Qualcosa di antico, di vero, di arcaico si annida qui, tra gli scogli. Nella natura assoluta, dentro al sapore deciso del formaggio locale, del vino, quello che impasta la bocca, del salame di cinghiale. Tutto in Corsica sembra creato mischiando monti, uomini e mare in un unico, rabbioso splendore. Isola accigliata e scura, pare ruggisca

Percorrere la strada che da Bastia risale Cap Corse suscita sensazioni inquietanti. Ti sembra di sparire, mentre la macchina si allontana dalla civiltà. Gli abitanti ti spiano e ti giudicano. Italiano o francese? Portoghese o tedesco? La risposta è una per tutte: straniero. Da Pietranera a Macinaggio è tutta una sola strada sinuosa, precipizio da una parte e muro dall’altra. Ti accompagnano i luoghi bruciati, come se un’antica rabbia li avesse privati della linfa vitale. Una rabbia che è tutt’uno con l’isola scorre nei minerali e sotto la macchia. In Corsica manca l’acqua. I corsi sperano sempre che piova. Serve acqua per non ardere vivi e affinché gli ulivi producano olive. I bassi cespugli si arrangiano, così secchi, impervi, tozzi. Ma anche gli ulivi vogliono arrampicarsi verso la luce, scalare i pendii, e ogni tanto franano, per colpa dell’edilizia abusiva o dei cinghiali.

La Corsica ha una natura assoluta, è stata creata mischiando monti, uomini e mare in un unico rabbioso splendore. Sembra che ruggisca. La Corsica ha il volto ruvido e irto di barba incolta. Gli occhi hanno il colore della macchia, e anche il suo cuore è così intricato. Si corica tra i suoi monti bruciati e resi secchi dal sole e dal vento, come in un tiepido inferno, e si precipita fino agli scogli aguzzi. Infine si getta battagliera nel mare, che un anno porta le alghe e quello dopo le meduse. La Corsica è accigliata e scura, ma nei suoi occhi palpita un chiarore.

Cap Corse non ha nulla di una località turistica. Non sembra voler ospitare nessuno. I pochi paesini sembrano disabitati. Le ville sulla scogliera hanno le finestre senza vetri, come orbite vuote. Sui cartelli le scritte in francese sono state cancellate, rimangono solo quelle in corso. Su molti dei segnali stradali si vedono i buchi delle pallottole. Sembra di percorrere una strada deserta, dove le case sono solamente uno scenario per ingannare i passanti. D’inverno sembra che Cap Corse si svuoti di vita. È un contrasto strano quello tra la bellezza del posto e i suoi abitanti, abituati alla solitudine, fieri di sopravvivere in questo posto dimenticato da tutti. Qualcuno progetta di trasferirsi in Romania, qualcuno sa già che morirà lì, a pochi metri da dove è nato. La Corsica è piena di problemi, i francesi, le tasse, la criminalità, la disoccupazione, questo maledetto libeccio, lo stesso che appena s’innesca una scintilla prende per mano il fuoco e lo dirige altrove, portandosi via tutto, macchia, case e campeggi, persone, stretti l’uno all’altro, il fuoco e il vento, avvinghiati in una danza infernale.

Se sei turista e vai in Corsica, vai alla ricerca della natura, del mare, ma anche dei profumi dell’entroterra, la montagna, i villaggi abbandonati, come Caracu, le escursioni in montagna. Puoi decidere di aggirarti per i borghi medievali, caratteristici del “dito”, Cardo, appena sopra Bastia, oppure Erbalunga, con una delle tante torri che proteggono Cap Corse. Oppure Nonza, a vedere la spiaggia nera, o Canari, nascosta tra i castagni. Oppure stai cercando il mare, gli scogli, i ristoranti a bordo d’acqua, i paeselli dei marinai, come Macinaggio. Ma se sei turista e vai in Corsica, e scegli Cap Corse, allora sei alla ricerca di qualcosa di antico e di vero, di arcaico, che si annida tra gli scogli e la natura assoluta dell’isola. Allora scegli Meria, il paese, vai ad assistere al torneo di bocce, fatti raccontare dai corsi com’è difficile organizzarne uno d’inverno. Manca la gente. Fattelo dire da chi ha un ristorante, un bar, un negozio, che cosa significa per loro il turismo.

Tutto in Corsica ha il sapore forte del formaggio locale, del vino, quello che impasta la bocca, del loro salame di cinghiale. Tutto ha la forma di spuntoni e rocce, delle onde che difendono l’isola, dei boschi, della macchia. Ha quest’anima selvaggia e ribelle. È uno splendore. Se sei turista e vai in Corsica devi saperlo che non vai solo a farti qualche giorno di relax, vale la pena conoscere il cuore dell’isola, i suoi abitanti. Sono loro il suo palpitare, sono loro che difendono l’isola, che ti guardano arrivare dalle torri.

Se ti fermi a Luri, o vai nell’entroterra, vai a vedere Cannelle, troverai luoghi dove ancora vive un’atmosfera surreale, paesi minuscoli, quasi disabitati. Vale la pena andarci anche solo per percorrere le strade di Cap Corse. Quella costiera, a picco sul mare, ma anche quelle che tagliano “il dito” dall’interno. Scompari nell’isola, riemergi dall’altro lato e ti ritrovi ancora sulla distesa azzurra. Vedi l’isola dall’alto, tagli le alture. Incrocerai paesi dove ti sembra impossibile qualcuno possa ancora viverci. E invece. Questa è la loro battaglia, rimanere sull’isola, custodire la sua più arcaica natura.
 

Emma Piazza è l’autrice del romanzo L’Isola che Brucia (Rizzoli), ambientato in Corsica

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