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IL 104 03.10.2018

Wim Wenders e Papa Francesco sul set di “Un uomo di parola”

Donald Trump e il mondo sull'orlo di una crisi di definitiva, la necessità di una «rivoluzione morale» e il coraggio del pontefice, a cui ha dedicato il suo ultimo film, nei cinema dal 4 al 7 ottobre. La nostra intervista a Wim Wenders

Leone d’Oro, Palma d’Oro al miglior film e alla migliore regia, Orso d’Oro e Oscar: Wim Wenders li ha vinti tutti. Nato a Düsseldorf nel 1945, ha segnato la rinascita del cinema tedesco negli Anni 70 insieme a Rainer Fassbinder e Werner Herzog. Riconosciuto fotografo paesaggista, medico fallito e poi aspirante pittore, incisore, musicista, architetto, scrittore, passa da road movie come Alice nelle città (1973), Falso movimento (1975) e Nel corso del tempo (1976), dove indaga la contaminazione culturale e l’attraversamento delle frontiere (temi più che mai attuali), a riflessioni fantastiche sull’umanità come ne Il cielo sopra Berlino.

Come il regista racconta a IL, sembra che sia proprio questo il titolo che ha convinto Monsignor Viganò a proporgli di girare un film su Papa Francesco, sfida che Wenders ha raccolto con l’omonimo documentario Un uomo di parola, nelle sale italiane dal 4 al 7 ottobre. Del resto, chi meglio di un protestante – anche se in realtà il regista è nato cattolico – poteva meglio raccontare il profilo “laico” di un leader spirituale? Wenders ormai è un ritrattista rodato, soprattutto dopo gli exploit di Pina (il film del 2012 in 3D dedicato alla coreografa tedesca scomparsa nel 2009) e poi de Il sale della terra (del 2014, sulla vita e le opere di Sebastião Salgado): due esperimenti dal gusto nostalgico, che oltre alla loro vocazione autoriale, hanno convinto anche l’Academy. In un mondo dove è quasi istituzionalizzato che gli showman diventino presidenti, una “Santità” da Oscar sarebbe ancora una novità.

Wenders, girando il film sul Papa, che idea finale si è fatto sulla sua figura?
«Non mi sarebbe mai venuto in mente di girare un film con Papa Francesco, se non fosse arrivata la proposta del Vaticano. Ovviamente, ho accettato. Quello che distingue Papa Francesco è la sua straordinaria capacità di comunicare con la gente comune, l’onestà della sua compassione, e anche il senso dell’umorismo. Ma c’è molto altro: la forza emotiva e persuasiva della sua presenza; la gentilezza; l’umiltà: la volontà di dare un esempio vivendo ciò che predica; la profonda fede nell’uguaglianza di tutti davanti a Dio; la chiarezza e la semplicità del suo parlare. Se dovessi dire che cosa mi ha sorpreso di più, citerei, però, il suo smisurato coraggio. È un coraggio che può trasformarsi in un “tallone d’Achille”, rendendolo più esposto, meno protetto. Tutte le volte che entra in contatto con la folla, per esempio, è sempre così vulnerabile».

Nel 1993, in “Lisbon Story”, il regista Friedrich Munro voleva catturare «l’immagine invisibile» della città. Lei è riuscito a riprendere l’immagine segreta del Vaticano?
«Non era mia intenzione realizzare un’inchiesta sulla Città del Vaticano. Non ho usato quell’approccio e, in quel caso, sarebbe stato un film molto diverso. L’unica scena del film che pare un dietro le quinte del Vaticano è il famoso discorso di Papa Francesco sulle “malattie” che possono affliggere anche il clero: quando si vedono i cardinali ascoltare il potente e onesto resoconto delle devianze di cui possono soffrire gli uomini, inclusi i sacerdoti, si nota il disappunto di alcuni di loro, mentre altri approvano l’approccio radicale del Pontefice».

Milla Jovovich in “The Million Dollar Hotel”, film di Wenders del 2000

Qual è “l’immagine invisibile” di questo nostro mondo nel 2018?
«Me lo chiedo di continuo, non ho ancora trovato una risposta. Dovrebbe essere il punto di vista dei diseredati, degli emarginati, di tutti quelli che non partecipano alla crescita costante, al consumismo, all’abbondanza. Le persone che Papa Francesco ci chiede di considerare e con cui essere solidali. Riguardo alle migrazioni di massa a cui stiamo assistendo, penso alla mia infanzia, appena dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando milioni di tedeschi fuggivano dalla Germania Est. Persone completamente indigenti, ridotte alla fame. Ma c’era un enorme senso di comunità, di solidarietà, di gentilezza. Visto da oggi, quella sorta di responsabilità sociale e quella sensazione di rispetto reciproco sembrano quasi un’utopia. La nostra società possiede molto di più, ma è anche molto più restia alla condivisione».

Crede che la politica di Donald Trump, ovvero di “Mr. #45”, come lei lo chiama, avrà conseguenze anche al di là del suo mandato?
«#45 non è né peggio né meglio di tanta altra gente al potere in questo momento storico. Molti tra i nostri “leader mondiali” non dimostrano più alcuna attitudine morale. Siamo testimoni di un declino della decenza e di un generale disprezzo per la nozione di verità, una specie in via di estinzione. E il modo in cui Mr. #45 tratta la verità si inquadra nella migliore tradizione di ogni dittatura. Questa eredità sarà difficile da superare. È il paladino del “diritto del più forte”, che si traduce in ostilità, razzismo, ingiustizia sociale e nazionalismo. E ha molti epigoni anche in Europa».

