Siamo andati a curiosare tra i padiglioni di Unseen Amsterdam, la fiera che ogni anno promette uno sguardo d'insieme sulla fotografia contemporanea ancora inedita

Nonostante la dichiarazione (nemmeno tanto) implicita del titolo non sia da prendere alla lettera*, Unseen è sicuramente un’ottima spia di cosa stiano combinando oggi gli artisti che utilizzano la fotografia come principale mezzo di espressione.
Giunta alla sua sesta edizione, la fiera ha occupato gli spazi ex-industriali del Westergasfabriek di Amsterdam, all’interno di un parco abitato da conigli e anatre, sfruttando la struttura circolare del Gashouter (il gasometro) per una distribuzione molto razionale delle gallerie ospitate: attraverso uno zig-zag senza soluzione di continuità, la fotografia contemporanea ha detto ogni cosa e il suo contrario, in una sovrapposizione ordinata ma disorientante di sovraimpressioni, collages, installazioni, video, illustrazioni, incisioni, manipolazioni digitali e non. Il tutto, come è probabilmente giusto che sia, ponendo più domande delle relative risposte

I padiglioni della fiera all'interno del gasometro

© Diego Mayon

Per la coronaca: il premio assegnato dalla Meijburg Art Commission è andato al finlandese Pasi Orrensalo, che ha scaricato anche qui le sue tonnellate di rifiuti fluttuanti, mentre il lavoro di scouting voluto da Unseen in partnership con Outset Netherland permetterà all’inglese Theo Simpson di esporre una personale al Foam Museum nel 2018. Alla tedesca Andrea Grützner invece l’ING Unseen Talent Award (anche se l’inglese Alexandra Lethbridge l’avrebbe meritato altrettanto).
Da segnalare: gli intensi bambini ritratti da Cuny Janssen, il diario tra occidente e medioriente di Laura El-Tantawy, l’approfondita ricerca di Phenomena sugli “ufo believers” americani, il lavoro di Jason Larkin su come i musei raccontano la Storia, i dittici di fotografia terapeutica realizzati da Laurence Aëgerter, i mille toni di grigio dei paesaggi di Pentti Sammallahti e la destrutturazione del paesaggio di Fabio Barile. Il lavoro più bello in mostra è però quello di Kyle Weeks, che ha fatto posare i Palm Wine Collectors della natia Namibia, dimostrando che per sorprendere, affascinare e mostrare qualcosa di mai visto non bisogna necessariamente rielaborare la realtà tanto da ridurla a puro concetto

Number 1 (Red Volvo / Car), dalla serie Life Behind the Waste, 2017

© Pasi Orrensalo / Mirko Mayer Galerie / m-projects

Number 9 (Computers), dalla serie Life Behind the Waste, 2017

© Pasi Orrensalo / Mirko Mayer Galerie / m-projects

Vanden Plas, 2017

© Theo Simpson / Webber

Hive, 2017

© Andrea Grützner

The Path of an Honest Man, 2017

© Alexandra Lethbridge

Amsterdam, NL, 2013, 2017

© Cuny Janssen / Andriesse Eyck Galerie

Naples, Italy, 2013

© Cuny Janssen / Andriesse Eyck Galerie

#4 dalla serie Beyond Here Is Nothing, 2017

© Laura El-Tantawy / Seen Fifteen

#3 dalla serie Beyond Here Is Nothing, 2017

© Laura El-Tantawy / Seen Fifteen

#2 dalla serie Beyond Here Is Nothing, 2017

© Laura El-Tantawy / Seen Fifteen

#3 dalla serie Beyond Here Is Nothing, 2017

© Laura El-Tantawy / Seen Fifteen

Roswell High Art Club, dalla serie Phenomena, 2015

© Sara Galbiati, Peter Helles Eriksen e Tobias Selnaes Markussen (Phenomena) / East Wing

Mission for CIA, dalla serie Phenomena, 2015

© Sara Galbiati, Peter Helles Eriksen e Tobias Selnaes Markussen (Phenomena) / East Wing

First Aliya Museum (Zikhron Ya'akov, Israel), 2014

© Jason Larkin / Flowers Gallery London

Hanoi War Museum (Hanoi, Vietnam), dalla serie Past Perfect, 2016

© Jason Larkin / Flowers Gallery London

PHT #087, dalla serie Photographic Treatment, 2016

© Laurence Aëgerter / Galerie Caroline O'Breen

PHT #69, dalla serie Photographic Treatment, 2016

© Laurence Aëgerter / Galerie Caroline O'Breen

Finland, 2016

© Pentti Sammallahti / The Photographers Gallery

Several slump features and “sedimentary dykes”, dalla serie An investigation of the laws observable in the composition, dissolution and restoration of land, 2015

