Intervista a Davide Malberti, amministratore delegato dell'azienda brianzola che quest'anno ha compiuto sessant'anni. E che lavora molto con due materiali devoti «al vuoto»

«Viviamo di brevetti. Ci servono per certificare il raggiungimento di certo risultato». A parlare è Davide Malberti, amministratore delegato di Rimadesio, azienda brianzola di arredamento che ci ha aperto le porte dello stabilimento di Giussano in occasione dei suoi 60 anni. Lontani dalle linee produttive e dalle lastre di vetro piano di 6 metri per 3,21 che aspettano di essere trasformate, siamo in realtà nello showroom milanese di via Visconti di Modrone firmato da Giuseppe Bavuso, architetto che ha legato da tempo il suo nome all’azienda. Alle pareti, librerie, porte, madie trasparenti, complementi, sistemi componibili, pannelli scorrevoli: tutto l’universo Rimadesio schierato a lasciarsi ammirare. Malberti parla di quello che non si vede, dell’intelligenza nascosta nelle cose, della qualità e della precisione dei meccanismi che le governano. «Abbiamo registrato pochi brevetti estetici, un paio di invenzione, molti di utilità: una cerniera, una maniglia, una serratura». Quasi testimoniare il peso specifico della parte tecnica. «Il brevetto di utilità è l’applicazione di un modello in un settore nuovo, diverso da quello originario, per trovare una soluzione a un problema. La regolazione a soffitto dei binari delle nostre porte scorrevoli, per esempio, permette di mettere in piano due profili, maschio e femmina, in caso il soffitto non sia perfettamente dritto». La libreria Zenit, disegnata da Bavuso, si erge di fronte a noi: «Ecco – continua Malberti – un altro concentrato di intelligenza: con un giunto a scomparsa per agganciare gli elementi, smontabile facilmente, leggera, modulare, e quindi su misura. Ci chiedono integrazioni ancora oggi».

Nelle foto di questa pagina, il lavoro all'interno dello stabilimento di Rimadesio a Giussano

Rimadesio nasce nel 1956 a Desio, nel cuore della Brianza. Si chiama inizialmente Rima Vetraria, con le iniziali dei cognomi dei fondatori – Luigi Riboldi e Francesco Malberti, padre di Davide – a segnare la strada anche al successivo cambio di nome. Il vetro è da subito nell’identità dell’azienda, che agli esordi lo lavora per gli arredatori della zona. L’altro elemento che oggi ne costituisce il Dna arriva più tardi: è l’alluminio. «Lo usavamo già, ma è nel 1989 che cominciamo a lavorarlo in proprio. Seguono un po’ di anni di purgatorio, per farlo accettare al mercato, perché la tendenza era quella di considerarlo un materiale povero: i serramenti in alluminio all’epoca erano i più industriali. Tanto che all’inizio noi lo rivestivamo in legno». Risale a quegli stessi anni il primo progetto di porta scorrevole, in vetro: un sistema di divisione degli ambienti progettato da Giuseppe Bavuso da cui scaturisce poi un’intera collezione: «Era il rinnovamento di un tema da sempre presente sul mercato, ma con tante possibilità in più». Alla fine degli anni 90 la fase pionieristica può dirsi terminata: «Ricordo un’edizione del Saie di Bologna in cui non si riconoscevano i nostri prodotti. Tutti presentavano una porta di vetro. Un nostro venditore mi si avvicinò e disse: “Ti rendi conto? Abbiamo creato un mostro”. Più che altro avevamo aperto un mercato».

«Vetro e alluminio sono i materiali più belli al mondo per quanto riguarda l’aspetto tecnico e prestazionale», sorride Malberti. Senza contare le implicazioni concettuali della trasparenza, della comunicazione tra dentro e fuori, delle fascinazioni antiche dei velari e dei sipari. «Nel Mandarin di Milano abbiamo realizzato le pareti dei bagni, disegnate da Antonio Citterio, che si “spengono”, con un cristallo liquido che ruota in seguito a un impulso elettrico».

La trasparenza, la possibilità architettonica di vedere attraverso, di unire in qualche modo due ambienti diversi, ha radici orientali. Nel volume che celebra i 60 anni di Rimadesio, Storie, sfide, talenti – e che raccoglie gli incontri aperti, dispiegati nel corso dell’anno, con personaggi esterni al mondo del design ma affini alla filosofia dell’azienda come la musicista Joan As Police Woman, lo scrittore e grecista Matteo Nucci, il velista Giovanni Soldini, l’astronauta Maurizio Cheli – un capitolo è dedicato alle architetture di vetro. Scrive Marco Romanelli: «La villa imperiale di Katsura [a Kyoto, ndr] è stata il sogno segreto dei protagonisti del Movimento Moderno […]: il “vuoto” come destino, il rapporto (con lo scivolare silenzioso di shojii e fusuma) tra interno ed esterno, cioè tra vita e natura […]. L’Occidente più sofisticato riprenderà questi valori, declinandoli non all’estetica del legno e della carta di riso, ma in quella del vetro e del metallo».

Rimadesio è oggi una realtà presente in 65 Paesi con oltre 800 punti vendita, di cui 11 monomarca in Italia e 21 nel mondo. Ha un quartier generale, a Giussano, di 30mila metri quadrati, 170 dipendenti e un fatturato di 42 milioni di euro (è la stima per il 2016), realizzato grazie a una crescita a doppia cifra rispetto al 2015 del 15% in Italia e del 25% all’estero. Il futuro si dipana un passo dopo l’altro. «Ogni anno procediamo con adeguamenti alla collezione. Per esempio: stiamo rendendo la libreria Wind capace di accogliere i nuovi schermi tv. Dimensione di partenza: 55 pollici». Poi c’è la customizzazione, sempre più accurata e ampia. E nuovi monomarca a Città del Capo, Hyderabad, Bangkok. Infine, la tecnologia: «Cerchiamo di alzare l’asticella, per creare un prodotto bello, preciso, non copiabile. Se le rifiniture sono fatte a mano, i macchinari a monte sono tutti molto sofisticati. Alcuni sono realizzati su nostro input come l’impianto di verniciatura del vetro con colori ad acqua, senza solvente. Siamo stati la prima azienda italiana ad averne uno, nel 2006». La storia oggi continua, nel segno del Made in Italy e della gestione famigliare che mai come in questi tempi dà «una garanzia di continuità al progetto». Soprattutto in vetro e alluminio.

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