei Grateful Dead, è un’altra meraviglia, prodotta assieme a Josh Ritter e ai National.

St. Paul and the broken bones – Sea of noise
Altro disco soul, come quello di Michael Kiwanuka, questa volta con band di otto elementi proveniente dall’Alabama.

Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide to Earth
Un’alternativa genuina all’alt country, ha scritto il New York Times del nuovo disco di Sturgill Simpson, che parla della guerra in Iraq, dove lui ha combattuto, e della sua famiglia. Sembra quasi un disco Nashville di Elvis Presley, grazie anche ai fiati dei Dap-Kings (il gruppo della grande, appena scomparsa, Sharon Jones).

Hope Sandoval – Until the hunter
Ballate rarefatte anni 90 cantate da Hope Sandoval assieme a Colm Ó Cíosóig, in un brano c’è Kurt Vile.

Leonard Cohen – You want it darker
David Bowie – Black Star
I due testamenti di due giganti, all’altezza della loro fama.

Marillon – F E A R
Van Der Graaf Generator – Do not disturb
È stato anche l’anno del ritorno di due band progressive, i Marillon (anni Ottanta-Novanta) e i Van Der Graaf Generator (anni Settanta). I loro dischi sono esattamente come me li aspettavo, ma anche solo per il coraggio meritano di entrare nel listone. E poi la voce di Peter Hammil fa venire i lucciconi, anche quando canta «Alfa Berlina» (sì, l’automobile).

Parker Millsap – The very last day
È stato un anno buono per l’Americana. Parker Millsap, anni 23 di Purcell, Oklahoma, ne è la prova.

Kate Tempest – Let them eat chaos
Ok, un disco hip-hop ce lo metto. Ma nessuno di quelli dei big americani (per solidarietà nei confronti di Taylor Swift e perché non mi piacciono). Metto quindi la cantante e poetessa e militante inglese Kate Tempest, un fenomeno.

Josef Leimberg – Astral Progression
Nel listone anche un disco jazz, ma per una volta nessuno dei due di Brad Mehtdau (uno con Joshua Redman) e nemmeno uno dei Bad Plus: sono dischi ottimi, ma non aggiungono niente alla loro produzione precedente. Invece ecco un trombettista californiano, stessa genia di Kamasi Washington (presente sul disco), ma con molti riferimenti al Miles Davis elettrico anni 70 e all’orchestra di Sun Ra. Soul e funk, in una nuova fusione che pare si chiami, santi numi, hipster hop.

Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution
Esperanza Spaulding, contrabbassista e cantante, una volta faceva jazz. E come jazzista è stata alla Casa Bianca di Barack Obama. Ma questo disco è funk rock, tra Prince e i Weather Report.

Lady Gaga – Joanne
Non ho mai capito il successo di Lady Gaga, anzi non l’ho mai ascoltata. Ora che ho sentito il nuovo disco, Joanne, ho capito che è brava e che le sue canzoni sono pop rock fatto bene. Perfect illusion è meravigliosa.

Okkervill River – Away
Band di Austin, Texas, all’ottavo album questa volta di ballate-riflessioni sulla vita e la morte.

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