© Fabio Barile / Materia

Mevetwapi Joya, Kunene Region, Namibia, dalla serie Palm Wine Collectors, 2015

© Kyle Weeks / Red Hook Labs

Uriuavim Kapika, Kunene Region, Namibia, dalla serie Palm Wine Collectors, 2015

© Kyle Weeks / Red Hook Labs

A margine del core business, il Transformathorius (sala trasformatori) ha ospitato CO-OP, una selezione di collettivi tra cui si distinguevano i provocatori battitori d’asta olandesi di Dead Darlings, gli esotisti digitali francesi di LIVE WILD (da godere appieno online), i pionieri classicisti di Tendance Flou, e gli italiani di POIUYT che, fedeli alla volontà di mettere in discussione ogni realtà data in un mondo dove tutto è sotto controllo, hanno trasformato il loro stand in una radio votata alle fake news e in diretta su YouTube

CO-OP, lo stand del collettivo francese LIVE WILD

© Diego Mayon

Un padiglione apposito ha invece fatto da contenitore alla sterminata e veriegata (leggi: non sempre necessaria e ponderata) offerta di publisher e bookseller più o meno affermati che, eccellenze ed eccezioni escluse, di anno in anno cavalcano con sempre maggiore esperienza l’onda dell’editoria indipendente, o nascono un po’ come funghi attorno alla bolla dei photo-book e delle riviste specializzate.
Vincitori ex aequo del Dummy Award sono Internal Notebook di Miki Hasegawa (a tema abuso domestico sui bambini in Giappone) e Cry of an Eco di Malgorzata Stankiewicz, sulle ultime foreste primeve della Polonia (la percezione della natura, con particolare riferimento alle nuove generazioni, è anche il tema della campagna visiva commissionata da Unseen all’olandese Melanie Bonajo)

Il Book Market (nella foto lo stand della Hoxton Mini Press e, sullo sfondo, quello di KesselsKramer)

© Diego Mayon

Centro nevralgico del grande evento sociale, e in qualche modo dichiarazione d’intenti di una acclarata dissoluzione di senso, è stato però il Pleasure Photo Palace, la fun house pensata dal solito Erik Kessels e dal suo gemello cattivo Thomas Mailaender: vicini nella pratica dell’accumulazione di materiale d’archivio, diaristico e non professionale, paladini della riqualificazione della fotografia vernacolare, ma anche esponenti di una rieducazione dello sguardo che non può prescindere dalla fluidità di internet, i due buontemponi hanno immaginato un luna park goliardico con tanto di prove di coraggio, forza e precisione, dove le immagini vengono sfruttate, reiterate, tatuate, maltrattate, violentate, letteralmente distrutte. Non mancavano le predizioni del futuro (professionale) e, per un’esperienza davvero immersiva, il bagno-camera-obscura, in cui subire tra un bisogno e l’altro il riflesso capovolto di un evento volutamente al limite del cattivo gusto

L'entrata del Photo Pleasure Palace

© Diego Mayon

Giant Peephole

© Diego Mayon

Human Photo Album

© Diego Mayon

Jump Trump

© Diego Mayon

La gita ad Amsterdam è stata anche l’occasione per vedere dal vivo le opere selezionate quest’anno da Foam per il consueto Talent Issue: tra i venti artisti scelti si distinguono Vasantha Yogananthan, di cui sono esposte foto dai primi due capitoli dell’epico e bellissimo A Myth of Two Souls, Viacheslav Poliakov, che reinterpreta in estrapolazioni pop la naïveté delle subculture Ucraine, Weronika Gęsicka, ormai famosa per le sue disturbanti manipolazioni dell’immaginario americano degli anni ’50, e i nostri Errichiello & Menichetti, che indagano il mito italiano dell’infrastruttura pubblica nella sua devastata declinazione calabra

Boy Playing Girl, Janakpur, Nepal, dalla serie A Myth of Two Souls, 2016

© Vasantha Yogananthan

Dalla serie Lviv Gods Will, 2017

© Viacheslav Poliakov

Dalla serie Traces

© Weronika Gęsicka

Dalla serie Lviv Gods Will, 2017

© Viacheslav Poliakov

Dalla serie In Fourth Person

© Martin Errichiello & Filippo Menichetti

* Ma del resto cosa lo è, quando la fotografia perde in concretezza e tangibilità tanto quanto guadagna in ironia e concettualismo?

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