Yolo / Arte

Cartoline dalla Terra Inquieta

28.04.2017

Adel Abdessemed, “Hope”

Photo Maris Hutchinson/EPW Studio Courtesy of Adel Abdessemed

La nuova mostra della Fondazione Trussardi, realizzata con la Triennale di Milano, raccoglie i lavori di artisti che raccontano il grande dramma del nostro tempo: migranti, uomini in fuga, masse senza nome in cerca di un domani. Il risultato è un’esposizione di grande impatto, zeppa di opere e informazioni

Le dieci bandiere di Pravdoliub Ivanov sono quelle degli Stati fondatori dell’Unione Europea, ma il fango in cui l’artista bulgaro le ha immerse le ha trasformate in rigidi cenci marroni, identici tra loro, orfani del loro carico di identità e speranza. Di fronte, due grandi collages di Thomas Hirschhorn mandano in cortocircuito le odierne macerie siriane di Aleppo con le rovine della Roma imperiale, incrociando le immagini su uno sfondo di centesimi d’euro; in fondo al corridoio, la vecchia Panda carica dei bagagli e degli effetti personali di Manaf Halbouni pare parcheggiata lì nell’attesa di un esodo imminente.
È l’incipit di La Terra Inquieta, il progetto espositivo per il 2017 della Fondazione Trussardi, realizzato con la Triennale di Milano, dove la mostra è ospitata fino al 20 agosto. L’istituzione presieduta da Beatrice Trussardi ha sempre prediletto le monografie di artisti contemporanei in luoghi insoliti, lontano dai circuiti culturali canonici della città (Palazzo Cusani, la Caserma XXIV Maggio, il compianto Cinema Manzoni..); poi ha cambiato registro con La Grande Madre, ricognizione storica collettiva sulla figura femminile e il potere della donna allestita nel 2105 nelle sale di Palazzo Reale. Punto fermo di questa parabola, il direttore artistico Massimiliano Gioni, ideatore e curatore anche della nuova esposizione.

Runo Lagomarsino, “Mare Nostrum” (2016)

Courtesy Francesca Minini, Milan and Collection Agovino, Naples

Wafa Hourani, “Qalandia 2087” (2009)

nstallation view, Haus der Kunst, Munich Nadour Collection, Düsseldorf / Paris Photo: Wilfried Petzi

La Terra Inquieta affronta di petto l’attualità e parla di migranti, uomini in fuga, masse senza nome in cerca di un domani. Può l’arte raccontare il grande dramma del nostro tempo ritagliandosi un suo spazio specifico di rappresentazione e testimonianza? È l’interrogativo teorico a cui la mostra punta a dare una risposta, raccogliendo i lavori di più di sessanta artisti provenienti da vari Paesi del mondo. Molteplici i linguaggi, le sensibilità, le tecniche e gli esiti. Il risultato è una sorta di romanzo corale che, con l’intento dichiarato di voler restituire voce e dignità alle moltitudini ferite dalla contemporaneità, non retrocede dinnanzi alle potenziali insidie del politicamente corretto.

Phil Colliins, “How to Make a Refugee” (1999)

Courtesy Shady Lane Productions, Berlin and Tanya Bonakdar Gallery, New York

Yto Barrada, “Couronne d'Oxalis (Oxalis Crown)” (2006)

Courtesy Yto Barrada and Sfeir-Semler Gallery Hamburg / Beirut

El Anatsui, “New World Map” (2009)

Courtesy of El Anatsui and Jack Shainman Gallery, New York

L’allestimento si estende all’interno della galleria al piano terra della Triennale e in alcune sale del piano superiore. Il percorso è denso, d’impatto, stipato di lavori e informazioni. I codici tradizionali sono affidati agli scatti di cronaca vincitori del Premio Pulitzer 2016 per la sezione Breaking News Photography; alle copertine della Domenica del Corriere che ci ricordano di quando anche noi, disperati, prendevamo la via del mare; agli oggetti appartenuti ai dispersi nel Mediterraneo raccolti dal Comitato 3 ottobre di Lampedusa. Il resto è libera interpretazione d’artista. Si passa dal gigantesco e immaginifico plastico di Qalandia realizzato dal palestinese Wafa Hourani alle video-installazioni tripartite di John Akomfrah e Isaac Julien, dai fumetti di Hamid Sulaiman al crocifisso di Danh Vo. Degna di nota l’opera di Francis Alys, Don’t Cross the Bridge Before You Get to the River, incentrata su un ponte umano composto da bambini e barche-giocattolo costruite con sandali e infradito. È forse l’unico momento dell’intera selezione in cui si respira un certo, velato ottimismo.

Liu Xiaodong, Refugees 4 (2015)

Courtesy Massimo De Carlo, Milan/London/Hong Kong

Šejla Kameric, “EU / Others” (2000)

Courtesy Šejla Kameric and Galerie Tanja Wagner, Berlin

Manaf Halbouni, “Nowhere Is Home ” (2015)

© Manaf Halbouni

Il piano di sopra è dedicato alle opere di più ampie dimensioni. Percorsa la scala elicoidale (da qualche anno avvolta dagli splendidi vetri di Daniel Buren), la concitazione si stempera. Ai piedi della celebre mappa ricamata di Arrigo Boetti si stende il Mar Morto di Kader Attia, magliette e jeans abbandonati che sembrano galleggiare sul pavimento come sulle acque di un naufragio; a fianco, lampeggia il neon “Mare Nostrum / Mare Mostrum” di Runo Lagomarsino. Anche Mona Hatoum presenta una mappa del mondo, solo che la sua è composta da un’infinità di biglie di vetro disposte a terra, a comporre una geografia di confini al tempo stesso rigidi, trasparenti e instabili – una precarietà che si era già respirata passando sotto la grande casa del camerunese Pascale Marthine Tayou, appesa al soffitto a testa in giù. Mentre Adel Abdessemed fa arenare nel centro della sala Hope (speranza), un grande relitto di legno stracarico di sacchi d’immondizia, c’è spazio anche per la partecipazione attiva promossa da Tania Bruguera: è Dignity Has No Nationality, campagna di sensibilizzazione a cui Gioni, durante la presentazione della mostra, invita ad aderire compilando una cartolina che verrà indirizzata a papa Francesco, affinché il pontefice estenda la cittadinanza vaticana ai migranti privi di documenti. La curiosità, però, è per la reinterpretazione del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo firmata dall’artista cinese Liu Xiaodong, con gli ospiti dei centri d’accoglienza milanesi al posto dei nostri contadini, qui in prima assoluta.
La Terra Inquieta chiude affidandosi a un’altra opera di Thomas Hirschhorn – l’artista dei collages di cui si parlava all’inizio –, collocata all’esterno del cubo dove viene proiettato il video sulla Statua della Libertà di Steve McQueen: è un tessuto quadrato con la scritta “1 Man = 1 Man”, quasi uno slogan di protesta per riscoprire quel briciolo di umanità che tutti ci accomuna. È messa alle spalle del pubblico che esce, molti non ci fanno caso.

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