Ecco come, tra “Romanzo criminale” e “Suburra”, Giancarlo De Cataldo ha superato definitivamente l’idea pasoliniana di borgata e ha raccontato una città in cui centro e periferia sono entrate in un cortocircuito permanente. Pubblichiamo uno stralcio dell’intervento di Andrea Minuz nel libro “Roma punto e a capo. La città eterna attraverso gli occhi di grandi narratori” (a cura di Silvana Cirillo), pubblicato da Edizioni Ponte Sisto. Un volume in cui la Capitale è raccontata dalla penna di scrittori e poeti (con testi inediti di Goffredo Parise e Gian Gaspare Napolitano).

Nel nostro immaginario è ancora fortemente radicata un’idea delle periferie romane di stampo pasoliniano. Nonostante il cinema e la letteratura abbiano offerto almeno a partire dagli anni Novanta numerosi spunti per ripensare la complessità della città, l’immaginario delle borgate raccontate da Pier Paolo Pasolini esercita ancora una grande forza attrattiva. Permette cioè di mantenere intatta una certa visione idealizzata della forza propulsiva delle periferie e della dialettica tra centro e margini della città che nei fatti è superata come l’opposizione politica destra-sinistra. Il capovolgimento di questa dialettica (…) e più in generale la mutazione genetica di questa “Roma intorno a Roma”, è uno dei temi decisivi dell’opera dello scrittore-magistrato Giancarlo De Cataldo, tra i pochi a confrontarsi con l’idea pasoliniana di periferia per provare a superarla nella chiave di una complessità sistemica della città non riducibile all’opposizione centro-periferie.

Nella Roma che prende forma nei romanzi e nei film tratti dai suoi libri non c’è traccia delle periferie idealizzate da Pasolini. Per quanto idealizzati e immortalati nel mito, i paesaggi di Mamma Roma e Accattone riportano a un mondo scomparso che non ha nulla da dirci sulla Roma di oggi. Il racconto della malavita romana da Romanzo Criminale a Suburra si fonde invece dentro lo sviluppo degli ultimi quarant’anni della Città, offrendosi quindi anche come una sorta di saggio sulle trasformazioni genetiche dei suoi spazi, dei suoi margini, delle sue periferie. All’epoca dei “ragazzi di vita” la morfologia della città era ben definita: il centro cittadino, fulcro della vita politica e della burocrazia; la periferia delle borgate, una specie di “cintura rossa” costituita in maggioranza da manovali, operai edili, immigrati. È dal crepuscolo di questo mondo che prende vita la Roma di De Cataldo. Romanzo Criminale (2002), Io sono il Libanese (2012), Suburra (2013) e La notte di Roma (2015), scritti con Carlo Bonini sono segmenti di una rappresentazione della città che non fa leva soltanto sul lato oscuro della sua epica criminale, pescando a piene mani dagli archetipi del noir, ma che afferma anche e con forza l’obsolescenza della categoria di periferia intesa come dialettica rispetto al centro. Anzitutto, a cominciare dalla gestione del potere. De Cataldo trae le logiche conseguenze delle trasformazioni innescate dagli effetti del boom economico prima e dalle mutazioni sociali degli anni Ottanta poi, metamorfosi che ci hanno consegnato una periferia romana estremamente diversa da quella pasoliniana, più complessa sotto il profilo sociale, culturale, politico. (…)

La periferia si offre non tanto come spazio degli emarginati ma come luogo di elaborazione di un riscatto sociale che non passa per l’integrazione quanto per la vendetta, il conflitto, la violenza, la scalata nel giro della malavita. «Piamose Roma», come recita il refrain che si è diffuso nel gergo collettivo dopo il successo di libro, film e serie televisiva. (…)

L’ampliamento radicale e incontrollato del tessuto urbano di Roma, che a partire dalla fine degli anni Settanta ha creato attorno a un centro storico sempre più ampio e fluido, una periferia frammentata e in continua espansione, asseconda meglio che in altre città la costruzione di un noir metropolitano all’italiana. C’è un altro elemento chiave della drammaturgia del noir che si può trasferire facilmente a Roma. Tipico del noir è infatti l’idea che la città non sia solo lo sfondo delle azioni criminali, ma si offra essa stessa come un personaggio chiave del racconto. Los Angeles come una Dark Lady. Inconoscibile fino in fondo, imprevedibile, ammaliante, fatale. Non c’è bisogno qui di richiamare tutte le allegorie femminili con cui è stata pensata, raccontata e rappresentata Roma da Svetonio a Fellini. Ma in riferimento al progetto di conquista della Banda della Magliana di Romanzo Criminale, può essere utile rievocare un genere letterario italiano che nulla ha a che fare con il noir ma che pure permette di ampliare le interpretazioni possibili della Roma criminale raccontata da Giancarlo De Cataldo.

