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I destini incrociati di Graziella e Ilaria

IL 104 12.09.2018

La scomparsa della giornalista, che nel 1980 indagava su traffici illeciti in Medio Oriente, è ancora avvolta nel mistero. Ora, dopo due denunce, la Procura di Roma potrebbe riaprire l’inchiesta sul caso De Palo. Proprio come per l’omicidio della Alpi

Quanto tempo può sopravvivere una speranza? A volte anche una vita intera. Se è la speranza di avere giustizia o almeno un corpo su cui pregare. Una speranza, in nome della quale hanno vissuto due donne, madri di due giornaliste, dopo la scomparsa delle figlie: Ilaria Alpi e Graziella De Palo. La prima, uccisa in Somalia; la seconda, sparita nel nulla in Libano 14 anni prima. Ilaria, più nota al grande pubblico; Graziella, per anni inghiottita da un fitto oblio. Le loro sono state prima storie di inchieste giornalistiche, traffici illeciti e patti inconfessabili, in anni di terrorismo, stragi e Guerra fredda. Poi sono diventate soprattutto storiacce di morte, depistaggi e segreti di Stato. Contro tutto questo, si sono battute Luciana Alpi e Renata Capotorti. E più volte la comune battaglia ha fatto incontrare queste due donne esili e forti allo stesso tempo. Ora le due vicende giudiziarie quasi si sfiorano alla Procura romana di piazzale Clodio, dove a poche settimane di distanza un giudice dispone nuove indagini sull’omicidio dell’inviata del Tg3 (uccisa insieme al cameraman Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio), e dove arrivano due nuove denunce per provare a far riaprire l’inchiesta sulla scomparsa della giovane freelance, sparita il 2 settembre 1980 a Beirut con il collega Italo Toni, mentre lavoravano a un reportage sui campi profughi palestinesi dell’Olp.
Luciana Alpi, quest’ultima flebile speranza di giustizia per la morte di Ilaria, non è riuscita a vederla. Si è arresa, prima che il gip ordinasse ai pm di ascoltare una fonte confidenziale del Sisde, l’ex servizio segreto civile, e i due cittadini somali che in un’intercettazione dicevano: «L’hanno uccisa gli italiani». E questo è anche il timore più grande di Renata Capotorti. «Nostra madre vive nella speranza di vedere in carcere chi le ha portato via Graziella. E nel desiderio di riavere un corpo a cui dare sepoltura». A sentire Giancarlo De Palo, figlio di Renata e fratello maggiore di Graziella, è la madre, a 95 anni, la più convinta paladina della necessità di portare avanti gli esposti, dopo aver parlato con il loro avvocato, l’ex giudice Carlo Palermo. «Ci sono elementi nuovi su possibili responsabilità italiane dietro i delitti e c’è la possibilità che qualcuno sia ancora vivo», sintetizza De Palo. Il sospetto che emerge dalla confusione mediorientale, tra formazioni terroristiche vecchie e nuove, traffici di armi e patti inconfessabili, è che quel «duplice delitto possa essere stato una sorta di favore reso al nostro Paese da parte dell’Olp. Dietro quella duplice esecuzione, cioè, ci sarebbero stati interessi italiani legati forse a quei traffici che Graziella e Italo stavano scoprendo».
«Un ex agente del Sid, insieme ad altri inviati da imprese italiane, svolge un ruolo di base per lo smistamento delle armi in tutto il Medio Oriente e l’Africa», scriveva Graziella De Palo su Paese Sera il 21 marzo 1980. In questo groviglio di affari sporchi, diplomazie parallele e segreti di Stato, ci sarebbe la chiave di volta del duplice omicidio. E nelle fila di formazioni ora smantellate, qualcuno, a quasi 40 anni di distanza dai fatti, potrebbe finalmente rivelare informazioni sulla sepoltura di Graziella e Italo. Questa è la più forte delle speranze per le famiglie dei due cronisti. Con un appello, si sono rivolti anche all’ex braccio destro di Yasser Arafat, Bassam Abu Sharif, a lungo inserito negli organismi dirigenti del Fronte di Liberazione Nazionale della Palestina e ascoltato nei mesi scorsi in Italia dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro.

