Esprimiamo un'opinione su qualsiasi cosa, battiamo compulsivamente sulla tastiera, maciniamo sentenze. Pensiamo di partecipare al dibattito pubblico, ma stiamo soltanto usando concetti a vanvera. Un breve glossario politico, allora, può essere utile

Ogni pensatore che realizza un nuovo linguaggio e un nuovo pensiero è necessariamente un idiota. Lo spiega Deleuze ai suoi studenti nel corso su Spinoza del 1980. Secondo il filosofo francese è un idiota chi ha il coraggio di deviare dal pensiero comune, chi si configura come un battitore libero, un outsider e un moderno eretico. E qual è il segno caratteristico dell’idiota? Il silenzio. Perché il vero problema non è quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire.
In un mondo sempre più logorroico come il nostro, va da sé che aspirare all’idiozia non è impresa facile. La violenza del consenso e l’accesso facile al giudizio, in questo nostro mondo digitale, crea una moltitudine di idioti, ma rende l’ascesa degli idioti deleuziani quasi impossibile. Per il filosofo francese, infatti, il presupposto necessario a formulare un pensiero fresco, capace di indagare la realtà in modo più incisivo, è la capacità di starsene zitti. Meta lontanissima, siamo d’accordo, per chi come noi ha il vezzo di parlare di continuo. Tuttavia, se proprio vogliamo esprimere un’opinione su tutto e tutti, non sarà il caso di riflettere almeno sugli oggetti specifici delle indagini di realtà, e cioè sulle parole? Il web ha trasformato profondamente l’uso del logos, ormai è chiaro. Ciò che ieri si legava a un atto di responsabilità, esprimere un parere, oggi avviene in assenza della persona e così la colpevolezza delle parole appare come un ricordo sbiadito. Eppure le conseguenze delle parole non hanno perso affatto il loro smalto. In politica più che mai, dato che le parole possono assumere un carattere performativo (un po’ come nella letteratura porno: leggere «sei bagnata» ti fa bagnare, faceva notare Emmanuel Carrère nel suo audace Facciamo un gioco?). In politica più che mai, perché è il come intendiamo un aspetto del reale a determinare il nostro sbilanciarsi per una soluzione o per l’altra.
Partiamo da qui, ideologia. Sul Giornale di Montanelli, nella rubrica Le parole e la loro storia, Pier Carlo Masini scriveva: l’ideologia è per i tempi moderni quella che fu la mitologia per gli antichi e la teologia per i tempi di mezzo. A parer suo, un’illusione. Ideologie dei secoli scorsi sono il nazionalismo, il comunismo, il collettivismo, il razzismo, il liberalismo, in pratica tutto ciò che finisce in -ismo. L’ideologia ha a che fare sempre con due astrazioni, idea e logos. È idea che attraverso il ragionamento si organizza in un sistema dottrinale. Perché questo è il punto, dice ancora Masini: gli uomini sono più attratti dal fantastico che dal reale; il reale appaga i nostri bisogni fisici, ma il fantastico soddisfa la nostra insaziabile sete di utopia. E subito dopo mette in guarda su una differenza sostanziale: l’utopia sta all’ideologia come il sogno del sano al delirio del malato. C’è da tirare un sospiro, quindi, in questi nostri tempi definiti da tutti
post-ideologici? Nessun -ismo che stia lì a dirci: io ti salverò, io sono il giusto, io sono la storia. Siamo (finalmente) arrivati a capire che ogni soluzione data a un problema è soluzione parziale, condizionata, relativa? Facendo fuori gli -ismi, abbiamo rinunciato al vizietto di identificare un bersaglio, un nemico pubblico, a cui attribuire tutti i mali del mondo?

Ma ecco che ne riecheggia uno, uno più degli altri, ecco che un – ismo si sfila dalla schiera del passato e si piazza in prima fila. Populismo, che ha la stessa desinenza dei vecchi sistemi di pensiero, è ideologia come le altre? E qui le cose se complicano, primo perché non c’è nessun corpus di riferimento, come lo è stato Il Capitale per il marxismo ad esempio, che spieghi come il populismo intenda organizzare il mondo e, secondo, perché il populismo per definizione rifiuta le ideologie tout court, le considera inutili chiacchiere a cui contrapporre il buon senso della gente. In effetti, il populismo più che un sistema dottrinale è un modo di intendere e di sentire. Si potrebbe dire che è una mentalità, un riferimento istintivo alle cose, una reazione standard. Rabbia e insoddisfazione che confluiscono contro il nemico per antonomasia: le oligarchie, qualsiasi esse siano, politiche, sociali, economiche, istituzionali, culturali e scientifiche. Negando la bontà di ogni forma di oligarchia, la mentalità populista, si appella alla sola verità possibile e cioè quella del popolo che è unico portatore sano delle qualità etiche. Suona come un eccesso di sintesi e senza dubbio lo è, dato che livellare la complessità del reale è l’aspetto più sintomatico di questo modo di intendere e di giudicare le cose. Nel gergo populista, l’esempio più bazzicato di semplificazione è il binomio società-casta, come se le istituzioni non fossero lo specchio esatto di chi le vota. Come se il problema fosse soltanto la casta in e non la casta in me, me piccolo evasore, me piccolo corporativista, me piccolo truffaldino. Ma il punto è un altro, il linguaggio appianato è un linguaggio utile alla politica? Come può esistere una politica senza tecnicismi come, che so, cuneo fiscale, genitorialità o democrazia rappresentativa? L’arte del semplificare, d’altronde, non si applica solo all’interpretazione della realtà, ma è anche lucida strategia, una macchina per guadagnare consensi.
La demagogia, quella facoltà di incantare le masse e di assecondare i malumori allievandoli col balsamo delle parole facili, nel dizionario Treccani è un’appendice di populismo (“atteggiamento ideologico che, sulla base di princìpi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi.”) Già ai tempi di Aristotele, però, i demagoghi venivano considerati come un pericolo per la vita pubblica. L’uso spregiudicato del linguaggio e della psicologia, questa tendenza a far leva sulle aspirazioni irrazionali delle masse, non provoca l’inclusione ma il suo esatto opposto. Esclude dalla partecipazione attiva alla politica. Quando nei governi popolari la legge viene subordinata alle decisioni di molti, fa notare Aristotele, i demagoghi al potere inizieranno a preoccuparsi di una cosa più del resto: demonizzare l’avversario, proponendolo come nemico del popolo, per aumentare e mantenere il proprio consenso.
In democrazia, parola abusata più delle altre, per servire i più non si presuppone la bontà dei popolo, ma al contrario la debolezza dei singoli che lo costituiscono. Tucidide attribuisce a Pericle, paradigma classico del fior fiore della democrazia ateniese, queste parole: la democrazia è equilibrio armonioso fra Stato e individuo perché protegge lo Stato dall’egoismo individuale e l’individuo contro l’arbitrarietà dello Stato. Nessuna contrapposizione fra popolo (etico) e governo (viziato), semmai l’ambizione di bilanciarsi tra l’agire dell’uno e dell’altro.
In fin dei conti, l’idiota moderno deviando dai significati reali delle parole e dai concetti che sottendono, si comporta in modo simile a quello di Deleuze. L’idiota moderno si solleva dal sentire comune. L’unica differenza è che, diversamente da quello deleuziano, lo fa nel segno del meno e mai del più. Così, anche un principio basilare come quello di democrazia rappresentativa, in cui tecnicamente è il popolo che obbedisce al governo eletto e non il contrario, si ribalta nel rovescio della medaglia.

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