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È sempre bello parlare di calcio

Di ENRICO RUGGERI
IL 103 14.06.2018

Poesia con Saba e Pasolini, epica con Viola e Brera. Mai sottovalutare il racconto di una partita

Dalla prima edizione, quella del 1930, i Mondiali di calcio sono stati, assieme alle Olimpiadi, una cassa di risonanza e un punto di osservazione per decifrare il ventesimo secolo, e lo sono ancora oggi. Nazioni che si sono guardate in cagnesco, blocchi contrapposti, cortine di ferro, molti eventi sono passati in secondo piano davanti a certe partite di calcio. Lo sappiamo, il calcio è l’occasione che viene data a noi uomini per tener vivo il bambino che c’è dentro di noi: ci piace quel ritorno all’irrazionalità, ci scopriamo a guardare una partita con occhi diversi, infantili, spesso facendo il tifo per ragazzi che prima sono nostri coetanei, e che poi potrebbero addirittura essere nostri figli. Eppure, ci sembrano spesso più grandi di noi, come se sfogliassimo ancora un album di figurine. Il calcio può condizionare l’umore e la vita di un popolo, può perfino compattarlo, soprattutto quando si vince e magari si scende in strada a festeggiare, abbracciando persone con le quali nulla avremmo in comune! Ecco perché non va sottovalutato: molti ne hanno saputo cogliere la forza e addirittura la poesia, da Umberto Saba a Pasolini, molti hanno saputo raccontarci una partita usando (e non a sproposito) toni epici, da Beppe Viola a Gianni Brera, maestri nel miscelare leggenda e ironia.

Ecco perché è bello parlare di calcio e, quindi, di Mondiali.

Ho chiesto e ottenuto di poterlo fare, aprendo ogni venerdì una finestra, che ho chiamato Il cielo sopra ai Mondiali, all’interno della mia trasmissione Il falco e il gabbiano in onda su Radio 24.

Ho riscoperto emozioni antiche nelle edizioni pre-belliche (e del primo Dopoguerra), con gli eroi di un altro tempo che scendevano in campo per onor patrio, senza ingaggi né procuratori e profili Twitter, ho raccontato storie di cui avevo sentito parlare grazie a mio padre. Poi sono arrivati gli Anni 60 e, nel mio caso, i primi ricordi dell’infanzia: la Corea, Italia-Germania, Garrincha e Pelé. La memoria si è fatta nitida, io crescevo, il mondo cambiava, i Beatles e gli Stones erano i primi di molti eroi che nel mio immaginario si affiancavano a Cruijff, a Maradona, all’Italia dell’82: io ero diventato un uomo, quasi senza accorgermene ero passato dal vedere le partite con mio padre a farlo con mio figlio. Erano arrivate le cose meno poetiche, i manager, gli ingaggi stellari e le partite truccate: niente però riusciva a demolire del tutto il mio sguardo sognante di fronte a ventidue ragazzi che, undici alla volta, cantano un inno e cercano di superarsi a vicenda. Alla fine mi rimane una convinzione: in ogni caso certe partite è bello guardarle, magari con gli amici e una birra per rinfrescare una notte d’estate. E per quanto mi riguarda, è bellissimo anche raccontarle.

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