La questione della morale pubblica s’intreccia da sempre con la vita della democrazia e da sempre può venire usata come strumento di propaganda. In tema di “spazza corrotti”, anche Cicerone va riletto sotto una nuova luce

Era il responsabile della più grande e costosa opera pubblica del suo tempo. Inoltre, era molto vicino al capo del governo: faceva parte, come si direbbe ora, del suo “cerchio magico”. Lo arrestarono per malversazione e furto ai danni dello Stato: secondo l’accusa, si era rubato parte dell’oro e dell’avorio stanziati per la monumentale statua della dea Atene. Questo fu il destino di Fidia, lo scultore del Partenone, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Era lui il responsabile dei lavori dell’Acropoli, incarico a cui era stato designato dal suo potentissimo amico e protettore Pericle.

Parliamo dei protagonisti di un’epoca che siamo abituati a considerare tra le più luminose della storia umana. Ma dove sordide vicende di corruzione erano all’ordine del giorno. Quanto, poi, le accuse fossero fondate è difficile dirlo. Certo, rifare tutta l’Acropoli e costruire un Partenone significava far girare tanto di quel denaro pubblico che anche a un artista sublime come Fidia poteva venire la tentazione di mettersene in tasca almeno una parte. Ma può anche darsi che «il torbido affaire Fidia», come lo ha definito Luciano Canfora, fosse solo una montatura politica che mirava a colpire Pericle. Il quale, in effetti, non tradì il suo uomo di fiducia e si diede da fare per dimostrarne l’innocenza. Non è chiaro come finì il processo. Secondo Plutarco, Fidia fu condannato e morì da detenuto. Si sparse la voce che fosse stato avvelenato in carcere: gli avrebbero servito, insomma, un caffè alla cicuta, come a un Gaspare Pisciotta o a un Michele Sindona. Qualche anno dopo anche Pericle sarà accusato di corruzione e abuso d’ufficio. Condannato a pagare una multa, dovrà, seppure temporaneamente, rinunciare al governo. E pensare che, quando era ancora un giovane e rampante politico, Pericle si era fatto strada alla stessa maniera: accusando il suo rivale Cimone di essere un corrotto.

Sono storie di due millenni e mezzo fa. Ma, oggi che il nostro governo propone le sue leggi “spazza corrotti”, può essere utile rievocarle. Non tanto per ricordarci che la corruzione o il furto del denaro pubblico esistono da sempre. Quanto, piuttosto, per ammonirci che, nei regimi democratici, il problema della corruzione s’intreccia da sempre con la lotta politica e da sempre può essere brandito anche come strumento di propaganda. Per i greci, in verità, disonestà e corruzione non erano solo appannaggio delle democrazie. Anche il tiranno, per esempio, era per eccellenza una persona che largheggiava con i soldi pubblici usandoli per puntellare il suo stesso potere. Ma dove, come ad Atene, ci sono cariche elettive e tribunali chiamati a vigilare sull’operato degli eletti, il problema diventa più spinoso. Plutarco racconta che Alcibiade, destinato da adulto a diventare un politico spregiudicato, quando era ragazzo andò a casa di Pericle, suo parente e tutore. Gli dissero però che il capo del governo non voleva essere disturbato: «Stava studiando», scrive Plutarco, «il modo migliore per rendere i conti delle spese pubbliche agli ateniesi». Ogni magistrato ateniese (strategos), infatti, alla fine del suo anno di carica, doveva presentare un rendiconto dettagliato delle spese. La risposta del ragazzo Alcibiade fu fulminante: «Non sarebbe meglio che studiasse il modo migliore per non rendere conto agli ateniesi?».

Anche gli ateniesi, come noi, amavano ripetere che, una volta, ai bei tempi, la disonestà era severamente censurata e che il dilagare della corruzione era un fenomeno recente. Un secolo dopo l’affaire Fidia, l’oratore Demostene proclama nella sua Terza Filippica: «Un tempo tutti odiavano i corrotti ed era pericolosissimo essere riconosciuti colpevoli di corruzione: le pene con cui si colpiva questo reato erano severissime e non c’era indulgenza per nessuno. Ora, invece, tutto è in vendita, come al mercato. Se qualcuno si arricchisce con la corruzione, viene invidiato. Se confessa il suo reato, il popolo ne ride. Se è dimostrato colpevole, viene perdonato. E se c’è qualcuno che si indigna, è lui a essere odiato».

«A Roma tutto è in vendita», dirà anche lo storico Sallustio, severo censore della corruzione politica nella tarda repubblica romana. Siamo nello stesso secolo che vede svolgersi quello che è diventato forse il più celebre processo di corruzione della storia, un vero e proprio processo spettacolo. Imputato, l’ex governatore della Sicilia, Gaio Licinio Verre. Accusatore implacabile e campione della morale pubblica, l’avvocato Marco Tullio Cicerone. Il processo si svolse nel 70 a.C., Verre era accusato di avere depredato la sua provincia e di avere spremuto i siciliani per ricavarne guadagni privati. È molto probabile che l’accusa fosse vera. A Roma si diventava governatori di una provincia anche per arricchirsi. Pare inoltre che Verre e i suoi amici si fossero mossi per evitare la condanna ricorrendo a un sistema molto semplice e anch’esso mai passato di moda: corrompere i giudici. Ma, come ha notato Luca Fezzi in un recente libro su questo antico caso giudiziario (Il corrotto, Edizioni Laterza), Verre appare nelle orazioni di Cicerone un ladro così perfettamente ladro da farci venire il dubbio che anche il moralizzatore, più che la sorte dei siciliani, avesse a cuore innanzitutto la sua carriera politica. La ribalta del processo era, per Cicerone, un’occasione straordinaria per conquistarsi popolarità. I paladini della morale pubblica non sempre sono animati solo da nobili princìpi.

Che poi i corrotti esistano da sempre, come dicevamo, non serve dimostrarlo. Ovviamente, questa non è una scusante per i corrotti di oggi, sennò anche il fatto che ci si ammazzi fin dai tempi di Caino renderebbe legittimo l’omicidio. Ogni società dovrebbe cercare, per quanto è possibile, di limitare i danni prodotti da quel vizio congenito degli uomini che i romani chiamavano avaritia, l’avidità di denaro. Chissà, però, se, anche al tempo di Fidia, c’era qualche ateniese che faceva girotondi intorno al Partenone gridando «Onestà! Onestà!».

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