Il nuovo disco della band californiana ci riporta a un’era di disagio e ironia

La tenerezza con cui oggi ascoltiamo la musica anni Novanta era assente dalla musica stessa, allora. Ora, invecchiati, riascoltare il grunge o le Throwing Muses ci commuove, ma quella musica aveva angst, il disagio, la rabbia giovane. Il lato commovente in tempo reale della musica anni Novanta era rappresentato dai Pavement di Here o di Range Life e Gold Soundz: con la scusa dell’ironia, erano riusciti a metterci dentro del languore. Dopo di loro, nessun altro ci riuscì finché a fine decennio non arrivarono i Grandaddy.

Il suono era ironico, alludeva alla frontiera, ma una frontiera già abbandonata, e la band californiana, desertica, costruiva canzoni usando ripetitivamente, attonitamente, quel che per altre band non sarebbero stati che frammenti di brani. Era Under the Western Freeway. «L’estate qui, ragazzi / l’estate qui mente di brutto / All’ufficio turistico avevano detto che ci saremmo divertiti». Chitarre rivestite di tastiere giocattolo e walkman con suoni registrati accostati al microfono. Poi il suono si andò ispessendo e il tema della band emerse nei due dischi successivi, il canonizzatissimo The Sophtware Slump e il beachboysiano Sumday: l’argomento era l’uomo triste dalla pelle verde davanti al computer in ufficio, che culminava nella bucolica The Group Who Couldn’t Say, dove gli impiegati modello vincono una gita fuori città: «Darryl non riusciva più a parlare / Si chiese come fosse possibile che gli alberi fossero cresciuti tanto alti / Calcolò altezza larghezza e densità a scopi assicurativi». Era la musica già nostalgica dell’esplosione di internet e del lavoro informatico. Seguirono altre pubblicazioni, ma la trilogia era completa, e il gruppo andò in stand-by, anche perché aveva guadagnato poco.

Way We Won’t

Nel video che anticipa l’album Last Place (3 marzo) spicca l’attore Jason Ritter

Negli anni, questo ascolto sempre minore perché poco angsty e molto Tenero Giacomo, rimase nel cuore di chi l’aveva scoperto, e a poco a poco andò a sistemarsi tra gli ascolti più importanti dell’epoca.

A cinque anni dalla reunion per suonare nei festival, esce un nuovo disco, Last Place. Non è da una copia watermarked ascoltata nel computer che posso farmi un’idea se il disco possa aggiungersi al loro canone. Last Place è un po’ meno pieno e compatto degli altri, ma è se possibile più triste e malinconico (That’s What You Get for Getting out of Bed), anche se in certi terribili casi, nel rifare gli anni Novanta inciampano sui Weezer più da college (I Don’t Want to Leave Here Anymore). Magari i violini in The Boat is in the Barn non sono necessari (ammesso che non sia un ironico preset di tastiera – dal computer non si capisce), ma c’è un motivo per cui il loro rock bucolico ha senso dopo il trionfo del rap per manifesta inferiorità dei bianchi annoiati del rock: i Grandaddy sono genuini, e supertristi, non se la tirano e fanno musica per buone ragioni, le stesse per cui noi la ascoltiamo.

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