Sotto il nome Childish Gambino è uscito il disco di una delle figure più eclettiche del 2016, la stessa che ci ha anche regalato una delle serie tv più interessanti, “Atlanta”

Donald Glover lo scoprì Tina Fey che ancora studiava alla New York University, e lo prese per scrivere 30 Rock dopo aver visto i video che si era prodotto da solo. Dopo un paio d’anni Glover se ne andò, perché scrivere per una delle comedy di punta di NBC a venticinque anni non gli bastava: voleva recitare. Fey ha spiegato che in casi del genere solitamente cerca di convincere i giovani autori a inseguire la carriera da comici a tempo perso, e di tenersi stretto il lavoro che hanno, soprattutto se è alla NBC. Con Glover fu diverso, e l’unica risposta possibile era «Stai sprecando il tuo tempo qui. Vai a diventare famoso».

Dopo, per Glover, ci furono novanta episodi di Community, serie ambientata in un college del Colorado in cui Glover faceva Troy, un ex quarterback diventato nerd. Poi ha avuto uno speciale su Comedy Central, dei ruoli secondari in Magic Mike XXL, Girls e The Martian, fino ad arrivare quest’autunno ad Atlanta, la serie che ha inventato, scritto e interpretato per FX, e che in molti hanno accolto come la cosa più fresca e originale in tv da parecchio tempo. Lui ha detto che voleva fare «Twin Peaks con i rapper», ma la serie parla di molto di più della scena hip hop della capitale della Georgia: dentro ci sono tutti i paradossi e le assurdità dell’essere afroamericano negli Stati Uniti d’oggi, e dell’essere una donna afroamericana negli Stati Uniti d’oggi, e dell’essere un giovane padre o una giovane madre afroamericani – con pochi soldi – negli Stati Uniti d’oggi. Poche settimane fa si è saputo che Glover sarà Lando Clarissan nello spin off di Star Wars dedicato ad Han Solo, a concludere quello che ci ricorderemo come l’anno della sua consacrazione, arrivato a 33 anni.

Ma in mezzo a tutte le cose di cinema e televisione, Glover è anche un rapper. Fino a qualche anno fa, però, non era un rapper fico. Nel 2011 uscì il suo primo vero disco, Camp, e non era granché. Lui è un bravo ragazzo, un po’ sfigato, che ha fatto l’università e che rassicurerebbe qualsiasi genitore: tutte caratteristiche che ancora ostacolavano un po’ il successo nell’hip hop, a meno di non chiamarsi Kanye West. Glover non si chiamava West ma non si chiamava neanche Glover, a dire la verità: nella musica si scelse come nome d’arte Childish Gambino, che tirò fuori da un generatore online di nomi alla Wu-Tang Clan. Pusha T, per fare un esempio di uno dei più talentuosi rapper degli ultimi anni, scelse il suo nome in riferimento al suo passato da spacciatore. Percorsi onomastici diversi a cui corrisposero accoglienze diverse.

A complicare le cose, Camp ricevette 1,6 stelle su 10 su Pitchfork, torah del pubblico di riferimento di Childish Gambino. Per un po’ di tempo, dopo quella recensione, qualsiasi cosa facesse fu accolta con scetticismi e superiorità. Poi nel 2013 andò ospite di una trasmissione radiofonica e fece un freestyle incredibile sulla base di Pound Cake di Drake, interrompendosi a metà per fare un discorso sui soldi, riprendendo poi il beat con una naturalezza spiazzante per la seconda parte dell’improvvisazione. Lì si capì che nonostante tutto sapeva rappare, eccome. E lo confermò alla fine dell’anno con Because the Internet, che non piacque a tutti ma che aveva diversi guizzi. Soprattutto conteneva una hit da Top 100 di Billboard come 3005, e fu candidato a un Grammy come miglior disco rap.

Lo speciale di Glover del 2011 per Comedy Central si chiamava Weirdo, e a chi ha visto Atlanta torneranno un po’ di conti. Quando nel 2010 nacque una campagna su Twitter per fare interpretare a Glover l’Uomo Ragno di Amazing Spider-Man, qualcuno chiese quale sarebbe stato il passo successivo: fare interpretare il detective Shaft a Michael Cera? Lui solitamente non rispondeva ai matti su internet, ma per quel commento decise di fare un’eccezione: «Sì! Sarebbe fantastico cazzo! Michael Cera che fa Shaft, lo guarderei tutti i giorni». Perché a Glover piacciono le cose strane, e soprattutto la musica strana e le persone strane che la suonano.