Si tratta di un genere letterario assai diffuso nell’Italia postunitaria, il cosiddetto “romanzo parlamentare”. La forma ruotava attorno a uno schema consolidato. L’idea era raccontare il nuovo assetto politico del Paese costruendo storie sempre sullo stesso motivo, ovvero l’arrivo a Roma di un giovane delegato dalla provincia, come nel caso del più celebre della serie, La conquista di Roma di Matilde Serao (1885). Le trame dei romanzi parlamentari erano molto simili tra loro: “Tenta di far carriera ma fallisce nel diventare il rappresentante della Nazione perché si ritrova succube di passioni che non riesce a controllare: solitamente donne, politica o qualche combinazione delle due”. Di solito, la donna che l’uomo non riesce ad amare o a conquistare, funzionava come allegoria di Roma. Questa variazione sul tema del rapporto città-provincia e l’idea di Roma come visione e sogno irraggiungibile alimenta una serie assai vasta di forme narrative. Tutto il cinema, l’autobiografismo e la mitologia felliniana si costruiscono ad esempio a ridosso di questo motivo.

Romanzo criminale

Romanzo criminale

Romanzo criminale

Romanzo criminale

In Romanzo Criminaleinvece, il sogno della conquista di Roma si costruisce ai margini della città, nella “Roma intorno a Roma”. Si nutre della voglia di rivalsa della periferia sul centro. Il centro storico, all’opposto, diventa il teatro di omicidi e azioni violente, come nel caso dell’uccisione del “Terribile”, in pieno giorno, sulla scalinata di Piazza di Spagna, atto che dà avvio all’escalation criminale della Banda. Se la complessità, la frammentarietà della metropoli americana è stata la grande sfida raccolta dal romanzo e dal film noir hollywoodiano, la wilderness della periferia romana ha fatto da sfondo a un prolungamento estenuante dell’epica neorealista, in cui le borgate romane si offrivano come possibilità di continuare a svolgere un discorso sulla rappresentazione degli ultimi e degli emarginati, da Pasolini a Sacro GRA, il documentario di Francesco Rosi celebrato alla Mostra di Venezia del 2013. All’opposto, l’epica criminale della Banda della Magliana e di Mafia Capitale raccontate da Giancarlo De Cataldo, riscrivono la retorica delle periferie dentro le forme dei generi, attraverso un’ibridazione dei modelli dell’inchiesta, del film di denuncia, del poliziesco e dell’affresco storico, per offrirsi come un prolungamento noir e postmoderno della tradizione del romanzo parlamentare italiano, compimento narrativo dell’intreccio tra potere, mitologia di Roma e brama di riscatto sociale. Romanzo criminale funziona in tal senso anche come discorso politico sulle mutazioni dello spazio urbano, perché intercetta l’avvio di un passaggio epocale. La fine dell’epica delle borgate e la trasformazione delle periferie in luoghi decisivi per raccontare le trame intricate della gestione e della spartizione del potere a Roma. Come afferma lo stesso De Cataldo:

«Le cose rispetto al periodo di Romanzo criminale sono cambiate. Non è stata solo la periferia a cambiare, è stato anche il concetto di periferia a essersi trasformato. Un tempo la periferia a Roma era identificata con le borgate. Adesso questi luoghi sono per la maggior parte inurbati, rientrano nel concetto di città metropolitana a tutti gli effetti. Ci sono delle nuove periferie, ma sono le baraccopoli dei poveri, sono i campi nomadi, gli insediamenti abusivi spontanei sulle rive del Tevere. Sono spazi al di fuori di qualsiasi idea urbanistica (…). Questi posti nuovi non sono i luoghi elettivi del noir. C’è da dire che anche questo genere letterario si è evoluto. Il noir ha un po’ contaminato i generi limitrofi, e il noir italiano, in particolare, si è allontanato dalla marginalità e tende sempre più al racconto dei rapporti tra poteri, economie criminali e la strada».

 

 

Suburra

Suburra

Emanuela ScarpaSubur

Suburra

Suburra

Emanuela ScarpaSubur

Ostia e Suburra

A un certo punto di Suburra, il boss di Ostia “Ernummerootto” pensa al futuro del litorale romano. Pregusta già i frutti della grande speculazione edilizia che dovrà trasformare Ostia in una specie di Las Vegas italiana e se la immagina «piena de’ ristoranti, de’ locali uno attaccato all’altro, gente che va e viene, macchine da paura, casinò, luci sempre accese». Ostia sarà «il Waterfront di Roma», come gli aveva spiegato il Samurai. Come Boardwalk Empire, come Atlantic City: «Casinò, alberghi, ristoranti, palestre, yacht, negozi, questo significa Waterfront». Nella trasposizione cinematografica di Stefano Sollima, l’utopia criminale del Waterfront si sovrappone alle immagini di una Ostia ancora pasoliniana, con le spiagge abbandonate, le ringhiere arrugginite, le baracche. Il sogno di grandezza del Numero Otto che scruta il litorale romano ha però anche qualcosa di malinconico, come lo sguardo dei vitelloni di Fellini sul pontile del Kursaal, mentre fissano il mare di una Rimini autobiografica che è sfacciatamente Ostia.

