Design

Il multiverso di Mario Bellini

19.01.2017

Nelle foto, immagini dell'allestimento della mostra “Mario Bellini. Italian Beauty”

Alla Triennale di Milano una vasta retrospettiva sull'architetto e designer che ne cura anche l'allestimento: «Per la prima volta, una mostra sul mio lavoro è ospitata nella mia città»

Il multiverso belliniano si sviluppa al piano terra della Triennale di Milano. Per entrare nel percorso espositivo di Mario Bellini. Italian Beauty bisogna superare una gigantesca libreria che contiene pezzi pregiati di produzione del designer/architetto/artista, che ha quasi 82 anni, quasi senza sentirli. «Per la prima volta, una mostra sul mio lavoro è ospitata nella mia città, Milano. Sono, come dire, commosso. È giusto che arrivi quando la mia vita è molto avanti. Abbiamo scavato negli archivi, tirato fuori centinaia di modelli. Spero di lasciarli a disposizione, non voglio tesaurizzarli per me». L’apertura a ogni costo è una possibile chiave di lettura che spiega le contaminazioni di cui Bellini è, ed è stato, protagonista: oggetti tecnologici, tavoli (con il suo debutto, Cartesius, progettato nel 1962, vince il primo di otto Compassi d’oro), sedie (sono 700mila gli esemplari di Cab disegnate per Cassina nel 1978, tuttora prodotte e vendute), poltrone, divani, servizi da caffè, lampade, gioielli, penne, vasi, chopstick, ma anche musei, edifici residenziali, scuole, banche, biblioteche, centri congressi. L’esplorazione del reale è ampia e variegata. Anche se non ha mai disegnato chiese, né cantine vinicole.

Deyan Sudjic, direttore del recentemente rinnovato Design Museum di Londra, cura la mostra insieme a Ermanno Ranzani (architettura) e a Marco Sammicheli (design). Nel suo incipit, all’interno del catalogo che l’accompagna, ricorda un momento illuminante: «La prima volta che ho sentito Mario Bellini parlare del suo lavoro è stato alla Aspen Design Conference del 1981, quando venne invitato insieme a Bernardo Bertolucci e Susanna Agnelli, a rappresentare “l’idea italiana”. Da allora mi accompagna una frase che disse in quell’occasione: “Per me, è interessante ed entusiasmante l’idea di progettare la prima macchina per scrivere elettrica portatile o il primo personal computer, non la quinta versione della stessa idea di base”».

Kar-a-sutra è un prototipo di auto realizzato nello stabilimento di Cassina per la mostra del MoMA Italy: the New Domestic Landscape (1972): una monovolume che libera lo spazio per i passeggeri e che anticipa di almeno dieci anni la Renault Espace. Ma nel curriculum di Bellini ci sono anche il Programma 101 (1965), il primo personal computer da tavolo di Olivetti, insieme ad altri gioiellini tecnologici dell’azienda di Ivrea in cui Bellini arriva dopo l’esperienza alla Rinascente: la calcolatrice in gomma morbida Divisumma 18 (1973), la macchina per scrivere elettronica portatile Praxis 35 (1980, Compasso d’oro l’anno successivo). Per Brionvega ha disegnato le tv TC3 (prototipo, 1968), Volans (1968), Aster 20 (1969). «Steve Jobs dopo Aspen è venuto a Milano a chiedermi di disegnare per lui».

