Una donna, tre figli e un padre di cui si sono perse le tracce. Un estratto di “Una storia nera”, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi (Mondadori)

«Ma ieri a che ora se n’è andato?»

Era ancora il 7 agosto, era sera, Rosa, gli occhi pieni di angoscia, disegnava insieme a Mara sul tavolo stretto – appena più largo di quello di zio Franco, e per questo nella stanza c’era meno spazio, sembrava molto meno spazio – di casa di sua madre. Lì si soffocava. Le finestre erano tutte aperte, eppure non entrava un alito di aria, Mara era bianchiccia e appiccicosa, si passava di continuo le mani sulla faccia per staccarsi i capelli, certe gocce colavano negli occhi e lei se li stropicciava coi pugnetti segnati dai colori a spirito, giallo, rosa, rosso, gocciolavano sul foglio, i colori si sfocavano. «Mà?», Rosa rimase con un colore blu a mezz’aria, lei e Mara disegnavano la cena di compleanno della sera prima, blu era il cielo che si vedeva fuori dalla finestra di zio Franco. «A mà!».

Carla si riscosse, seduta anche lei al tavolo cuciva a mano una coccarda per un neonato, Benvenuto Federico, era un lavoro di fino, punto a croce, ricamo, la signora molisana che gliel’aveva commissionato si era raccomandata, avrebbe dovuto farlo sua suocera ma poi improvvisamente era mancata, aveva lasciato una coccarda a metà e ormai la gravidanza era agli sgoccioli, se Carla lo finiva in tempo l’avrebbe pagata di più, se no di meno, Se quando nasce il bambino la coccarda non è finita che me ne faccio, me la do in fronte, capisca pure lei. «Che hai detto Rosa, scusami», guardò sua figlia e si asciugò il sudore dalla fronte, una goccia le nacque tonda come un bottone dalla pelle, si allungò sul naso, cadde sulla coccarda bianca.

Rosa si alzò, scansò la bicicletta di Mara e la bambola regalo di suo padre (Mamma, mamma, tu sei la mia mamma, disse la bambola, alzò le braccine meccaniche come ad abbracciare), poggiò una mano sulla spalla della madre. «Sei preoccupata» disse. «Mamma? Ci dobbiamo preoccupare?».

«Ma no, ma no», Carla alzò gli occhi stanchissimi dentro quelli di sua figlia, «sarà in un giro dei suoi, starà concludendo qualche affare.» Le mise la mano sulla mano, era sudata e molle come le avessero sfilato via le ossa.

Concludendo qualche affare non era un’espressione di sua madre, il panico chiuse lo stomaco di Rosa. Se anche Carla era in pena, come combattere contro la paura?

«È uscito subito dopo che ve ne siete andati», sul suo telefono arrivò un messaggio con su scritto Manuel ma Carla nemmeno se ne accorse, gettò uno sguardo triste alla bambola, quella rimase zitta, «mi ha detto che se a Mara non piaceva le comprava qualcos’altro. Ha detto che ci teneva, in caso il regalo potevo sceglierlo io, tu sai bene cosa vuole, ha detto, prendile una cosa che le piace tanto, ricordati, ci tengo, si è raccomandato.» Le si strozzò un nodo nella gola.

«Mamma! Pipì!» Mara si svegliò all’improvviso dal disegno. «Mi scappa, mamma!»

Rosa si precipitò a portare sua sorella in bagno, le due donne si guardarono, respirarono, sorrisero.

Valerio Azzali

Poi da Massafra partì la denuncia di scomparsa.

Un uomo alto quasi due metri, possente, «due mani così, un sòrto di marcantonio mio fratello, e bello, bello, bello come il sole», occhi marrone scuro, quasi neri, e pelle chiara dentro un mare di nero – capelli, sopracciglia, barba, tanti peli –, non tornava a casa e non rispondeva al telefono da qualche ora, non si sapeva bene da quanto. A pranzo non era ritornato, aveva detto la donna delle pulizie. Ormai era quasi mezzanotte, l’ànzia era assai. Viveva solo.

«Signora Semeraro, lo sa, io a suo padre don Peppino lo conosco da una vita», il carabiniere era magro, quasi filiforme, sui sessanta. Guardò fuori, il comando di Massafra dava su una strada provinciale, niente a che fare con le vie del centro bianche e ciottolose. Oltre il comando c’era un benzinaio e nient’altro, finiva il paese, roccia e poco verde ai lati della carreggiata, buissima a quell’ora, si vedeva un cielo così scuro d’afa che gli sembrò pastoso, un presagio di nuvole grondanti umidità, si asciugò la fronte con un fazzoletto e lo rimise in tasca. «Ma se non passano almeno quarantott’ore non posso fare niente. E per di più da qui c’ho le mani legate, signora, suo fratello è scomparso a Roma. Se è scomparso, se non è andato a farsi un giro, dia retta a me che si è andato a fare un giro. Da qui, signora Semeraro, con tutta la buona volontà, non posso fare niente. Non si preoccupi però, io mi attacco al telefono, parlo coi miei colleghi là, parlo con tutti quelli che stànno da parlare. Però signora Semeraro lei mi si deve un po’ tranquillizzare».

Il carabiniere espirò, mai fatto un discorso così lungo in vita sua, il caldo gli aveva appannato gli occhiali, se li tolse, passò il fazzoletto pure su di loro, rimasero umidi, quando se li rimise non vedeva niente.

Mimma rimase composta, ascoltava, seduta, era una sedia di compensato di quelle che si usavano nelle scuole, il bordo sbrecciato le strappò una calza quando si alzò, Mimma non proferì parola, il carabiniere si corrucciò. Le tese la mano: «Stia tranquilla signora Semeraro, vedrà che si risolve. Vostro fratello», passò senza pensarci al voi, «si è fatto un giro e adesso torna».

Mimma annuì ed era un saluto, serissima, si tenne stretta la borsetta al petto, non allungò la mano, prese la porta e uscì.

La investì un’aria così densa di caldo che non si poteva respirare, suo marito Enzo l’aspettava nella Tempra color ghiaccio, guardò a sinistra e a destra, attraversò la strada, il marito si allungò verso il lato passeggero e le aprì lo sportello, venne fuori una trasmissione sul calcio dalla radio, Mimma si sollevò un po’ la gonna per entrare in macchina, si sedette, si premette una mano contro la sfilatura della calza come fermasse un’emorragia, «Mè?» chiese lui, abbassò il volume e la guardò.

«Sono una massa di poveriallòro» disse Mimma. «Da mo’ ce la vediamo noi e noi, dobbiamo fare a chi so’ io e chi sei tu».

Antonella Lattanzi
Una storia nera
Mondadori 2017
252 pagine, 18 euro

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