Forse dal Pacifico si vedono meglio i vantaggi di far parte del nostro continente. E nei sondaggi sull’indipendenza da Parigi (il referendum è il 4 novembre) prevale il “no”

Europa, Europa, Europa. A favore o contro, con perentorietà apocalittica o con cauti distinguo, da anni in Europa si parla soltanto di Europa – e con “Europa” si intende Unione europea. Gli elettori del Regno Unito, intanto, hanno già urlato «Brexit!» (ma sarà poi Brexit davvero?) e anche altrove in tanti vorrebbero imitarli. Nel frattempo, in un referendum previsto il prossimo 4 novembre, c’è qualcuno che vorrebbe uscire non dall’Ue, ma proprio dall’Europa. È il caso della Nuova Caledonia che, collocata a 16mila chilometri da Parigi e a duemila da Sydney, geograficamente non fa certo parte del Vecchio Continente, ma per tutto il resto sì, visto che è un pezzo di Francia.

Formata da un gruppo di isole popolate per il 39 per cento da kanak, per il 27 per cento da caldoches (di origine europea) e per il resto da appartenenti a diverse altre etnie del Pacifico e dell’Asia sud-orientale, la Nuova Caledonia ha 267mila abitanti e il suo centro principale nel capoluogo Nouméa. I neocaledoni sono francesi e, se non fanno proprio del tutto parte dell’Ue, quasi (votano per l’Europarlamento e usano una valuta, il franco CFP, agganciata all’euro). Tutti gli altri territori francesi sono organizzati come Dipartimenti e Regioni d’Oltremare oppure come Collettività d’Oltremare, ma la Nuova Caledonia fa parte per se stessa, come collectivité sui generis, proprio in conseguenza delle sue spinte indipendentiste.

Breve riassunto: la Nuova Caledonia è francese dal 1853, ma ci sono state periodiche sollevazioni autonomiste da parte dell’etnia kanak, da ultimo, durante un quadriennio di scontri pudicamente noti come “Événements de 1984 à 1988”, nonostante i circa 90 morti. Poi, nel 1988, gli accordi di Matignon, accettati dal leader separatista Jean-Marie Tjibaou, in seguito assassinato, a cui è dedicato il Centro di cultura kanak di Nouméa progettato da Renzo Piano. E ora il referendum di indipendenza dalla Francia.

Punti a favore dei secessionisti: una risorsa importante su cui contare (un quarto delle riserve mondiali di nichel) e le grandi diseguaglianze economiche, che affliggono le isole nonostante un notevolissimo Pil pro-capite da Francia metropolitana. E contro? Soltanto lo sgancio dall’Europa. Eppure, i sondaggi danno al 60-70 per cento il “no” all’indipendenza. Se si dimostreranno fededegni, il referendum in Nuova Caledonia potrà essere un modo obliquo di ripensare all’Europa (e agli enormi vantaggi che offre e che non vediamo più) da un osservatorio così lontano ed eppure, finora, così europeo. Pesa anche l’esempio dei vicini di Vanuatu, che fino al 1980 sono stati governati dalla combo Londra-Parigi e che ora, pur da indipendenti, sono molto, ma molto poveri.

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