Una frattura irreparabile?
«Lui – o per meglio dire: loro – hanno intrapreso una crociata anacronistica, annientando decenni di cultura della pace. La mia più grande preoccupazione è che in politica il bene comune non è più una priorità, quanto lo sono gli interessi politici, finanziari ed economici, i quali tendono piuttosto a separare, segregare ed escludere. Papa Francesco è preoccupato soprattutto per “la comunità”. Rappresenta una vera autorità se si affrontano questi temi, e non soltanto per i cristiani. Tanta gente, non importa quale sia la nazionalità, la religione o l’estrazione sociale, sostiene ormai che sia necessaria una rivoluzione morale. Papa Francesco è un grande esempio di integrazione per il futuro che verrà».

Osserva quello che sta accadendo in Italia?
«Può valere per l’Italia quello che potrà accadere in Inghilterra. Le persone che soffriranno maggiormente della Brexit sono i giovani, le prossime generazioni. Si troveranno tagliati fuori da un futuro aperto e stanno già iniziando a rendersene conto. Quelli che sostengono che l’Italia starà meglio senza l’euro e senza le “restrizioni” dell’Unione Europea, sono pifferai magici che elargiscono false promesse. Ammettiamolo: i vecchi tempi andati a cui loro vogliono riportarci non erano poi così belli. L’indipendenza nazionale, oppure la gloria, sono concetti del passato. L’Europa è la nostra unica speranza per sopravvivere nel futuro globale. La vecchia idea di nazioni e soluzioni nazionali ci renderà preda dei grandi attori globali. Nel campo della cultura, le conseguenze saranno anche più drastiche. Il tetto europeo è la nostra unica protezione per la cultura dei singoli Stati. Senza il contesto europeo, non esisterà più il cinema italiano».

Natassja Kinski in “Il cielo sopra Berlino”, del 1987

Ecco, il cinema di domani. Lei è tra i registi che hanno fatto un uso artistico del 3D, ma sembra riluttante all’iPhone come strumento professionale per girare film e scattare foto.
«Meglio fare qualcosa di creativo su un iPhone piuttosto che qualcosa senza sostanza in alta definizione. Apprezzo la tecnologia solo nella misura in cui rappresenta nuove possibilità per l’arte. La tecnologia in quanto tale è inutile, conta solo il tipo di uso che ne fai. Sapere fino a dove puoi avventurarti grazie ai tuoi strumenti digitali, che cosa ti consentono di registrare, quali storie ti permettono di catturare, quale realtà ti permettono di cogliere: questo è l’aspetto interessante, ed è l’unica ragione per cui vale la pena di padroneggiare il mestiere e imparare a usare fotocamere, computer, dispositivi di montaggio video».

Come sceglie i luoghi che fotografa?
«In fotografia non ho una storia, non ci sono personaggi: paesaggi e luoghi possono essere i miei eroi ed essere il centro dell’attenzione. Cerco di trovare la storia che i luoghi sono disposti a raccontarmi. Mi avvicino con la mente vuota, così sono completamente aperto ad ascoltare il posto. Paesaggi, case e rovine hanno un’enorme capacità di parlare di noi esseri umani, se solo siamo disposti a lasciarglielo fare. Divento un ascoltatore: ecco perché la maggior parte delle mie fotografie sono prive di persone. Aspetto fino a quando tutti hanno abbandonato l’inquadratura: se c’è anche solo una persona in uno scatto, tutti gli occhi si concentrano su quell’individuo, anche se è minuscolo, sullo sfondo.

Ci spiega la relazione tra immagine e musica nei suoi film?
«Amo così tanto la musica che non posso rispondere a questa domanda in generale. Ne ascolto molta, è una grande fonte d’ispirazione. In un momento della mia vita, mi sarebbe piaciuto diventare un musicista. In un altro, avrei voluto essere un pittore. Uno scrittore. Oppure un architetto. Un giorno mi sono reso conto che il cinema conteneva, insieme, tutte queste professioni e tutte le arti. Ora posso lavorare con la musica e i musicisti, per esempio; e questo è ancora, in ogni film, il momento del massimo privilegio: quando la musica, la storia e l’immaginazione si incontrano. L’istante che, anche adesso, mi fa venire la pelle d’oca. La musica non deve essere un ingrediente, deve integrarsi alla narrazione. A volte, la musica è la storia stessa».

Qual è il ruolo specifico dell’EFA, la fondazione cinematografica che presiede dal 1996?
«L’European Film Academy è estremamente importante per conservare l’idea di un cinema europeo come lingua comune del nostro continente. Le nostre industrie locali e nazionali hanno perso la capacità di sostenersi in maniera autosufficiente, ma sono molto vive nel contesto della comunità europea. E viceversa: il cinema europeo, l’immagine di noi stessi e dei nostri vicini, è il collante più importante per creare un sentimento di fiducia. L’Europa rischia di cadere a pezzi perché, per troppo tempo, è stata tenuta insieme da idee provenienti dall’ambito finanziario, economico e politico, e non da esigenze emotive o culturali. Direi che se non riusciremo a ricostruire l’Europa su altre basi, su fondamenta più solide di quelle economiche, non sopravviverà. Sono felice di investirci tempo ed energie».

Ripete spesso, come un mantra, l’adagio: «Esiste solo ciò che sta dentro all’inquadratura, tutto quello che resta fuori è cancellato per sempre». A che cosa non può rinunciare mai in un’inquadratura, e che cosa non includerebbe mai?
«Non riuscirei mai ad esprimerlo a parole, quindi rilancio: se lei riguarda Papa Francesco – Un uomo di parola, ogni fotogramma del film le darà le risposte che cerca».

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