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È sempre la stessa vacanza

di GIORGIO IERANÒ
IL 103 18.06.2018

La voglia di abbronzatura, gli esodi al mare, il disprezzo delle élite per i cafoni da spiaggia, la fuga in piscina di chi non può partire... Prerogative dei nostri tempi? Sbagliato: dall’antica Grecia a oggi, nulla (sotto il sole) è cambiato

Che cosa c’è di meglio di una bella vacanza in Grecia? Il mare è limpido, si mangia pesce fresco, ci si rilassa, nonostante la folla dell’alta stagione. Lo diceva, quasi duemila anni fa, l’erudito Plutarco, scrittore e sacerdote nel tempio di Delfi, raccontando le vacanze dei suoi contemporanei. Così si legge, infatti, nelle Questioni conviviali, una delle operette minori plutarchee, riguardo alla località termale di Edipsos: «Edipsos, in Eubea, è diventata un luogo di villeggiatura molto popolare per i visitatori di tutta la Grecia, soprattutto grazie a un luogo chiamato Sorgenti Calde, che possiede molte risorse naturali per trascorrere con piacere il tempo libero ed è abbellito da ville ed eleganti condomini. C’è abbondanza di cacciagione, sia di volatili sia di animali terrestri, e il mare non è meno generoso nel rifornire il mercato di pesci ottimi per la tavola, che si trovano in acque cristalline vicino alle rive. Questa località di villeggiatura fiorisce soprattutto in piena primavera, quando diventa molto affollata: la gente vi si raccoglie, dimenticando tutte le sue preoccupazioni, e passa il tempo nell’ozio e dedicandosi a lunghe conversazioni». È una foto ricordo delle vacanze degli antichi, un frammento di vita quotidiana che serve a rammentarci come greci e romani non trascorressero il loro tempo sempre irrigiditi in pose monumentali. E come amassero viaggiare anche per diporto e divertimento, non solo per amore di conoscenza, per scoprire terre e Paesi lontani, come facevano il saggio Solone e lo storico Erodoto. Solone, in particolare, secondo Aristotele, visitò l’Egitto per emporia e per theoria, cioè sia per commerciare sia per vedere le bellezze dei luoghi. Ma magari anche lui, tra una visita ai templi di Menfi e una dotta conversazione con i sacerdoti egizi, si sarà fermato in qualche osteria lungo le rive del Nilo per farsi un bicchiere di birra, la bevanda più diffusa nel regno dei Faraoni.

Oggi amiamo distinguere tra il turista e il viaggiatore. Si guarda con sufficienza il primo, vittima predestinata dei tour organizzati e dei villaggi vacanze, uno che vuole solo il divertimento, non esce dai percorsi obbligati e in ogni luogo cerca casa sua, chiedendo la pasta al pomodoro o il caffè della moka. Mentre si celebra il secondo, consapevole, attento e rispettoso delle tradizioni locali. Tutti, com’è ovvio, abbiamo l’ambizione di essere viaggiatori piuttosto che turisti. Preferiamo identificarci con Bruce Chatwin anziché con Fantozzi. Ma non si pensi che certe dialettiche nascano solo con l’affermarsi del turismo di massa. Persino la retorica della fuga dalla città, della conquista di un orizzonte di aria pura e di un ritmo di vita meno frenetico, appartiene già al mondo antico. Seneca, filosofo e precettore dell’imperatore Nerone, nelle sue Lettere a Lucilio, racconta come, sentendosi un po’ di febbre e il battito del polso alterato, decidesse di partire per la sua villa di Nomento, fuggendo la vita trafficata, rumorosa e malsana dell’Urbe: «Appena mi sono lasciato alle spalle l’aria pesante della città e quell’odore delle cucine fumanti che diffondono tutti i loro vapori pestiferi, mescolati alla polvere delle strade, subito mi sono accorto che il mio stato di salute era cambiato». Certo, da sempre i ricchi fanno villeggiatura, non turismo. E non tutti i romani potevano permettersi le lussuose ville dell’aristocrazia. La gente comune si accontentava di andare alle terme, come oggi chi non ha i soldi per permettersi le vacanze si accontenta della piscina comunale. «La vita alle terme era la vita di spiaggia dei romani», ha scritto lo storico Paul Veyne. Non c’era città degna di questo nome che non avesse i suoi stabilimenti termali. E non c’erano terme che non pullulassero di sfaccendati, i quali passavano il loro tempo a giocare a palla o, magari, ad abbronzarsi. Sempre Seneca, nel suo trattato Sulla brevità della vita, inseriva nella lunga lista delle persone che sprecano la loro esistenza «non facendo nulla, ma con gran fatica» anche «quelli che passano la vita ad abbrustolirsi al sole». L’elioterapia, del resto, viene fatta risalire già a Ippocrate. E, accanto al sole come cura, c’erano anche le cure contro il sole. Secondo Plinio il Vecchio, una scrittrice di nome Salpe consigliava per le scottature l’applicazione di un misto di urina e bianco d’uovo. Forse ne faceva uso anche lui, visto che, ci racconta il nipote Plinio il Giovane, aveva l’abitudine di sdraiarsi al sole, dopo pranzo, nel giardino della sua villa. Nel IV secolo d.C., Oribasio di Costantinopoli, medico personale dell’imperatore Giuliano l’Apostata, raccomandava invece la psammoterapia, cioè le sabbiature.

Restava comunque, nell’élite intellettuale di ieri, come in quella di oggi, il disprezzo per i divertimenti vacanzieri più spensierati e volgari. Seneca deprecava lo stile di vita dei ricchi romani che, ogni primavera, sciamavano verso le loro ville del Golfo di Napoli. Qui una delle località di villeggiatura più famose era Baia: località salubre, con le sue sorgenti di acqua calda termale, ma anche molto festaiola. «Perché andare a Baia?», scriveva in un’altra delle sue lettere a Lucilio. «Per vedere gente ubriaca che girovaga sulla spiaggia e fa baldoria sulle navi, per farsi assordare dai concerti sull’acqua e assistere a ogni genere di eccessi?». Insomma, già allora, come esisteva lo stress della vita cittadina, esisteva anche lo stress delle vacanze. E anche allora restavano spesso frustrate le tante speranze risposte nell’andarsene, finalmente, lontano da casa, rompendo la routine della vita quotidiana. «Ti stupisci che viaggiare non ti aiuti a star meglio? Ma anche viaggiando ti porti dietro te stesso». Così diceva Seneca, memore delle parole definitive sull’argomento scolpite dal poeta Orazio in versi che sono diventati proverbiali. Non serve a nulla, diceva Orazio, partire, andare lontano, cercare luoghi esotici: «Caelum non animum mutant qui trans mare currunt», “Cambiano cielo e non animo quelli che corrono il mare”. Ma non facciamoci rovinare le vacanze dai latini. E, dunque, buona estate.

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