Kweku, nipote del leader anti-apartheid, ha ereditato da lui quella capacità di far sentire il suo interlocutore, chiunque sia, una priorità. È tra gli organizzatori del grande concerto che il 2 dicembre, a Johannesburg, chiuderà le celebrazioni per il centenario del padre dell'attuale Sudafrica. A “IL“ racconta le sfide che ancora attendono il Paese e che cosa significa davvero la parola “politica”

«Avevo quattro anni quando lo vidi per la prima volta. Quando entrai in quella casa, avvertii subito il suo calore e la sua dolcezza. Era il 1989 e lui era ancora agli arresti domiciliari per la sua lotta all’apartheid. Era una delle prime volte che tutta la nostra famiglia, al completo, si ritrovava in Sudafrica». Nato nel 1985 a Transkei e cresciuto negli Stati Uniti, Kweku Mandela è il nipote dell’ex presidente scomparso nel 2013. È tornato nella sua patria d’origine nel 1993, anche se, per lavoro (è regista e produttore) vive tra Johannesburg e Los Angeles. La sua attività professionale, però, non lo distoglie dall’impegno politico e sociale, in una prosecuzione ideale con le battaglie portate avanti dal nonno, di cui quest’anno si celebrano i 100 anni dalla nascita. I festeggiamenti si chiuderanno il 2 dicembre, a Johannesburg, con un grande concerto organizzato dal Global Citizen, il movimento che ha l’obiettivo di sconfiggere la povertà estrema entro il 2030. Tra gli ospiti, star del musica e dello spettacolo come Chris Martin dei Coldplay, Beyoncé e Jay-Z, Ed Sheeran, Pharrell Williams, Femi Kuti, Oprah Winfrey, Naomi Campbell e Forest Whitaker. Anche l’ex presidente americano Barack Obama potrebbe essere sul palco. «Da diversi anni organizziamo il festival in tutto il mondo, da New York al Canada, dalla Germania all’India», ci dice Kweku Mandela, tra gli animatori dell’iniziativa. «Questo sarà il più grande mai realizzato, e sono felice che il cast sia metà internazionale, metà africano».