La vita della ventenne collaboratrice di Paese Sera e Astrolabio e quella del suo compagno e collega, con trent’anni in più di esperienza, partiti per il Libano tre settimane dopo la strage alla stazione di Bologna, sarebbero finite nella matassa dei rapporti tra i nostri servizi segreti e l’Olp di Arafat. E resta ancora celata dagli omissis, anche dopo la parziale caduta del segreto, la domanda che il pubblico ministero Giancarlo Armati rivolse a Stefano Giovannone, capocentro Sismi in quei drammatici Anni 70-80 nella strategica Beirut: «Che rapporto avevate con i palestinesi?». Lui oppose il segreto di Stato, l’allora premier Bettino Craxi lo confermò e così fece per due volte anche Silvio Berlusconi. Nonostante la legge sia dalla loro parte, e nonostante le promesse ricevute da più inquilini di Palazzo Chigi, la battaglia delle famiglie per l’accesso completo a quei dossier resta senza risposta. «Credo perché quegli atti riguardino un punto nevralgico ancora oggi delle relazioni tra l’Italia e il mondo arabo, ossia il cosiddetto lodo Moro», ipotizza Giancarlo De Palo. Con questa espressione, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ribattezzò l’ipotesi di una sorta di accordo di non belligeranza tra l’Italia e le organizzazioni palestinesi: niente attentati, in cambio di occhi chiusi sul passaggio di armi ed esplosivi sulla nostra Penisola. Segreti e patti inconfessabili. Che spiegherebbero forse i sistematici depistaggi per coprire le responsabilità dell’ala più dura dei palestinesi, quella del «dottore» George Habash nell’esecuzione dei due cronisti, e allo stesso tempo anche gli sforzi per imporre l’oblio sulla vicenda di Graziella e Italo. «I loro nomi non compaiono neanche negli annali di Reporter sans frontières, credo per un senso di malintesa solidarietà verso l’Olp», sospira il fratello.
Graziella e Italo erano arrivati a Beirut il 28 agosto 1980, soggiornavano all’albergo Triumph, parte della rete logistica dell’Olp, e avevano informato l’ambasciata della loro trasferta in un presidio avanzato dei palestinesi. Forse, gli stessi miliziani che erano andati a prenderli in hotel furono i loro rapitori; forse li interrogarono in un prefabbricato, usato come base dalle frange estremiste e poi li uccisero. Dove? E dove abbandonarono i loro corpi? In quasi quarant’anni, in tanti hanno seminato illusioni con piste inesistenti. Falsari, come i protagonisti del romanzo L’arrivo di Saturno, che Loredana Lipperini ha voluto dedicare a Graziella, sua amica d’infanzia. In realtà, l’intelligence italiana fin da subito sarebbe stata informata della sorte dei due cronisti. L’allora ambasciatore a Beirut, Stefano D’Andrea, aveva mandato un rapporto dettagliato alla Farnesina, ma tutto fu fatto sparire nei segreti di quegli anni, inquinati dalle trame della P2 di Licio Gelli.
Di recente questa ricostruzione è stata confermata anche da un ex collaboratore del Sismi, che lavorò con il colonnello Giovannone, accusato per quei depistaggi, ma morto prima di ogni sentenza. Come il suo direttore, Giuseppe Santovito, iscritto alla Loggia del Venerabile. Secondo l’accusa, avrebbero, tra l’altro, dirottato le ricerche verso l’area di Beirut occupata dai cristiano- falangisti, invece che in quella sotto controllo palestinese, dove effettivamente si persero le tracce dei due italiani.
Per il caso De Palo-Toni, l’unico condannato è un maresciallo dei carabinieri, Damiano Balestra, all’epoca addetto alla cifratura dei messaggi tra l’ambasciata a Beirut e la Farnesina che, invece di conservare il riserbo, aggiornava il colonnello Giovannone.
È per queste trame oscure e le illusioni negli anni troppe volte svanite che Giancarlo De Palo ammette di vivere «come un incubo» il pensiero di nuove trafile giudiziarie. Davanti a quella foto, però, in cui Graziella, ventenne, sorride in montagna, non può smettere, insieme al fratello Fabio e alla mamma, di lottare e credere che qualcuno, anche in forma anonima, voglia far avere loro indicazioni sulla sepoltura dei corpi. «Per portare un fiore. E concedere il perdono».
Non più per una battaglia giudiziaria, ma di sopravvivenza.

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