«Abbiamo bisogno di cose strane» ha detto, «ma come adulti non possiamo esserlo, più cresci e più non puoi più fare cose strane». I bambini invece possono, e lui di bambini ne ha conosciuti tanti, perché per casa sua ne giravano un sacco, tra quelli dell’asilo che gestiva sua madre e quelli in affido alla sua famiglia. Tanto che quando si trasferì a Los Angeles cominciò a fare il baby sitter per guadagnare, perché quello lo sapeva fare. E continuò a osservare le cose strane che fanno i bambini, anni prima che quel generatore online gli desse materiale per una crisi mistica, restituendogli il nome di Childish Gambino.

«Ricordo di avere sentito un urlo dei Funkadelic e di aver pensato ‘Wow, questo è erotico e insieme spaventoso’. Non avevo un nome per definirlo, però. Avevo solo un’emozione. È quello che lo rendeva grande». Awaken, My Love!, il suo ultimo disco uscita lo scorso 2 dicembre, non è rap: Glover ha voluto di nuovo cambiare direzione, e ha messo insieme undici canzoni di funk e soul puri, infilandoci in mezzo un bel po’ di Afrofuturismo e di psichedelia. A partire dalla copertina, un meraviglioso adattamento di quella di Maggot Brain dei Funkadelic.

 

A ottobre si è scoperto che Glover era diventato papà da alcuni mesi, non si sa se di un figlio o di una figlia: il disco è proprio un racconto della sua paternità, interessato soprattutto a trasmettere le preoccupazioni per avere messo al mondo una persona afroamericana in un paese e in un periodo in cui essere neri non è esattamente sinonimo di sicurezza. C’è quindi una certa continuità con i temi di Atlanta, tanto che lui stesso ha detto di non averli mai visti come due progetti separati: del resto ha raccontato di aver registrato il disco di notte, mentre di giorno girava la serie.

Forse Glover ha voluto fare con il funk quello che a inizio anno Kanye West ha fatto con il gospel per The Life of Pablo: il risultato, comprensibilmente, è stato molto diverso. Awaken, My Love! non ha canzoni brutte (la più debole è California, un po’ una canzonetta alla Jason Mraz), ma ce ne sono diverse che sorprendono poco, e sembrano i lavori di una eccellente cover band afro anni Settanta. Me and Your Mama, il primo singolo del disco, aveva promesso grandi cose, con i suoi cori siderali, i synth ipnotici e un potentissimo riff di chitarra che ribalta la canzone verso la metà. Redbone, il secondo singolo, aveva alzato ulteriormente l’asticella: ricorda un pezzo di Prince – e non un lato B – con un eccezionale falsetto naturale di Glover.

Have Some Love, che sembra un calco di Can You Get to That dei Funkadelic, è probabilmente una canzone che non ci ricorderemo. Riot e Boogieman sono altri due pezzi con una dose di inventiva limitata, e con suoni che devono tutto a George Clinton e qualcosa a Sly and the Family Stone e ai KC And The Sunshine Band. Zombies, Terrified e Baby Boy sono delle convincenti vetrine in cui Glover fa vedere i risultati della sua scelta di abbandonare il rap e dedicarsi alle linee melodiche, complicate a volte da singhiozzi e sussulti alla Bootsy Collins. Ma è verso la fine del disco che arriva una delle canzoni migliori, in cui Glover neanche canta: The Night Me and Your Mama Met racconta la prima notte passata con la madre di suo figlio usando solo una chitarra elettrica, suonata quasi senza amplificazione, un coro, un vibrafono e un assolo molto lamentoso. L’ultima canzone, Stand Tall, è un’accozzaglia un po’ disorganica di tre o quattro canzoni, con un testo che è una raccolta di consigli per il figlio, un invito a inseguire i sogni e a sorridere, quando potrà farlo.

 

 

Con Awaken, My Love! Glover ha costruito un mondo parallelo per suo figlio appena nato, una bolla protettiva con dentro l’estetica e l’utopia della musica nera degli anni Settanta e la mitologia della diaspora africana. Il messaggio sociale è più nascosto e ovattato di quello di Atlanta, che prendeva di petto le tensioni razziali americane, ma è sempre presente anche in Awaken, My Love!, perché come diceva George Clinton «per fare funk hai sempre bisogno di un nemico che ti provochi».

Il 2016 è stato un grande anno per Glover, che ha dato una forma al suo eclettismo e ha fatto conoscere tra di loro tutti i gruppi di persone che lo apprezzavano per le molte cose spezzettate e imbizzarrite che che era stato finora. Con Atlanta e Awaken, My Love! ha dimostrato che fa sul serio, anche se probabilmente ancora per un po’ sentiremo parlare di lui più per il cinema e la televisione che per la musica. Nel frattempo si può sperare che Childish Gambino raggiunga presto la maturità artistica di Donald Glover: a quel punto si faticherà a stargli dietro.

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