Il quadro simbolo delle settimane post-elettorali è il “San Clemente” di Philip Guston (1913-1980), trasformato in icona astorica di un Paese che piange

Per chi ama monitorare le dinamiche che muovono le comunità artistiche nelle loro tensioni estetiche, politiche e sociali, le settimane che hanno seguito l’elezione di Donald Trump sono state a dir poco dense di significato. Gli artisti americani si sono espressi in decine di articoli incitanti a opporre una decisa resistenza a ciò che alcuni indicano come il processo di normalizzazione che renderà accettabile la presidenza Trump. Se si dovesse fare uno studio approfondito della retorica utilizzata da questi testi (un esempio), si noterebbe un notevole, piuttosto nuovo, uso della prima persona plurale: «Noi, artisti, noi…». In reazione a Trump, gli artisti americani si sono esplicitamente identificati come soggetti di quella comunità espansa che in altri casi e in altri tempi è stata additata negativamente: l’art world.

Molti artisti facenti parte del mondo dell’attivismo o con esperienze pregresse in esso, si sono adoperati a stilare dei veri e propri manuali di sopravvivenza per gli anni della presidenza Trump: come supportare economicamente il proprio lavoro senza cedere a compromessi e affrontando ogni tipo di tassazione, come far sì che “l’arte politica” mai si estingua, come essere solidali gli uni con gli altri, come superare il pianto. Altri articoli, interventi, post, sono usciti dalle penne dei critici che, come unico riscontro positivo alla presidenza Trump, hanno augurato che l’arte possa nuovamente ergersi a voce della verità contro le ingiustizie del potere. La ciliegina sulla torta era in realtà arrivata in anticipo, tramite un tweet (ironico?) del 2 novembre pubblicato da Joyce Carol Oates: «Gli artisti prosperano nello scontro e nell’alienamento dall’establishment/autorità – e così la presidenza T***p potrebbe non essere un disastro totale, per alcuni».

City Limits, 1969

© 2016 The Estate of Philip Guston, courtesy of MoMA

Che dire? Sicuramente ci sarà chi troverà conforto nelle parole dei critici che incitano al potere politico (di resistenza, più che di resilienza) dell’arte, come sicuramente ci sarà chi riterrà tali incitazioni piuttosto pericolose: un ulteriore affossarsi nelle pratiche artistiche legate all’attivismo, a discapito di argomenti altri, più liberi e più belli. Personalmente posso dire che la strumentalizzazione dell’arte continua a farmi male, figuriamoci poi la strumentalizzazione dell’arte a scopo politico ed elettorale.

Emblematica infine la risposta a Trump scelta dall’artista Annette Lemieux che ha chiesto al Whitney Museum di capovolgere la propria opera “Left Right Left Right” datata 1995. Il museo ha acconsentito. L’opera è composta di trenta immagini di pugni levati in aria, montate su stecche lignee come cartelli o striscioni di protesta. Ora i legni puntano verso il soffitto, i pugni verso il pavimento.

Questo un breve sunto delle risposte lanciate dagli artisti verbalmente, in comizi, riunioni, assemblee, e testualmente; ma quel che è stato affascinante notare è come l’art world abbia reagito a livello visivo attingendo dall’immaginario pittorico. Sui social, in particolar modo su Instagram, gli artisti hanno pubblicato in massa determinati quadri e disegni di Philip Guston (1913 Montréal – 1980 Woodstock). Philip Guston è diventato, in un giorno o due, l’artista simbolo dello sconforto politico.

Head and Bottle, 1975

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

Breve, insufficiente, introduzione a Guston: benché in Italia sia stato esposto solo due o tre volte, si può dire senza timore di esagerare che la sua opera costituisca il riferimento pittorico novecentesco in assoluto più importante per la pittura degli ultimi vent’anni. La sua produzione artistica può essere raggruppata in tre grandi tappe: gli inizi negli anni Trenta come pittore muralista antifascista ammiratore dei muralisti messicani, gli sviluppi nei Cinquanta come espressionista astratto newyorkese apparentemente fedele ai dettami greenberghiani (Astratto! Astratto! Astratto!), il coraggioso allontanamento – nei Settanta – dall’astrattismo a favore di una figurazione grassa e politica destinata a cambiare le sorti della pittura mondiale. Non c’è pittore vivente che possa dire di prescindere dall’ultimo periodo di Guston. Attingendo dalle più svariate fonti (Piero della Francesca, Giotto, Tiepolo, i disegni con cui Jarry dette un corpo al suo Ubu Roi, David Siqueiros…), Guston seppe conciliare la vera pittura, quella che si allontana di mille miglia dall’illustrazione, con una figurazione precisa, eloquente, politica, fatta di simboli e personaggi ricorrenti.

