EDI Effetti Digitali Italiani è l'azienda milanese che ha curato alcuni degli effetti visivi della serie americana disponibile dal 1° maggio su Amazon Prime Video. E ha anche lavorato a “Gold”, film con Matthew McConaughey in uscita il 4 maggio

C’è una mano italiana dietro ad alcuni degli effetti visivi di American Gods, la serie di Starz disponibile da noi su Amazon Prime Video dal 1° maggio. Si tratta della squadra di EDI Effetti Digitali Italiani, azienda di Milano fondata nel 2001 da Pasquale Croce e Francesco Grisi, con sede in un vecchio edificio industriale dalle parti di via Sarpi: 1.540 metri quadrati compreso lo spazio di co-working (inEDI) inaugurato all’inizio dell’anno, con servizio di barba e capelli il lunedì su richiesta e su poltrona vintage. Biliardi, calcetti, videogiochi arcade, biciclette, un ristorante (aperto al pubblico), tanti computer, schermi e la sala riunioni, con appese le locandine dei film a cui la squadra ha lavorato. «In realtà sono di più», osservano Gaia Bussolati, supervisor effetti visivi nonché socia di EDI, e Rosario Barbera, producer effetti visivi dell’azienda. A sentire i nomi di Bryan Fuller e Michael Green, creatori di American Gods, Barbera fa un respiro profondo. Il lavoro è stato intenso e meticoloso. «Siamo stati uno degli studi con cui la produzione ha collaborato (un altro, per esempio, è Buf, azienda francese da cui vengono i due fondatori di EDI, ndr). Il nostro intervento si vedrà nell’episodio 8», racconta. È quello finale, che comprende alcune scene di cosmogonia mitologica con protagonista Bilquis, dea dell’amore: qui il potere divino ha davvero bisogno degli effetti digitali per manifestarsi. La serie è tratta dal libro omonimo di Neil Gaiman del 2001 – già lettura di culto tra gli appassionati – e racconta la vicenda delle divinità del mondo antico approdate in America con le migrazioni, e qui alle prese con la sopravvivenza e con un popolo legato alla terra, al grande spirito, ma anche alle proprie creazioni: alla tecnologia, alle autostrade, alla tv. EDI aveva già lavorato a Una serie di sfortunati eventi, una serie originale Netflix tratta dai romanzi di Lemony Snicket, con Neil Patrick Harris.

La sede milanese di EDI, con lo spazio di co-working inEDI

In realtà gli effetti visivi non si nutrono solo di fantasy o giù di lì. Sono presenti in moltissime commedie, come spiega Bussolati: «Sono effetti digitali, diversi da quelli speciali, fisici, che sono le esplosioni o il make up. Noi lavoriamo sulle scene impossibili da girare dal vero o sugli errori. In fase di pre-produzione diamo suggerimenti su dove utilizzare il greenscreen (il fondo verde che viene poi “riempito” digitalmente, ndr), o sull’illuminazione, per avere poi un risultato ottimale in fase di intervento digitale. Sulle attrici facciamo trattamenti di beauty, togliamo occhiaie, brufoli, orecchie a sventola, e poi aggiungiamo oggetti o li correggiamo». Si tratta di elementi aggiunti tramite Cgi (Computer Generated Imagery). Aggiunge Barbera: «Una cosa che ci è capitata di fare spesso, anche in American Gods, è la set extension: ricostruiamo il panorama che si vede dalle finestre della stanza in cui è ambientata la scena. Nel nostro primo film americano, Fathers and Daughters di Gabriele Muccino, con Russell Crowe e Amanda Seyfried, abbiamo lavorato a un centinaio di inquadrature, incluse quelle in cui dovevano vedersi le torri gemelle di New York, che abbiamo ricreato». «Per dare un’idea: una commedia ha circa 800 inquadrature, un film d’azione 2.700», specifica Bussolati.