Nelson Rolihlahla Mandela, morto il 5 dicembre 2013 a Johannesburg

Kweku, che ricordo conserva di suo nonno?
«Quando eri davanti a lui, aveva il dono di farti sentire come se fossi l’unica persona di cui gli importasse in quel preciso momento. Un gentleman, dotato di una sensibilità straordinaria. Voleva aiutare gli altri, era la sua vita e il suo impegno, ma ci teneva anche essere, semplicemente, mio nonno. Da una parte, c’era la sua attività politica, dall’altra, il desiderio di prepararmi la cioccolata, di guardare i cartoni animati insieme a me, di telefonarmi – quando ero più grande – per chiedermi come era andata la giornata».
C’è stato un momento per lei più importante di altri?
«Un episodio che mi è rimasto in mente: quando venne a scuola e incontrò la mia squadra di rugby. Disse, scherzando, che non si sarebbe più lavato le mani dopo aver stretto quelle di tanti possibili, futuri leader. Aveva questo tratto di forte umanità, era capace di iniziative eroiche e di gesti animati da una profonda compassione ed empatia. Alla fine di ogni giornata, ricordava chi aveva incontrato e rifletteva su quanto era accaduto, su ciò che era stato in grado di portare a termine. Cerco di farlo anch’io, tutti i giorni: aiuta a valutare a che punto sei sulla strada della realizzazione dei tuoi obiettivi».
A proposito di leader: c’è qualcuno in grado di portare avanti, oggi, la sua opera?
«Stiamo cercando il prossimo Nelson Mandela? Lui era un essere umano come tutti noi. Non amo pensare a “un” leader perché ne ho incontrati tanti, giovani, in tutto il mondo. Penso, per esempio, a Emma Gonzáles, una giovane donna sopravvissuta alla strage di Parkland, in Florida, lo scorso febbraio, ora attivista nella battaglia contro la diffusione delle armi; oppure a Ekene Ijeoma, artista e designer, che ha ideato The Refugee Project, progetto per raccontare le storie dei rifugiati politici e degli immigrati. Sono solo un paio di esempi che aiutano a capire come, nella nostra quotidianità o attraverso il nostro lavoro, si possa agire per cambiare il mondo».
È cambiato il Sudafrica?
«Tantissimo, anche se c’è sempre bisogno di maggiore equità. La disparità economica tra chi ha molto e chi poco o nulla è enorme».
Che cosa pensa del presidente Cyril Ramaphosa?
«Sono convinto che un buon leader debba essere capace di stimolare la cooperazione, mantenere le promesse, impegnarsi per migliorare l’economia e creare nuove opportunità per i giovani. Non è facile riuscire in questa impresa, ma Ramaphosa sta tentando di fare il possibile».
Quali sono i maggiori problemi del suo Paese, oltre alle diseguaglianze economiche di cui parlava prima?
«S’insiste molto sull’emergenza criminalità, ma l’impressione è che sia diminuita rispetto al passato. D’altronde, il problema della violenza affligge molti altri Paesi, così pure quello della corruzione, altro tema molto dibattuto in Sudafrica».
Negli ultimi anni, diversi proprietari di fattorie hanno venduto tutto e si sono trasferiti all’estero.
«Quando mio nonno, un leader nero, divenne presidente, accade lo stesso: la gente fu colta dal panico, c’è chi andò via, ma poi la maggior parte tornò. Il Sudafrica non è il Sudan o la Siria: è un Paese tranquillo e bellissimo dove vivere, in costante progresso, con città meravigliose come Città del Capo, una della più vibranti capitali mondiali delle arti. Il nostro governo è stato estremamente responsabile. Detto questo, non è comunque possibile che il 90 per cento del territorio sia nelle mani dei bianchi. Anche in questo caso, ci vorrebbe maggiore equità».
La sua casa di produzione è molto attiva: quanto il cinema può contribuire al cambiamento, nel futuro dell’Africa?
«Raccontare storie è una tradizione antica nel nostro Paese, questo continente è un luogo che da sempre ispira l’industria cinematografica. Le opportunità possono essere molte e allettanti, la mia esperienza personale lo dimostra».
Quali vantaggi può offrire il Sudafrica agli investitori internazionali?
«Esistono molte opportunità, in molti ambiti diversi. Oltre al cinema, il turismo, i ristoranti, gli hotel, le infrastrutture, l’agricoltura, le arti… Ci sono artisti molto bravi qui, anche nel mondo della musica».
A chi le chiedesse d’indicare il maggiore punto di forza e il punto più debole del suo Paese, come risponderebbe?
«La forza è nella sua grandezza, nello sforzo di tutte quelle persone che si sono unite per trasformarlo in un posto migliore rispetto al passato. La debolezza risiede nella lentezza con cui, spesso, il processo di rinnovamento va avanti, nella mancanza d’informazione, di tecnologia, di opportunità per crescere, ulteriormente, insieme».
Lei vive negli Stati Uniti. Che cosa pensa di Trump?
«Ho lavorato spesso con Obama, e posso dire che ha rappresentato una straordinaria lezione di umanità per il mondo intero. Non conosco invece Donald Trump e non mi sento di dire niente su di lui. Preferisco siano gli americani a parlarne e a giudicare».
Tornando a suo nonno: qual è l’insegnamento più grande che le ha lasciato?
«Diceva che le persone possono nutrire grandi aspettative su di te, ma quello che decidi di essere dipende esclusivamente dalle tue scelte. Per lui era importante quello che volevo io, non quello che poteva desiderare lui o miei genitori per me e per la mia vita. Sognava di cambiare il Sudafrica in meglio, una responsabilità che io ho fatto mia. Ma amava riconoscere l’impegno di tutti, parlava in particolare delle tante donne che avevano partecipato alla lotta, tra cui sua madre. Voleva sempre condividere i traguardi, raggiunti e ancora da realizzare. Viaggiando nel mondo, ho constatato che i giovani conoscono sì il suo nome, ma spesso non sanno bene che cosa rappresenti né la sua storia. Per questo per me è fondamentale creare una piattaforma dove poter insegnare agli altri ad avere il coraggio dei valori lo ispiravano. La politica, per mio nonno, era una spinta etica e aveva il compito di guidare gli altri. Siamo alla ricerca di leader che vadano in questa direzione».

Chiudi