Meglio il sole della notte, meglio i club delle camerette, meglio vivere. Recensione preventiva di “I See You”, il nuovo «attesissimo» album del terzetto londinese (il 20 febbraio in concerto a Milano)

«I’ve been a romantic for so long /
All I’ve ever had are love songs
»

(I Dare You)

Lasciate alle spalle le camerette in cui nottetempo si rifugiavano a intrecciare parole e suoni ovattati, gli XX si sono aperti alla vita: hanno preso le misure dell’enorme successo raccolto in questi anni, osservano il mondo con occhi diversi, se la stanno godendo decisamente di più. Il minimalismo sofferto degli esordi non poteva bastare, sarebbe risultato fuori tempo massimo, perché alla fine cresci e ti tocca imparare a gestire incertezze e tremori in modo più consapevole. Nulla di rivoluzionario, sia chiaro: Romy Madley Croft, Oliver Sim e Jamie XX continuano a prediligere il nero e a confessarsi con quel timido lirismo che è ormai un marchio di fabbrica, ma che molto sia cambiato in termini di estetica musicale e contenuti risulta evidente sin dall’inizio di questo nuovo album, I See You – il terzo nella carriera del giovane terzetto londinese –, in uscita venerdì 13 gennaio.

Dangeuros, il primo brano, è quanto di più lontano i tre abbiano mai fatto insieme: lo shock di una fanfara caraibica campionata in apertura, giro di basso e ritmi two-step a seguire, una certa spalvaderia raddensata in un verso («Cause I couldn’t care less / If they call us reckless») che ha tutto il sapore di una dichiarazione d’intenti. Se il clima è quello di una festa con musica garage, a seguire arriva la luce di Say Something Loving, e gli XX non sono mai sembrati così felici: un crescendo a stento trattenuto, pieni e vuoti a incastrarsi, gli effetti di un’inedita condizione di pienezza («I don’t know what this is / But it doesn’t feel wrong», ripete Romy, quasi incredula, sul finire) in procinto di realizzarsi definitivamente – sia pure per poco; poi, introdotta da un falsetto, ecco Lips, con il suo sinuoso incedere esotico che è anche una reminiscenza delle sofisticate atmosfere firmate Sade (la celebre cantante soul britannica è tra gli idoli dichiarati della band).

Che cosa succede? «Abbiamo sempre amato il pop e per questo disco abbiamo cercato di assecondare i nostri gusti. Mi è davvero piaciuto non essere più costretta in un ruolo», ha raccontato Romy, voce femminile e chitarra. «Il disco è il risultato di un cambiamento: abbiamo cercato di fare quel tipo di musica che ci piacerebbe ascoltare, non quella che la gente si aspetta che le proponiamo», ha aggiunto Oliver, voce maschile e basso. Come prima, i due intrecciano la loro corrispondenza d’amorosi sensi su un tappetto di ritmi spezzati e note di chitarre riverberate; ma il monocromatismo notturno degli inizi si colora di toni inediti, la palette di soluzioni si amplia, i confini vengono superati. Artefice della svolta è il terzo componente del gruppo, il produttore Jamie XX, che alle composizioni dei compagni applica quelle ricette sonore già mostrate nel suo album solista, In Colour (attenti al titolo…), tra i migliori dischi usciti nel 2015. Ora più eclettici e estroversi, gli XX guardano con convinzione verso il mondo della musica da club (A Violent Noise), fanno uscire On Hold, un singolo pop-dance spensierato – nella misura in cui è consentito loro – con tanto di campionamento tratto da I Can’t Go for That (No Can Do), un vecchio brano di Daryl Hall & John Oates (1981), inseriscono in I Dare You un coretto in stile Coldplay («Singing oh-oh-oh / Go on, I dare you») che già immaginiamo intonato all’unisono dalle folle dei festival a cui il gruppo parteciperà la prossima estate.

Mentre Replica si muove morbida assecondando il mormorio di Oliver («Is it just our nature / To be struck on repeat?», canta il bassista, agognando un cambio di passo che pare conquistato), in Brave For You Romy ricorda commossa la morte dei genitori (la mamma persa quando aveva 11 anni, il padre scomparso mentre lei – ventenne – era impegnata nel tour promozionale dell’album d’esordio), componendo un inno che oscilla tra gratitudine e celebrazione («And when I’m scared / I imagine you’re there / Tell me to be brave»), con colpi di tamburi in lontananza a incrementare il pathos. È sempre la chitarrista a farsi interprete delle esperienze più emotive del disco. Performance racconta il tentativo di dissimulare le ferite del cuore al cospetto di un amore non corrisposto («You won’t see my hurting / When my heart it breaks / I’ll put on a performance / I’ll put on a brave face»), in una tensione tra orgoglio e dolore sottolineata dallo stridore di un violino sullo sfondo. Test Me chiude l’album in modo sontuoso, all’insegna di un intimismo senza compromessi: il brano è la testimonianza delle difficoltà incontrate nel corso di un’amicizia che dura da sempre, quella tra i due cantanti, e delle sfide che anche questo rapporto impone («Test me / See if I stay / How could I walk the other way?»); una sorta di ballata, scurissima, con un uso sapiente delle pause e delle cesure interne (altro marchio di fabbrica della band), richiusa su un finale post-rock. Sipario.

Dieci brani, 39 minuti di musica, si lascia il disco con una punta di dispiacere, perché ne vorremmo di più. In I See You non tutto sembra a fuoco: l’equilibrio tra quello che il gruppo è stato e la direzione intrapresa rimane incerto e a tratti si ha l’impressione che lo sfoggio di mezzi tecnici e di produzione penalizzi l’ispirazione invece di esaltarla. Ma sono interrogativi sofisticati e noiosi, adesso, perché comunque parliamo della prima, notevole uscita discografica del 2017: se vi va, andate ad ascoltarla il 20 febbraio al Mediolanum Forum di Assago-Milano, unica tappa italiana del tour della band.

I See You

Prodotto da Jamie Smith e Rodaidh McDonald, etichetta Young Turks.
Track list: 1. Dangerous 2. Say Something Loving 3. Lips 4. A Violent Noise 5. Performance 6. Replica 7. Brave For You 8. On Hold 9. I Dare You 10. Test Me

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