Yolo / Cinema

Paterson, una storia comune

21.12.2016

L'ultimo film di Jim Jarmusch racconta la routine di un autista di autobus che scrive poesie: un inno alla vita normale

Paterson è un autista di bus che vive a Paterson, nel New Jersey. Il suo poeta preferito è William Carlos Williams, che ha intitolato a Paterson un poema epico di cinque volumi. Va per la trentina, vive in una piccola casa accogliente con la sua ragazza Laura e il suo cane, un bulldog che russa, ansima e si chiama Marvin. Paterson passa la mattinata origliando i discorsi più o meno seri dei passeggeri del bus, che passano dai dilemmi dei bambini su cosa indossare ad Halloween alle discussioni dei più grandi ma non troppo sugli anarchici – a quattro anni da Moonrise Kingdom torna la coppia Kara Hayward / Jared Gilman, intenta a straparlare di Gaetano Bresci.

All’ora della pausa pranzo, Paterson apre la scatoletta di latta dove tiene una foto di Laura, un’arancia con degli occhi scarabocchiati a penna e un sandwich, e prende un taccuino dove scrive le sue poesie. La sera torna a casa, mangia con Laura, porta Marvin fino al pub, lo lascia alla porta, e si mette a parlare con Doc, il barista che si allena per il campionato del fine settimana giocando a scacchi da solo. Finita la sua birra, torna con Marvin da Laura, la trova già a letto, la abbraccia mentre dorme, si addormenta.

È questa, a grandi linee, la settimana e un giorno raccontata da Jim Jarmusch nel suo nuovo film. A tre anni da Solo gli amanti sopravvivono, Jarmusch abbandona i vampiri per raccontare con dolcezza e ironia la storia di una coppia comune. E lo fa in un momento dove personaggi come Paterson (Adam Driver nel suo ruolo più azzeccato), Laura (Golshifteh Farahani, candidata al Premio César nel 2014 come migliore promessa femminile), i loro amici e pure i passanti, brillano in un anno cinematografico dominato da personaggi straordinari o estremizzati: da Snowden a È solo la fine del mondo, da The Neon Demon a Captain Fantastic.

Paterson e Laura fanno una vita semplice, ma sono felici. La loro idea di festa è andare a cena fuori e poi a vedere un vecchio horror al cinema. Sono persone di talento ma non bramano la fama, e coltivano le loro doti in maniera completamente diversa. La passione di Paterson per la poesia è una passione privata. Scrive nei ritagli di tempo, all’aria aperta o in una stanza che più che a uno studio somiglia a uno sgabuzzino dove tiene ordinati, tra gli altri libri, Infinite Jest di David Foster Wallace e i Lunch Poems di Frank O’Hara. Nel suo “taccuino segreto” ci sono in tutto cinque poesie: parlano di pacchetti di fiammiferi, del tempo, d’amore e d’aspirazioni. Laura insiste, gli chiede di fare delle fotocopie dei suoi scritti presto, prestissimo, nel fine settimana, a Paterson poco importa.

Laura vive a casa. Passa la giornata a fare e disfare progetti handmade, tra macchine da cucire, tende, vestiti, un giorno dice che il suo sogno è avviare un commercio di cupcakes fatti in casa, il giorno dopo di imparare a suonare una chitarra e diventare una cantante country: «magari come Patty Cline». Lui sembra avere un vero talento ma non il coraggio di buttarcisi fino in fondo, lei ha la giusta incoscienza per inseguire più strade che potrebbero anche non portare da nessuna parte. Lui dice di lei: «Mi capisce molto bene».

Un giorno, sfornando i cupcakes, Laura chiede a Paterson di leggerle la sua poesia preferita di William Carlos Williams: «E questo è solo per dire. Ho mangiato le prugne che erano in ghiacciaia. E che forse avevi lasciato per colazione. Perdonami. Erano squisite, così dolci e così fredde». È la prima volta in tutto il film che ascoltiamo le parole di un vero poeta, e rimaniamo quasi interdetti: a che livello sono le poesie di Paterson, che si presenta sempre a tutti come autista e mai come poeta? Sono più vicine a quelle del maestro o della ragazzina sconosciuta che, intenta a scrivere per strada le sue nel suo taccuino segreto, gli chiede se gli piace Emily Dickinson? O ancora, migliori o peggiori delle poesie intraducibili del giapponese che appare e scompare in uno schiocco di dita? E di che qualità, rispetto alle rime che il rapper prova in lavanderia, suo «luogo d’ispirazione»? Jarmusch sembra risponderci che non importa, finché c’è un taccuino e una penna. Paterson è una pacata riflessione sulla felicità, un piccolo racconto di routine che nella sua ripetizione non ha mai niente di scontato, una piccola guida all’incoscienza e al coraggio che servono per continuare a fare le cose che amiamo. «O preferiresti essere un pesce?».

Paterson

di Jim Jarmusch, con Adam Driver e Golshifteh Farahani
In uscita il 22 dicembre
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