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Niente di speciale, Venezia è come le altre

IL 105 03.10.2018

La retorica sulla sua unicità trae in inganno: il gioiello sulla Laguna soffre gli stessi mali delle altre realtà urbane, dai mezzi pubblici affollati al centro che si spopola. E anche la battaglia anti-turisti non è poi così originale

A Venezia negli orari di punta i vaporetti sono sempre gremiti. In centro non si trova un artigiano nemmeno a pagarlo a peso d’oro e stanno scomparendo anche i cosiddetti negozi di prossimità. Problemi tutti veneziani? Provate a prendere un autobus a Montpellier in ora di punta, a cercare una macelleria o un idraulico nel centro di Milano o di Francoforte…

Il punto è che decenni di retorica sull’unicità di Venezia ci hanno fatto dimenticare un dato di fatto incontrovertibile: Venezia, come ogni altra città del mondo, è fatta di un centro storico e di una periferia. La peculiarità di Venezia è che il centro storico è separato dalla periferia – che qui si chiama terraferma: Mestre e Marghera – non da una circonvallazione o da una cinta muraria, ma da uno specchio d’acqua solcato da due ponti (uno ferroviario e uno percorso da automobili, autobus e tram). Per il resto le dinamiche sono esattamente le stesse di qualunque altra città: un centro storico sempre più votato al terziario, prezzi delle case spesso inaccessibili per i residenti e conseguente pendolarismo, negozi di abbigliamento e grandi magazzini al posto dei tradizionali negozi di alimentari, e via dicendo. Intendiamoci, nessuno vuole mettere in discussione l’unicità di Venezia da un punto di vista storico, artistico ed entro certi limiti anche morfologico; qui si parla semplicemente di una certa mentalità che tende a identificare nel turismo non una grande occasione di benessere per tutta la città, bensì la fonte di ogni male, mentalità che nel giro di pochi anni ha invaso giornali, social network e televisione con toni e argomenti spesso non esenti da un certo razzismo. Anche in questo caso Venezia non è un unicum: Barcellona e Berlino, Amsterdam e San Francisco stanno affrontando, con maggiore o minore pragmatismo, la stessa dialettica tra chi lavora con il turismo e il resto della cittadinanza.

Certo, non si possono sottovalutare le difficoltà in termini di congestione e pressione sulle infrastrutture cittadine (trasporto pubblico e smaltimento dei rifiuti, per citarne solo due) che i residenti devono affrontare quotidianamente in un città che nei prossimi anni arriverà ad accogliere 30 milioni di turisti all’anno. Eppure, se è vero che oggi il centro storico ha meno di un terzo dei residenti che aveva nei primi anni 50 (54mila contro i 175mila del 1951: sarebbe interessante fare un raffronto con i dati demografici dei centri storici di altre città di dimensioni analoghe, ma altrove è molto difficile reperire dati disaggregati tra centro storico e periferia), è altrettanto vero che il calo demografico è iniziato ben prima dell’avvento del turismo di massa: tra turismo, università, amministrazione pubblica, Biennale e altre fondazioni e istituzioni culturali, il lavoro non manca, ma con uno stipendio da cameriere o impiegato comunale difficilmente si riesce a vivere in centro, a Venezia come altrove.

Dopo l’alluvione del 1966, con la cosiddetta Legge Speciale, si è cercato di frenare l’esodo dei residenti erogando contributi per la manutenzione del patrimonio immobiliare. Dal punto di vista della conservazione degli immobili, la Legge Speciale è stata un successo, ma dal punto di vista demografico non ha sortito alcun effetto. Negli ultimi anni, poi, i fondi previsti dalla legge sono stati dirottati sulla costruzione del Mose, controversa opera di difesa della laguna dall’acqua alta. La buona notizia è (o dovrebbe essere) l’arrivo di Airbnb: mettere a reddito singole stanze o interi appartamenti consente un’adeguata manutenzione degli edifici senza gravare sulle esangui casse dello Stato. Il turismo Airbnb può inoltre garantire la sopravvivenza dei negozi di quartiere oltre che di bar e ristoranti, visto che gli affitti turistici prevedono quasi sempre l’uso della cucina. Nella narrazione corrente, però, Airbnb è percepito non come antidoto allo spopolamento, ma come sua causa; la vulgata è: «Più affitti turistici, meno case per i residenti», anche se, come si è visto, il calo demografico è iniziato settant’anni fa, con un andamento che gli affitti turistici non hanno affatto accelerato.

Del resto, è facile ipotizzare che cosa succederebbe se da un giorno all’altro gli affitti turistici venissero ridotti drasticamente: meno turisti significherebbe meno reddito disponibile, quindi a beneficiare del probabile crollo del valore degli immobili sarebbero più i “foresti” – che potrebbero comprarsi a poco prezzo una seconda casa e sarebbero costretti a tenerla vuota per gran parte dell’anno – che i residenti, destinati a rimanere in terraferma, visto che in città l’offerta di lavoro potrebbe solo diminuire (sia perché affittare case ai turisti tra pulizie, accoglienza e cura del cliente, è un lavoro vero e proprio, sia perché dal centro storico le aziende se ne sono già andate e di certo non torneranno: quale azienda può permettersi i costi stratosferici di una sede a Venezia che non sia di pura rappresentanza?) e così pure il reddito da destinare alla manutenzione delle case.

Un discorso analogo vale anche per il turismo crocieristico: se è vero che il fenomeno andrebbe radicalmente ripensato (continuare a far transitare navi di quelle dimensioni per il bacino di San Marco comporta rischi inaccettabili), non si può nemmeno pensare di cancellare migliaia di posti di lavoro senza fornire alternative occupazionali credibili.

E allora perché tanta ostilità verso il turismo? Una possibile risposta ce la fornisce una recente dichiarazione dello scrittore e politico Gianfranco Bettin, apparsa sul magazine del Corriere della Sera: «Non si può pensare che una città del genere ce la faccia da sola. Bisogna sostenerla. Venezia è il risultato di risorse che non possono essere prodotte dalla città». In altre parole: si stava meglio quando la casa si ristrutturava con i soldi dello Stato. Comprensibilissimo, per carità, e forse neppure del tutto sbagliato, ma vai a spiegare ai contribuenti del resto d’Italia che il turismo a Venezia va disincentivato a spese loro…

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