C’è la set extension di EDI anche in un altro film in uscita in Italia il 4 maggio al cinema: è Gold – La grande truffa, di Stephen Gaghan (Syriana) dove un Matthew McConaughey dall’incipiente calvizie va alla ricerca dell’oro fin nella giungla indonesiana. «Abbiamo ricostruito la vallata che si vede dalla stanza di Reno, Nevada, dove il protagonista viene interrogato», racconta Barbera. «E poi, tra le altre cose, abbiamo invecchiato e resa verosimile una busta che lui tiene in tasca per mesi nella foresta ma che nel girato appariva erroneamente immacolata», aggiunge Bussolati. L’executive producer Vfx (la sigla che sta per “effetti visivi”) era lo stesso di Fathers and Daughters.

«È stato Gabriele Muccino a farci fare il salto americano. Avevamo curato gli effetti visivi di Baciami ancora, e dei videoclip che aveva girato per Jovanotti: L’estate addosso e Tensione evolutiva», ricordano. Con lo studio Chromatica di Roma sono nella squadra dietro al primo film in lingua inglese di Paolo Virzì, che dovrebbe uscire quest’anno: The Leisure Seeker (In viaggio contromano), con Helen Mirren e Donald Sutherland. «E ora stiamo lavorando anche per una major americana», ulteriori dettagli naturalmente a seguire.

Momenti di lavoro all'interno di EDI

Due scene di “American Gods” in cui appare Bilquis

EDI è un’azienda con un fatturato che si aggira sui 4 milioni di euro annui, con una crescita media negli ultimi anni del 15 per cento. La quota derivata da lavori cinematografici è arrivata al 22 per cento. Il resto è generato dalla pubblicità. Ci lavorano, tra dipendenti e collaboratori, una cinquantina di persone, con competenze artistiche e tecniche (Bussolati è architetto, Barbera ha studiato ingegneria del cinema al Politecnico di Torino, per esempio) e lo spazio di co-working permette loro anche di accogliere quei 20-30 freelance che servono per commissioni particolari e magari in tempi particolarmente brevi. Ragiona Barbera: «I nostri migliori artisti vanno all’estero per fare film americani. La nostra idea è stata: perché non creiamo noi un polo di aggregazione? Per non perdere i nostri ragazzi una volta formati». All’orizzonte, c’è anche l’iniziativa di corsi di formazione, con materie come 3D art, motion graphic o color grading.

«Magari un giorno apriremo un ufficio a Los Angeles», sorride Bussolati, che racconta anche come sia stato incredibile lavorare con Terry Gilliam nel corto The Wholly Family girato qualche anno fa per Garofalo (l’azienda della pasta). Alla base di tutto infatti, c’è una grande passione per il cinema. Confessa lei: «Il film che mi ha cambiato la vita è stato Fight Club. Tra l’altro, Francesco Grisi ci ha lavorato. Era pieno di effetti fatti in modo innovativo: verosimili ma impossibili da girare dal vero. O guardiamo a Jurassic Park, girato più di vent’anni fa ed efficace ancora oggi: i momenti in cui sono stati usati gli effetti visivi sono 3 minuti del totale. O ancora: il primo Matrix è invecchiato meglio dei sequel, dove hanno un po’ esagerato con i doppi digitali, che stonano». Aggiunge Barbera: «È una questione di soldi e di mode. C’è stata una fase in cui i registi si sono fatti prendere la mano». E qui il pensiero va subito agli episodi I, II e III di Guerre stellari. «Oggi autori come Neill Blomkamp, J.J. Abrams, Christopher Nolan usano gli effetti solo dove serve». «La verosimiglianza è la chiave. Per questo li chiamiamo anche “effetti invisibili”: se non li vedi, vuol dire che sono fatti bene».

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Francesco Grisi

socio fondatore

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Pasquale Croce

socio fondatore

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Gaia Bussolati

Socia, VFX supervisor

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Rosario Barbera

VFX producer
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