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Viva la Music Week… Ma le altre 51 settimane?

27.09.2018

I Mudhoney, alla Santeria Social Club di Milano il 23 novembre

Dopo la presentazione della nuova kermesse milanese dedicata alla musica (a novembre, con tutto quello che sta in mezzo tra i Mudhoney ed Eros Ramazzotti...), proviamo ad accordare le parole altisonanti con la dura realtà

Qualcuno mi deve spiegare questa moda delle “week”, ovvero delle settimane a tema. L’idea di inventarsene una per ciascuna delle cose belle che conosciamo è un’invenzione piuttosto recente, eppure sorprendentemente pervasiva, in particolare a Milano. Intendiamoci, nessuno ha niente contro moda (la capostipite), cinema, fotografia, design… Il fatto è che qui ci troviamo davanti a due problemi oggettivi. Il primo: in un anno ci sono 52 settimane, e contando i grandi classici (la Ferragosto Week, la Natale Week) si rischia di esaurirle in fretta. Il secondo: se il format può apparire semplice e divertente (scegli un campo d’interesse, scegli una settimana), la sua ripetizione indefinita finisce per apparire grottesca o – peggio – inutile.

Una delle divinità pagane divenute più di recente oggetto di apposita settimana sacra è la musica. Anche quest’anno, dal 19 al 25 novembre, Milano ospiterà la sua Music Week – presentata ufficialmente pochi giorni fa – con un cartellone di concerti, dj set, mostre e incontri curato da Luca De Gennaro (non proprio un volto nuovo, diciamolo) che coinvolgerà artisti, locali, promoter ed etichette discografiche. Tanti i nomi in cartellone, da Elisa a Peter Murphy a Ben Ufo, pochi i sussulti (l’ospite d’onore è Eros Ramazzotti, per capirci), parecchia la confusione: è come se si fossero prese le programmazioni delle singole venues mettendole sotto un unico cappello, aggiungendo un paio di special guest a condire il tutto. Perché, ok che la musica va valorizzata sempre e comunque, ma qui stiamo parlando di uno zuppone che mette insieme i venerati Mudhoney da Seattle – presentati dal team di Santeria Social Club, realtà tra le più interessanti emerse in questi anni nel panorama live cittadino – e l’Eros di Vita ce n’è, il suo ventiseiesimo album, che verrà lanciato qui insieme al relativo tour mondiale «confermando Milano come capitale della musica (sic)».

Elisa, al Teatro Dal Verme il 19 novembre

MØ, al Fabrique il 21 novembre

Eppure, il punto rimane un altro: che cosa celebriamo con queste “week”? Leggo nel manifesto della kermesse milanese: «L’obiettivo è quello di potenziare e confermare la vocazione internazionale del tessuto artistico e produttivo milanese al fine di dare concreto sostegno alla filiera musicale italiana alimentando nuove opportunità per tutti i settori dello spettacolo, dall’industria musicale, agli autori, agli artisti». Rileggo con calma: potenziare e confermare la vocazione internazionale… dare concreto sostegno alla filiera musicale italiana. La filiera musicale italiana? E Ramazzotti? Conciliare le parole con la realtà appare sempre più complicato, ma quello che mi piacerebbe capire, al netto di sospetti e dietrologie, è come questo sostegno si materializzi, di quali opportunità stiamo parlando, nei fatti. Provo ad approfondire, e scorrendo il sito della manifestazione mi imbatto in un’altra frase da cortocircuito: «Enormi palazzetti, piccoli club, locali cool e circoli storici. La musica protagonista a Milano». La realtà, a Milano, è che la musica si suona e si ascolta sempre di meno dal vivo, che i locali che la propongono faticano a campare e – tranne rare eccezioni – vivono il tempo di una rosa, o alla meglio diventano vittime delle strategie di marketing, finendo per perdere la loro identità per strada. Pensare di invertire questa tendenza nello spazio di una settimana è – qui mi sforzo di non pensare male – pura utopia.

Piuttosto, andrebbe fatto presente a chi stabilisce le regole (e ne verifica l’osservanza) della “filiera musicale italiana” – che guarda a caso è tra i promotori di iniziative come questa – che in questa strana filiera non stiamo parlando di patate, ma di un “prodotto” culturale, e che un prodotto culturale non ha bisogno di celebrazioni lunghe una settimana, ma di cura, intelligenza, capacità di ascolto e dedizione costanti. Insomma, alla fine la speranza è proprio questa: che una settimana finisca per non bastarci. Che finalmente si torni a pensare che la musica e tutte le altre arti sono un terreno fertile, un terreno sul quale il nostro Paese è nato e cresciuto e che, come tutti i terreni, ha bisogno di essere costantemente alimentato, rivoltato, vivificato. Ogni giorno, e ogni settimana, dell’anno.

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