Suburra mette in scena l’ennesima incarnazione delle utopie romane che prendono forma a Ostia. L’utopia dell’elegante “città giardino” destinata alla rigenerazione fisica della borghesia romana fin de siècle, l’utopia della terza Roma che «si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno», l’utopia della promenade razionalista con le balaustre navali, e poi ancora i ricordi inventanti di Fellini, le vite violente dei borgatari di Pasolini, l’alba renversé di Nanni Moretti in Ecce Bombo, fino alla pista da sci da realizzare sul lungomare che Alemanno inserì nel bilancio 2012. «È spaventoso questo mare di fronte a Roma», come scriveva Alberto Arbasino. È spaventosa la Roma di Suburra, una città attraversata da pulsioni primordiali, sempre sul punto di inabissarsi, di sprofondare in uno stato di natura. «L’Anagnina aveva l’odore dolciastro e inconfondibile di quei luoghi in cui il fetore degli uomini e del cemento non ha ancora avuto del tutto ragione della campagna», scrivono Bonini e De Cataldo in apertura del settimo capitolo del romanzo. Un passaggio programmatico. Non è più solo il confine tra centro e periferia ad annullarsi. Suburra ridisegna anche il confine tra civiltà e insorgenza della natura. Da qui, la scelta di Sollima che nel tradurre il libro in immagine decide di mettere in scena una Roma perennemente sotto la pioggia. Nella Roma di Suburra piove sempre ed è quasi sempre notte. Come nel mondo distopico di Blade Runner. Come nella formidabile sequenza del Grande raccordo anulare in Roma di Federico Fellini, ricostruito per l’occorrenza dietro gli studi di Cinecittà, con il traffico paralizzato sotto una pioggia battente che in breve trasforma la cintura intorno a Roma in un variopinto, apocalittico girone infernale. La pioggia senza fine di Suburra costruisce uno smarrimento e una frammentazione simili. L’impossibilità di tracciare un confine tra gli spazi della città, tra il bene e il male, tra il Vaticano, la Mafia, la politica, il crimine. Una pioggia che diventa l’utopia rovesciata del Waterfront, come se il mare volesse inghiottirsi la città.

Rispetto a Romanzo CriminaleSuburra abbandona la strada del realismo, pur inscritto nei modelli di scrittura del noir, per aprirsi alle forme dell’allegoria. Sollima afferma:

«Suburra è un racconto sulla città e sul potere una sorta di gangster movie, un noir metropolitano spinto all’eccesso».

Ma al massimo della finzione e della messa in scena, Suburra incontra la realtà della cronaca. Libro e film coincidono con l’arrivo sui media del caso “Mafia Capitale”, innescando così un formidabile gioco di specchi tra personaggi, racconto, vicende giudiziario-mediatiche e indagati. «Piamose Roma» era il ritornello di Romanzo Criminale; «Non sono stato io, è stata Roma», quello di Suburra. La trasformazione della città in personaggio è compiuta. Roma agisce da sola perché ingovernabile, abbandonata a se stessa, sprofondata nelle sue viscere. Roma è Suburra Suburra è Roma. Come nell’antichità, quando il termine indicava la zona ai piedi del Palatino, a pochi metri dalla spianata dei Fori, lato oscuro della Capitale dell’Impero e punto d’incontro notturno di nobili, prostitute, ladri, cospiratori. Ricorda Carlo Bonini:

«Non è un caso la scelta del titolo eravamo entrambi concordi nel ritenere che c’era stato un capovolgimento tra la “strada” e il “Palazzo”. Noi la “suburra”, avremmo poi scoperto che Buzzi e Carminati la chiamavamo “la terra di mezzo”, noi evocavamo un luogo dell’antichità fortemente simbolico, Carminati si rifaceva a Tolkien e alla saga di Lo Hobbit, ma in realtà parlavamo della stessa cosa».

L’epica criminale di Roma come un palinsesto narrativo con dentro l’affresco storico alla American Tabloid di Ellroy (modello e fonte d’ispirazione dichiarata per De Cataldo), il noir hollywoodiano, Tolkien e l’inchiesta. Il finale del film con l’acqua e il fango che fuoriescono dai tombini nelle strade diventa così l’emblema di una resa, dell’instaurazione di uno stato di natura, dello smarrimento che attraversa la città. Roma senza papa, già immaginata da Guido Morselli, e di lì a poco anche senza sindaco.

Il percorso di mutazione genetica degli spazi della città iniziato con Romanzo Criminale trova qui il suo compimento. La Roma di Suburra ha perso ogni punto di riferimento, ogni distinzione tra centro e periferia, ogni gerarchia e polarizzazione, in una caduta agli inferi che travolge tutto, dalle stanze del Vaticano ai centri commerciali sul raccordo anulare. Una Roma irredimibile, certo frutto della fantasia letteraria e del gusto per il noir metropolitano più che della cronaca. Ma anche rappresentazione di una città che sperimenta fino in fondo le conseguenze dell’assenza storica di una borghesia, dell’esaurimento della spinta propulsiva dei partiti tradizionali, e dell’impossibilità di gestire le rapide trasformazioni delle sue periferie.

 

Roma punto e a capo. La città eterna attraverso gli occhi di grandi narratori

(a cura di Silvana Cirillo)
Edizioni Ponte Sisto 2017
320 pagine, 18 euro
In libreria dal 15 giugno
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