Explicit / Fiction

Anna era un investimento

di RAFFAELLA SILVESTRI
22.03.2017

Raffaella Silvestri

© Francesca Cari

I genitori degli anni Ottanta avevano ottenuto prosperità e ricchezza. E cosa avevano fatto per averle? Si erano impegnati. Avevano seguito delle regole che sembravano dettate dal buon senso. E lo stesso – pensavano – avrebbero dovuto fare i loro figli. Un estratto da “La fragilità delle certezze” (Garzanti), il nuovo romanzo di Raffaella Silvestri

La vita di Anna era fatta di alternanze energetiche: momenti in cui era in up, in cui faceva, pensava, si muoveva di più e più velocemente dei suoi coetanei. In quei momenti si chiedeva: come ho fatto a non vederlo prima. Perché quando l’energia calava, era come non vedere. Era come indossare degli occhiali deformanti che le facevano vedere solo la bruttezza delle cose, le strade sporche delle periferie, i bagni con le porte scarabocchiate, i topi in metropolitana. Tutto il resto spariva, in quei periodi: la bruttezza prendeva il sopravvento come un disegno in rilievo. Procedeva quindi a scatti, la frenesia alimentata dai momenti di stasi e la stasi alimentata dalle delusioni incassate durante la frenesia.

Marcello era un maratoneta, se non proprio un marciatore. Chilometri su chilometri con la pazienza nella testa e la resistenza nelle gambe. Mentre correva assimilava, e così la stessa esperienza scolastica aveva lasciato lei quasi del tutto ignorante sulle nozioni che lì si insegnavano, e lui onnisciente o giù di lì.

La grande differenza fra loro era in quello che rappresentavano per la generazione precedente. Il filo del non detto che li legava ai rispettivi genitori. Se Marcello era una piacevole sorpresa, Anna era un investimento da cui ci si aspettava un ritorno.

Era un investimento economico, ma soprattutto morale, esistenziale; la destinataria di sacrifici non meglio identificati. Perché la generazione che era diventata ricca negli anni Ottanta, l’aveva fatto risparmiando. La necessità di risparmiare le era stata trasmessa in eredità dalla generazione della guerra, e loro si erano trovati questi grandi stipendi, questa capacità di spesa, ma avevano deciso di non goderne a fondo. I figli erano l’alibi perfetto di un’attitudine al risparmio e all’accumulo che era più profonda e non era giustificata dalla necessità.

E così, Anna si era ritrovata a essere un investimento. La questione era che, come in tutti gli investimenti, i genitori di Anna avevano un’idea precisa della sua gestione, e cioè delle cose che lei avrebbe dovuto fare per mantenere alto il ritorno. Avevano la sicurezza di avere la ricetta giusta, perché a loro era capitato di trovarsi lì, in un punto migliore, più alto di quanto avrebbero mai sognato da piccoli, e ne avevano tratto la convinzione di saperla lunga. La convinzione che ci fosse un unico modo, e che il modo fosse il loro. Era una rigidità che neanche i loro genitori avevano mai avuto. La generazione dei nonni di Anna e Marcello aveva imparato che da un momento all’altro le cose possono cambiare, che non ci si può mai dire sicuri, che c’erano un sacco di sfumature, del mondo, che loro non capivano.

I nonni ne avevano viste tante. Ma cosa avevano visto, questi genitori degli anni Ottanta, in fondo, se non prosperità e ricchezza alla portata di chi lavorava per ottenerle? Erano stati i primi laureati delle loro famiglie, i primi viaggiatori, i primi fieri possessori di una o due case di vacanza. E cosa avevano fatto per avere tutto questo? Si erano impegnati. Avevano seguito delle regole che sembravano dettate dal buon senso, da un po’ di praticità e da tanto impegno.

Così dovevano fare i figli. I figli di questa classe medio-borghese che abitava Milano dalla periferia al centro: bastava solo che seguissero le regole. Fai una facoltà utile, e tutto andrà bene. Il mondo sorride ai laureati nelle materie scientifiche. Ai dentisti. Ai medici. Agli economisti.

Ma i loro figli sarebbero diventati il prodotto di ben altre, più complesse, spinte sociali e personali. Da una parte, come tutte le generazioni giovani, voleva migliorare, sì, ma migliorare a modo suo. I figli degli avvocati volevano fare gli artisti e i figli dei medici volevano fare i rivoluzionari politici. Quando era il momento, cominciavano a scegliere quelle facoltà che iniziavano con «scienze», «scienze del». Scienze politiche. Scienze della comunicazione. Ai loro genitori sembrava la sagra delle scienze inutili. Volevano fare filosofia, storia, lettere. Ai loro genitori sembrava la definizione stessa di spreco delle risorse.

D’altra parte, proprio ai tempi in cui questi figli facevano l’università – avendo più o meno assorbito e ascoltato i suggerimenti dei genitori – era scoppiata la crisi economica più grande di sempre, più grande ancora di quanto loro ai tempi potessero comprendere o immaginare.

Non era scoppiata, veramente, perché non c’era stato nessun botto, nessun rumore eclatante. Si era più che altro diffusa, come un contagio, sotto forma di immobilismo, di crescita zero, di incertezza. Le lauree utili, poco tempo dopo, avrebbero perso la loro garanzia di utilità.

Raffaella Silvestri
“La fragilità delle certezze”
Garzanti 2017
286 pagine, 16,90 euro

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