Elenco questi personaggi affibbiando loro i termini che usualmente adopero per indicarli:

  1. Gli incappucciati (vedi, qui sopra l’opera City Limits), personaggi vestiti alla maniera del Ku Klux Klan che pattugliano le strade o passano il proprio tempo in interni spesso agguantando una frusta del tutto simile allo scettro menato da Père Ubu;
  2. I polifemi (vedi, qui sopra l’opera Head and Bottle), monumentali teste prive di corpo. Probabili alter ego del pittore, sono spesso dipinti con espressione melanconica, stesi a letto o ripiegati su bottiglie ormai vuote;
  3. La lampadina, l’orologio, lo scarpone, la sigaretta, la ciliegia, la scala, il libro, il grattacielo, il pennello, la ciotola di latta, il ferro di cavallo; ovvero gli unici oggetti che costituiscono il mondo abitato dagli incappucciati e dai polifemi. Inevitabile cogliere il sapore veterotestamentario di cui questi oggetti simbolo si caricano nella pittura di Guston;
  4. La nervosa, venosa, mano di Dio che cala dal cielo con l’indice e il medio tesi, reggenti una sigaretta;
  5. Il San Clemente. San Clemente è Richard Nixon, o meglio, è il nome della spiaggia californiana in cui Nixon aveva la propria casa di villeggiatura. 

San Clemente, 1975

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

San Clemente del 1975 è il quadro simbolo delle settimane successive all’elezione Trump. Dal 1 novembre 2016 al 14 gennaio 2017 è in corso presso la prestigiosa galleria Hauser & Wirth di New York una mostra dedicata ai disegni satirici che Guston fece su Nixon; s’intitola Laughter in the Dark, Drawings from 1971 & 1975 e segna la prima volta che questo corpus di lavori viene mostrato al pubblico nella propria interezza. Negli anni Settanta Guston aveva studio a Woodstock, New York, dove tesseva una costante e divertente conversazione con uno dei suoi più cari amici, Philip Roth. Entrambi, lo scrittore e il pittore, trovarono nel presidente Nixon il protagonista ideale per affrescare quella che Guston chiamava “crapola” americana, la cultura “spazzatura” popular; nel 1971 Roth scrive il lungo testo satirico Our Gang, negli anni successivi Guston disegna e dipinge la gang, ovvero Nixon e i suoi uomini di potere. Henry Kissinger è ridotto ai suoi celebri occhiali che si muovono in autonomia, senza gambe né torace; il vicepresidente Spiro Agnew diventa un bitorzolo conico; John Mitchell è invece un bivalve con la pipa in bocca. In questi disegni c’è un po’ di tutto, il tuberoso naso del presidente, la sporgente mascella, la sua imponente gestualità (pollicione alzato, pugno stretto, indice teso), lo sguardo corrucciato, l’infanzia povera tra il fumo delle locomotive; Nixon è ritratto mentre legge assurdi ideogrammi (riferimento ai piani d’apertura del Presidente alla Cina), mentre tratta con aiutanti un po’ babbei e, nel celebre San Clemente, mentre trascina a fatica sulla spiaggia la propria enorme gamba flebitica, incancrenita e fasciata alla bell’e meglio.

Essendo Guston un artista eccelso oltre che un grande pensatore discepolo di Franz Kafka, si tenne ben lontano dall’astio e dallo sbeffeggiamento; nei Nixon drawings il Presidente è un personaggio pensieroso che ispira pietà. Triste e consapevole del male e del dolore, è al contempo inabile a trovare vie di salvazione; insomma, è un uomo cieco a soluzioni diverse da quelle che gli vengono in mente. Può essere un azzardo quel che scrivo, ma questo è ciò che ho sempre pensato guardando i dipinti, e cioè che Guston in fondo sapeva che Nixon non era un cattivo presidente, anzi… A me pare piuttosto che nell’opera di Guston Nixon venga esplorato come un goffo e disperato ingranaggio in un sistema instupidito. Nel proprio glorioso pessimismo Guston, figlio di ebrei ucraini scappati dalle persecuzioni e finiti nella lande del KKK, testimone diretto del suicidio del padre, adolescente irrequieto, artista eroico, non faceva satira, ma descriveva un mondo a suo dire disperato.

Untitled (Poor Richard), 1971

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

Untitled, 1971

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

Untitled, 1971

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

Untitled, 1971

© The Estate of Philip Guston, Courtesy Hauser & Wirth

E dunque: la nuova popolarità del dipinto San Clemente in questo inverno postelettorale! Qualcosa ha mosso gli artisti americani a commentare Trump con il Nixon di Guston. Cosa? La disinformazione? Paragonare Nixon a Trump è a dir poco assurdo. Dubito che qualcuno abbia teorizzato paragoni tra i Pentagon Papers del 1971 e gli scavi nel passato della famiglia Trump, o tra il Watergate e le avventure picaro-rich del neopresidente eletto. Se proprio si fosse voluto trovare un capolavoro che sbeffeggiasse (ma nemmeno tanto) Trump, si sarebbe dovuto andare a ripescare il set di stampe di Andy Warhol intitolato Ads Portfolio, e nello specifico la stampa Van Heusen (Ronald Reagan): “Won’t wrinkle… ever!”. No, il motivo è da cercare in ragioni sentimentali, in uno sconforto che non cerca sollievo nel commento satirico, uno scoramento che ha deviato il reale riferimento dell’opera di Guston verso uno nuovo. Come spesso succede nella storia delle immagini, evocando San Clemente, ma anche i quadri raffiguranti i polifemi, chi ha fatto uso di questi dipinti nel dopo elezioni, ha sottratto a esse ogni riferimento storico per elevarle a simboli astorici di un Paese piangente: il protagonista di San Clemente non è più Nixon – e di certo non è Trump, lungi dal trascinarsi dietro una gambetta tumefatta – ma è l’America, sono gli artisti americani che piangono.

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