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Il senso dei Viito per la canzone popolare

07.09.2018

«Una musica vicina alla vita delle persone, facile da capire, ma allo stesso tempo non banale». È quanto vogliono fare i Viito, ovvero Giuseppe Zingaro e Vito Dell'Erba, coinquilini fuori sede e romani di adozione. “Troppoforte” è il loro debutto

Puglia, quasi cinquanta anni fa: c’è una donna che getta dalla finestra la fisarmonica del figlio, invitandolo a trovarsi un lavoro che gli permetta di aiutare la famiglia. Pochi mesi dopo, quel ragazzo parte per il militare. Sul treno diretto al Nord, incontra una giovanissima Caterina Caselli, che con la musica sta avendo successo. Le racconta di quella fisarmonica volata giù dalla finestra, della tristezza di aver dovuto smettere di suonare. Quel ragazzo di chiamava Vito Dell’Erba e all’epoca non poteva sapere che nel 2018 suo nipote – che porta il suo stesso nome – avrebbe firmato un contratto proprio con la Sugar di Caterina Caselli.

La vita è così: una serie di episodi casuali, come quello che ti porta a trasferirti in una camera doppia, piuttosto che in un’altra, dopo aver spulciato tra gli annunci immobiliari. I Viito non ci sarebbero, se Giuseppe Zingaro non avesse messo quell’annuncio per cercare un coinquilino. «È cominciato tutto in quell’appartamento», racconta Vito Dell’Erba: «Ero arrivato a Roma per studiare, il primo anno non conoscevo nessuno e vivevo sulla Prenestina. Poi ho trovato questo annuncio, e mi sono trasferito da Giuseppe. Ma all’inizio quasi non ci parlavamo: lui stava in una camera con la sua ragazza, io nell’altra doppia con un amico. Dormivo fino alle 2, passavo il pomeriggio ad ascoltare Lucio Dalla, poi uscivo e tornavo tardissimo». Dev’essere stato in uno di quei pomeriggi che Giuseppe ha sentito Vito cantare, e ha capito che con quel coinquilino poteva finalmente provare a mettere in piedi qualcosa di serio nella musica. «Ci siamo messi a scrivere insieme», ricorda Giuseppe, «e da subito siamo entrati in sintonia. Abbiamo deciso di chiamarci Viito perché siamo una cosa sola, anche se siamo in due. Senza nemmeno dircelo, abbiamo scoperto di avere in mente lo stesso desiderio: fare musica pop, nel senso di popolare. Una musica vicina alla vita delle persone, facile da capire, ma allo stesso tempo non banale». Fare le cose facili è difficilissimo, ma i Viito ci sono riusciti e il loro disco Troppoforte lo dimostra. Ma lo dimostra anche il successo del tour estivo, cui a novembre seguirà un tour invernale.

«I primi concerti me li ricordo», racconta Giuseppe Zingaro: «Temevamo che non venisse nessuno. In una data ad Avellino mia mamma aveva organizzato un pullman dal mio paese, nel Molise. Io ero andato dall’organizzatore della serata e gli avevo detto: ‘Arriveranno 50 persone dal mio paese’, e poi ci trovammo sotto il palco questo gruppo di signore con i capelli bianchi, praticamente sembrano un gruppo diretto a Lourdes». Da lì in poi, però, ai concerti sono arrivati tantissimi ragazzi e i Viito sono diventati il fenomeno dell’estate 2018: «Sanno tutte le parole delle nostre canzoni a memoria», spiega Vito, stupito. «Ballano, saltano, hanno voglia di divertirsi». Per rispondere a questa esigenza, i Viito hanno deciso di fare una musica energica, grintosa, allegra anche quando racconta storie tristi («Ogni domenica alle tre guardo il campionato da quando abbiamo litigato io e te», Bella come Roma; «Ho trovato una vecchia foto di mia madre, era molto più bella di te che ogni giorno ti fai mille selfie», Compro oro).

Senza mai prendersi troppo sul serio, i Viito raccontano del successo arrivato all’improvviso: «Avevamo registrato solo due brani perché i soldi non ci bastavano per una terza canzone», dice Giuseppe. «Poi siamo partiti per Milano, convocati dalla Sugar. Sapevamo che la sede era in una galleria del centro, e quindi ci siamo diretti verso il Duomo e, visto che eravamo in anticipo, ci siamo messi in strada a suonare, convinti di essere arrivati nel luogo dell’appuntamento. Poi, però, ci hanno telefonato: ‘Dove siete? Qui vi aspettano tutti!’, e abbiamo scoperto di aver sbagliato indirizzo e di essere lontanissimi. Ci siamo messi a correre, siamo arrivati in questa enorme stanza tutti sudati, rossi in volto, e davanti a noi c’erano tutti i pezzi grossi della casa discografica». Adesso che quell’appuntamento è andato bene se ne può anche ridere: «Sembravamo Totò e Peppino«, conclude Vito, «ma adesso che la musica è entrata nella nostra vita, l’obiettivo è non farla più uscire. È una cosa da difendere».

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