Emergenza immigrati? Sbarchi e richiedenti asilo erano questioni all’ordine del giorno anche nell’antichità. Ma la liberale Atene considerava cittadini solo quelli nati sotto l’Acropoli, Roma imperiale era invece più inclusiva. Al punto da far risalire le sue origini a un profugo

Alle origini di Roma, com’è noto, sta un profugo. Basta leggere l’inizio dell’Eneide di Virgilio: Enea arriva in Italia come un esule («Italiam profugus venit») dopo essere stato sballottato («iactatus») dal mare. Poi, certo, Virgilio precisa che il principe troiano è mosso dal fatum: una forza superiore e divina lo spinge verso l’Italia, la «antica madre», cosa che fa di lui un profugo molto speciale. Ma citare l’esperienza di Enea come paradigma delle disavventure dei migranti di oggi non è improprio. Si tratta pur sempre di un uomo costretto a scappare da una città distrutta dalla guerra, che, solo dopo un viaggio periglioso e qualche naufragio, passando per le coste dell’Africa, approda in Italia. Ed è interessante che Roma facesse risalire le sue origini a uno straniero cacciato dalla patria. Gli ateniesi, per esempio, non lo avrebbero mai fatto. Anzi, rivendicavano con orgoglio il fatto di essere autoctoni, di appartenere fin dai tempi più remoti alla terra che abitavano. Ed erano molto gelosi del diritto di cittadinanza, che concedevano con estrema riluttanza. Di ius soli, nell’Atene classica, non se ne parlava proprio. Era cittadino solo chi era nato da genitori entrambi ateniesi. Così aveva stabilito una legge di Pericle (anche se, peraltro, Pericle stesso era stato il primo a trasgredirla, facendo concedere la cittadinanza a suo figlio, nato da una relazione con Aspasia, una straniera dell’Asia Minore). Tutto il contrario dei romani che, al tempo di Virgilio, avevano già iniziato a largheggiare nella concessione del diritto di cittadinanza. Anche il giudeo Paolo poteva rivendicare di essere civis romanus e quindi chiedere di essere trattato con il dovuto riguardo. La piccola democrazia di Atene era più discriminatoria verso gli stranieri rispetto all’impero universale di Roma. Non deve stupirci: a volte gli Stati democratici possono essere molto intolleranti, gli imperi sanno essere più inclusivi.

Le storie di profughi abbondano nell’antichità. Enea e i suoi troiani affrontano problemi che s’impongono a ogni migrante, tra la necessità di integrarsi in una nuova patria e il desiderio di restare attaccati alle proprie tradizioni, ai propri lari e penati. Specularmente, nell’Atene del V secolo a.C., già Eschilo, nella tragedia Le Supplici, raccontava il dilemma di un governante alle prese con un gruppo di richiedenti asilo. La storia, a grandi linee, è questa: 50 donne, le Danaidi, fuggono dall’Egitto per evitare un matrimonio combinato. Sbarcano nella città greca di Argo, dove chiedono asilo al re Pelasgo. Accampate fuori dalle mura, minacciano di uccidersi se non verranno accolte. Pelasgo è un re democratico. Dice che spetta all’assemblea decidere se aprire le porte alle profughe. La decisione è difficile: quelle donne sono un problema, gli egiziani minacciano guerra per riaverle. Ma alla fine l’assemblea vota l’asilo politico, assumendosi i rischi della decisione. Il dramma di Eschilo è stato usato, in tempi recenti, come apologo sul dovere dell’accoglienza verso lo straniero. Quella legge greca dell’ospitalità per cui Ulisse, buttato sulle rive dei Feaci come un naufrago, nudo e sporco di salsedine, viene accolto e nutrito senza che nessuno gli chieda chi è e da dove arrivi: prima si salva il profugo poi, semmai, lo si identifica e gli si chiedono i documenti. «Gli stranieri vengono tutti da Zeus: un dono per loro, anche se piccolo, è sempre caro» dice Alcinoo nell’Odissea. Però, se uno pensa a come effettivamente gli ateniesi trattavano gli stranieri, e al ricorrente disprezzo dei greci per i barbari, si domanda quanto lo spirito di accoglienza dei re mitologici rispecchiasse la realtà.

Se si guarda all’antichità in cerca di modelli che ci illuminino davanti alle tragedie odierne, si trovano più problemi che soluzioni. Pensiamo allo straordinario mondo multietnico e multiculturale della civiltà ellenistica, nata alla fine del III secolo a.C. dalle conquiste di Alessandro Magno, che aveva inseguito il sogno di unire asiatici ed europei, macedoni e persiani, greci ed egizi in un unico popolo. È una civiltà che produce personaggi come il poeta Meleagro (130-60 a.C). Era nato a Gadara, odierna Umm Qais, in Giordania, e per questo si definiva «siriano»; però era cresciuto a Tiro, in Fenicia, e quindi si considerava anche fenicio; infine, era di cultura greca. Data la sua origine mista, nell’epigramma funebre che compone per se stesso, Meleagro chiede ai passanti di salutarlo in tre lingue: «Se sei siriano dimmi salam, se sei fenicio naidios, se sei greco chaire. Significano la stessa cosa». Il melting pot è un dato chiave dell’ellenismo. La stessa Alessandria d’Egitto era un crogiuolo di genti e religioni. Ma gli scontri interetnici erano all’ordine del giorno. Per l’élite greca di Alessandria gli indigeni egizi erano tutti ladri e malfattori. La comunità ebraica insediata in città fu vittima di veri e propri pogrom. E, nel 50 a.C., un romano di passaggio fu linciato da una folla fanatica perché aveva maltrattato un gatto, animale sacro agli egizi.

Il mondo ideale non è mai esistito, neppure nell’antichità. Anche a Roma, il poeta Giovenale si dichiarava infastidito dai troppi stranieri che affollavano l’Urbe: «I fiumi della Siria ormai sfociano nel Tevere. Non conta proprio niente aver respirato sin dall’infanzia l’aria dell’Aventino?». A ben vedere, lo stesso caso di Enea è problematico. Fu accolto dai latini che gli offrirono in sposa, in un matrimonio misto, la bella Lavinia, ma dovette vincere con le armi l’ostilità degli indigeni. Il re dei Rutuli, Turno, che voleva sposarsi lui con Lavinia lo avrebbe volentieri ributtato nel mare da cui era sbarcato. «Questi troiani che ci rubano le nostre donne…».

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