L’aneddoto è raccontato dall’architetto nello spazio che, nella mostra, rappresenta la Wunderkammer della costellazione bellinina: una parete con le foto degli oggetti amati, il violino della moglie, il pianoforte a coda regalo del presidente Yamaha ai tempi in cui faceva consulenze per loro, la raccolta completa delle lettere di Mozart, i piatti di Lucio Fontana, il portaghiaccio di Gio Ponti. La playlist in diffusione, la spiega sempre lui: «Ecco King of Blue di Miles Davis, e poi suoneranno le Variazioni Goldberg». Di fronte alle foto, un personalissimo abbecedario. Di Jobs, Steve abbiamo detto. Design: «Significa disegno e basta. Spiegatemi sennò la differenza tra una caffettiera “normale” e una di design». Specchio: «L’artificio che amo di più. Un’assenza che raddoppia la presenza». E di specchi, nel percorso espositivo, ce ne sono: accompagnano il visitatore lungo la galleria principale nelle grandi stanze dell’architettura. In fondo, la retrospettiva su Mario Bellini è allestita da Mario Bellini («è sempre stata una gioia per me allestire le mostre»). Un cortocircuito già accaduto giusto trent’anni fa, nel 1987, quando il MoMA di New York gli dedicò la personale Mario Bellini: designer. Un privilegio concesso solo, prima, a Ray e Charles Eames.

Dipartimento delle arti islamiche del Louvre, Parigi (2012)

Deutsche Bank, Francoforte (2011)

Mico, Milano (2012)

Il 1987 è un spartiacque. Mario Bellini, designer, intensifica l’interesse e il lavoro nel campo dell’architettura: inizia l’ampliamento dei padiglioni della Fiera di Milano nell’area Portello, con la costruzione dell’iconico “timpano”. Un intervento, in quella zona della città, che idealmente si chiude nel 2012 con la realizzazione del Nuovo Centro Congressi (Mico) ricoperto dalla celebre “nuvola” di alluminio. I progetti, sotto la Madonnina, sono molteplici, anche se spesso rimangono sulla carta come gli schizzi per Piazza Anita Garibaldi a Baggio che nella fantasia di Bellini diventa coperta, circondata da colonne verdi, invase dalle piante. È il 1984, accanto ai disegni – abitati da personaggi balthusiani come Le Chat de la Méditerranée (1949) un omaggio al realismo magico di cui Bellini è appassionato e collezionista – una spiegazione semplice: «Abbiamo scelto di intervenire nella periferia […] dove le smagliature […] diventano potenzialità di sviluppo positivo». Il rinnovo del complesso di Brera è invece un lavoro tuttora in corso.

«I miei progetti sono come miei figli, non ce n’è uno preferito. Ci ho messo tutto me stesso», racconta lui davanti ai video dei suoi edifici più famosi, che nell’allestimento sono accompagnati dai rumori che si sentono accanto a loro o al loro interno: il Dipartimento delle arti islamiche del Louvre (2012), un vello dorato che ricopre la settecentesca Cour Visconti; la sede centrale della Deutsche Bank (2011) a Francoforte con una gigantesca sfera metallica all’interno, il Tokyo Design Center con la sua cupola in vetro (1992). «Le forme le sogno di notte, poi non devo far altro che disegnarle», confessa. Del resto Deyan Sudjic, alla presentazione della mostra – che si può visitare dal 19 gennaio al 19 marzo – si è detto «onorato di aver avuto la possibilità di passeggiare nella mente creativa di Mario Bellini». E nella galleria di specchi è come attraversare sessant’anni di progettualità italiana, ancora in divenire, come dimostra il nuovo progetto per l’Antiquarium di Roma: il nuovo museo del foro accanto al Colosseo. È anche una rassegna di domande senza risposta: «Perché gli edifici e gli arredi domestici hanno una lunga permanenza nel tempo e le macchine, in senso lato, diventano subito obsolete?», si chiede Bellini. Un dubbio che può accompagnarsi a una convinzione universale dell’architetto: «La ricerca della bellezza deve essere inarrestabile» perché «ha in sé una forza eversiva e salvifica».

UNA VITA DI PROGETTI

Mario Bellini nasce a Milano nel 1935. Si laurea al Politecnico della sua città nel 1959 in Architettura con Ernesto Nathan Rogers. Dopo una prima parte della carriera dedicata all’industrial design si dedica a progetti architettonici su grande scala, in tutto il mondo. È stato direttore della rivista “Domus” dal 1985 al 1991. Ha allestito numerose mostre, l’ultima, del 2015, è “Giotto, l’Italia” al Palazzo Reale di Milano.
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