Prime reazioni di giubilo al quartiere seguite da pause angosciose: bello è bello ma sarà mica anche un po' fascio? Nel frattempo si contraggono nomi per troppa affettuosità: «Ma t'è piasciuto Lalla Land?»

A una settimana dall’uscita, brigate La La Land sparse un po’ ovunque. Da Monti a Settembrini, da Piazza Vittorio a Garbatella, mobilitazione nel quadrilatero dell’aristocrazia cinematografara. È tornato il cinema, basta serie Tv. Fiaccolate al Circo Massimo per la notte degli Oscar a La La Land. Lo si era già visto a Venezia, si torna a vederlo in sala. Il Pigneto ama La La Land, il Pigneto diviso su La La Land. Tutti quanti dicono “Lalla Land”, «l’hai visto Lalla Land?», «t’è piaciuto Lalla Land?», ed è subito Rugantino, Tirollalero lallà. Elio Germano e Ilary Blasi, musiche di Garinei e Giovannini, l’ukulele al posto dei mandolini, la prima scena perfetta per il raccordo anulare, in piedi sopra i cofani delle machine, tutti in fila davanti all’Ikea. E allora basta yoga e corsi di zumba, iscriviamoci a tip tap. Pensiamo in grande, come con Jeeg Robot, non ci credeva nessuno, hai visto invece.

Ma i supereroi non interessano più. Ormai è tutta un musical la Roma cinephile del film “difficile”, dell’opera “personale”, del cinema “necessario”, di quel soggetto che ho buttato giù, un mockumentary, un crowdfunding, sentiamoci. Il Pigneto lo vede solo in lingua originale. Si sconfina nella ZTL del Fiamma, del Nuovo Olimpia, del Barberini. Se ne parla dopo. «Bello per carità, bravi tutti, ma non è Grease, non è Rocky Horror, Moulin Rouge, Singin’ in the rain»; «qui non c’è una sceneggiatura, signori»; «non saranno troppe quattordici candidature?»; «è un musical, ma non è un musical; malinconico, irrisolto, astratto, non è così americano come sembra». E poi c’è Ryan Gosling che al Pigneto è congelato nell’icona malandata di Blue Valentine, scorticamento amoroso di un po’ di anni fa, pieno di silenzi, baffi hipster, albe livide, pedinamenti della macchina da presa. In “Lalla Land”, Emma Stone si imborghesisce, lui no. Ma poi a noi ci piacevano i musical? Tutte quelle melensaggini? Mah. Perplesso il Pigneto su “Lalla Land”. Non è che qui si fa il gioco di Trump? Make America Great Again. Ci vorrebbe un pezzo di Goffredo Fofi su Internazionale. Di quelli «fermi tutti, questo è un film fascista».

Perché «dietro l’apparente nostalgia del jazz, c’è la celebrazione della smaniosa logica individualista, la lotta per diventare qualcuno nella mostruosa distinzione fra tra winner e losers», perché è un film «confezionato ad arte per giustificare la chiusura dell’individualismo, l’egoismo sfrenato dei nostri tempi, lo smantellamento dello stato sociale in corso nelle società occidentali». Ma Fofi tace. Allora perché non tentare davvero con Elio Germano e Ilary Blasi. Lui vuole riaprire il Folkstudio col kebab e le birre artigianali. Lei sogna di sfondare a Hollywood. Alla fine, stufa della palude romana, va a vivere a Echo-Park perché le ricorda il laghetto dell’Eur. Si incontrano anni dopo, un giorno per caso sul Sunset, in una lunghissima sequenza onirica girata in 16mm, lui canta “Ciumachella de Los Angeles” riarrangiata dagli Avion Travel, lei sbotta a piangere, molla tutto, tornano insieme a Monteverde vecchio.

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