C'è chi ha gridato al capolavoro e chi l'ha accusata di essere vacua, confusa e pretenziosa. A noi è piaciuta e vi spieghiamo il perché

The OA è uscita da più di un mese ma non è stata consumata compulsivamente come Stranger Things, a cui viene paragonata, né tanto meno si avvicina a quel tipo di consenso trasversale che accomuna pubblico di età e gusti diversi. Non è passata inosservata e se ne è scritto molto anche in Italia, soprattutto sui social, ma alcuni pareri sono così violentemente negativi che ho dovuto forzarmi per iniziare a guardarla. Salvo scoprire, poi, che è una serie in grado di parlare a certi spettatori molto più intimamente di prodotti magari più perfetti come, appunto, Stranger Things.

The OA è scritta da Brit Marling, che interpreta anche la protagonista, e Zal Batmanglij (fratello maggiore dell’ex chitarrista dei Vampire Weekend). I due lavorano insieme da dieci anni e Brit Marling è conosciuta al pubblico indie da quando, nel 2011, ben due suoi film sono stati presentati al Sundance Film Festival: Another Earth e Sound Of My Voice (scritti e interpretati da protagonista). Il secondo lo aveva scritto con Batmanglij, ed è una specie di prima stesura di The OA: il personaggio principale è una figura messianica a capo di una setta, con una storia difficile da credere e un’intensità esoterica da pazza, o da truffatrice.

Anche Prairie, la protagonista di The OA, è un tale insieme di dettagli simbolici che per lo spettatore realista è difficile stare al gioco fino alla fine, e scrivendoli mi sembra impossibile evitare l’effetto comico.

Prairie (chiamata così perché ha gli occhi azzurri come i cieli delle praterie) è nata in Russia ma è rimasta orfana, comprata da una coppia già piuttosto anziana direttamente dalla zia emigrata mercante di bambini, è cresciuta nel Midwest. Era cieca ed è stata rapita da uno scienziato pazzo quando aveva una ventina d’anni, quando torna a casa ha magicamente riacquistato la vista (The OA è pieno di metafore letterali: Prairie prima non vedeva, adesso sì). Ha iniziato a chiamarsi “The OA” come fosse il nome d’arte di un rapper (non dico che significa per non rovinare la sorpresa a chi non l’ha vista), ha delle premonizioni che le fanno sanguinare il naso e dice di avere una missione di cui non dà nessun dettaglio ai cinque sfigati (quattro studenti e una professoressa) che tutte le notti si riuniscono per sentirla raccontare la sua storia e ballare su una coreografia contemporanea.

Ho cercato di descrivere la trama nel modo più ridicolo possibile perché sono due le ragioni principali per cui The OA a molti è sembrata pretenziosa: l’aspetto meta di una trama che sostanzialmente racconta di una donna che racconta una storia davanti al fuoco (Claudia Durastanti ha paragonato Praire a Sherazade e al potere narrativo della stessa Netflix); la fiducia che ripone nel potere della creatività come antidoto alla violenza antisociale degli anni duemila. Per Hollywood Reporter è un prodotto semplicemente «ridicolo, ed è presentato come tremendamente serio e profondo». Ma se è vero che in The OA non c’è nessuna ironia (e non è un male) è vero anche che è la serie stessa a spingersi nel ridicolo e a mettere in dubbio tutto quello che ci ha raccontato. La profondità, se c’è, non sta di certo nel miracolo di Prairie che riacquista la vista in una dimensione celeste.

Il misticismo e il soprannaturale – che in Stranger Things erano citazioni di epoche passate e atmosfere di genere e per questo non erano aspetti problematici, ma neanche veramente originali – in The OA servono a tenere occupato il lettore, anche a costo di deluderlo quando le vere finalità delle serie si scontrano con le aspettative generate nel lettore.

Baudrillard diceva che «perché una scena abbia senso ci vuole l’illusione». E le reazioni di parte del pubblico su The OA tirano in causa la capacità dello spettatore contemporaneo di sospendere l’incredulità: quando Marling in un’intervista dice che «se vuoi credere in qualcosa, devi farlo in presenza del dubbio», risponde implicitamente al nostro fervore da fact checker che ci impedisce di goderci una storia per quello che è.

Se The OA ha deluso qualcuno è perché la serie nella sua interezza risponde a domande diverse da quelle che solleva nell’intreccio, anche se le sue sono domande più universali. Perché i temi di fondo a cui vuole arrivare non coincidono con il numero di magia con cui ci ha distratto per otto puntate. Ed è interessante che al pubblico più sgamato piaccia la riflessione sul linguaggio di The Arrival, trovando geniali degli alieni che comunicano con macchie di inchiostro, e non quella sulla creatività di The OA, trovando ridicola la danza contemporanea.

Per ogni giudizio definitivo che non riesce a spiegare il successo di The OA senza pensare che il pubblico sia del tutto scemo (come quello del New York Times che ha parlato di finale «cheaply provocative») c’è un commento che sottolinea come la storia raccontata da Marling e da Prairie sia riuscita a parlare ben al di là delle sue premesse, creando un rapporto con lo spettatore – questo sì – davvero reale e profondo.

The OA è una serie che parla della capacità di aiutarsi a vicenda e della libertà che ognuno può trovare nel proprio potere creativo. «Come hai sopravvissuto tanto a lungo?», chiedono a Prairie, che ha vissuto 7 anni in una specie di gabbia per criceti insieme ad altre vittime dello stesso rapitore. «Sono sopravvissuta perché non ero sola».

Se volete, è una serie sentimentale che evita il sentimentalismo con i viaggi interdimensionali. Ma è una serie interessante anche tagliando tutte le scene fantastiche (che, ma questo è gusto, a me sono piaciute molto). Soprattutto, The OA mette in questione la capacità dello spettatore di interpretare un linguaggio non realista – anche se non è ambientata in un mondo di fantasia con draghi e zombie di ghiaccio – e di emozionarsi di fronte epifanie narrative forse più adatte a un racconto ottocentesco che a una serie tv con una produzione milionaria.

In questo senso è davvero l’opposto di Stranger Things: se questa rappresenta la capacità di Netflix di portare al largo in crociera mentale quante più persone possibile allo stesso tempo, The OA testimonia, forse, della volontà di parte del mercato televisivo di parlare magari a meno persone, ma più direttamente. E magari anche il bisogno, da parte del pubblico che l’ha apprezzata, di prodotti che abbiano il coraggio di affrontare temi universali, anche a costo di sembrare ingenui quando se ne parla in società.

Chiudi