Corpo (umano e no), spaziotempo, crossmedialità, identità. Nel grande contenitore di Romaeuropa, inaugura Digitalive, la nuova sezione che dal 4 al 7 ottobre trasformerà il Mattatoio in un formidabile laboratorio di riflessioni e performance dedicate alla contemporaneità. Il racconto della curatrice Federica Patti

Lo sappiamo tutti e bene: non sono, questi, tempi luminosi per la Capitale. Eppure, ci sono cose che, ancora oggi, solo Roma ha. E non stiamo parlando del Colosseo, anche se per certi versi Romaeuropa (festival pluridisciplinare nato nel 1986 grazie all’omonima Fondazione, allora Associazione degli Amici di Villa Medici) qualcosa di monumentale ce l’ha: oltre due mesi di programmazione (dal 19 settembre al 25 novembre 2018), più di 26 luoghi coinvolti, 311 artisti in arrivo da ventiquattro Paesi di quattro continenti per superare i confini tra le diverse discipline artistiche – tutte ben rappresentate, dal teatro alla musica, dal cinema alla danza – sono i numeri di un festival che non ha pari in Italia. Non per la mole del finanziamento pubblico, come direbbero i maligni, perché qui i soldi sono parecchi (più di un milione di euro le risorse ministeriali quest’anno) ma vengono spesi tutti, e bene.

L’unicità di Romaeuropa (o REf, acronimo con il quale viene più spesso indicato) sta nella capacità di guardare sempre avanti e saper cogliere puntualmente le espressioni migliori del contemporaneo. Così, nel programma di questa trentatreesima edizione, interamente articolato sulla dicotomia tra reale e virtuale – a sottolinearne l’indistricabile commistione – una delle novità più interessanti da segnalare è la nuova sezione Digitalive, che dal 4 al 7 ottobre animerà il Mattatoio (ex Macro) del quartiere Testaccio.

Sorta di spin-off di Digitalife, la sezione espositiva dedicata al digitale che negli ultimi anni era diventata parte essenziale della manifestazione (e che si ferma per un anno), Digitalive sarà incentrata sulle nuove culture digitali e sul rapporto tra corpo e macchina, e vedrà protagonisti artisti italiani che, con la loro pratica sospesa tra reale e virtuale, stanno rinnovando il concetto stesso di performance e di spettacolo dal vivo: dall’intelligenza artificiale in dialogo con la dimensione biologica del corpo umano nella performance Eingeweide realizzata da Marco Donnarumma (recentemente premiato ad ArsElettronica 2017) in collaborazione con Margherita Pevere all’estetica vaporwave intrisa di gif, emoticon e linguaggio web nella performance Untitled, creata per il festival da Kamilia Kard, ai suoni elettronici e alle atmosfere clubbing che animeranno le esibizioni di Andrea Familari (in coppia con Black Fanfare, aka Demetrio Castellucci), al duo Quiet Ensemble (da non perdere) che in Back Symphony costruisce un concerto per luci stroboscopiche e per i materiali di un retroscena. Ancora, dalla capacità di un computer di percepire e comprendere una composizione musicale in Noise is full of words di Void, all’esplorazione dell’universo delle App per il sonno in Labor of Sleep, Have you been able to charge your habits?? di Elisa Giardina Papa, solo per citare alcuni dei protagonisti (qui il programma completo).

A curare questa nuova sezione, chiamata a Roma dalla presidente del festival Monique Veaute e dal suo direttore Fabrizio Grifasi – demiurghi della manifestazione e artefici del suo successo – è Federica Patti, classe 1983, storica dell’arte e curatrice indipendente di base a Bologna, la cui ricerca si concentra da sempre sulle arti multimediali, su progetti interattivi e partecipativi, sulle pratiche liminali e ovviamente sulla valorizzazione di giovani artisti emergenti. Membro del collettivo curatoriale LaRete Art Projects e di IKT – International Association of Curators of Contemporary Art, abbiamo incontrato la Patti quando manca pochissimo al debutto.

Un momento di “Karma Fails - Meditation is Visualization” di The Cool Couple

Federica, come è nato il tuo coinvolgimento con Romaeuropa e quale è l’obiettivo di Digitalive?
«Come curatrice indipendente, ho lavorato per 9 anni a ROBOT festival, ideando e sviluppando la sezione dedicata alle arti visive – insieme a Marcella Loconte: istituendo prima la call4robot, un bando di selezione dedicato alla creatività emergente e DYI, e coinvolgendo poi artisti internazionali nella produzione di nuove produzioni pensate appositamente per la manifestazione. Ed è stato proprio nel 2014, in occasione della première di The Enlightenment dei Quiet Ensemble, che ho conosciuto Fabrizio Grifasi, Direttore Generale e Artistico della Fondazione Romaeuropa e del Romaeuropa Festival. Da quel momento è iniziato un confronto, culminato nell’idea di portare gli approcci, il network, il mood della community coltivata in quegli anni anche all’interno della cornice del REf. In particolare, ci interessa continuare a mantenere alta l’attenzione circa la produzione artistica multimediale inscrivibile all’interno delle performing art, ma che proviene da ambienti e modalità di sperimentazione indipendente “fuori teatro” – all’interno di festival, club, spazi alternativi, centri di ricerca scientifica. Così è nata Digitalive, unione fra le due anime storiche della rassegna – le arti sceniche e quelle digitali. L’obiettivo è quello di raccontare che cosa sta succedendo nella vasta area di contaminazione e dialogo fra le scienze, la tecnologie, la rete, la musica e l’arte digitale, rispondendo all’urgenza di portare in scena l’innovazione artistica e la creatività emergente».

Nella presentazione di Digitalive si legge che streaming, realtà virtuale e intelligenza artificiale diventano coinvolgimento tra reale e digitale per il pubblico: ma non c’è il rischio che la performance (il cui quid è la presenza, caratteristica quanto mai preziosa oggi) finisca così per “smaterializzarsi” perdendo la sua vera forza?
«Il corpo – umano e non – così come lo spaziotempo, l’interazione e la crossmedialità, l’identità sono argomenti centrali in tutti i progetti che abbiamo scelto per DL”. Il live dei Polisonum, per esempio, indaga i concetti di materia, spaziotempo e presenza attraverso il suono; lo streaming permette un dialogo a distanza, che in questo caso espande la percezione di presenza, sia per il performer che per il pubblico. Viceversa, gli spettacoli dei fuse* e di Donnarumma assumono l’apparato tecnologico come attore di scena, e la presenza di questa “entità complessa” è evidente e fondamentale sul palco reale, seppur immateriale, evanescente. Fino ad arrivare al Labor of Sleep di Elisa Giardina Papa – una serie di clip video pop-up che stanno comparendo sul sito di REf e su Instagram – a VR_I di Gilles Jobin e Untitled di Kamilia Kard: opere in cui la presenza virtuale del performer è totalmente ininfluente, mentre ad assumere centralità sono il corpo e l’azione del pubblico, in special modo sul palco virtuale.  A mio avviso, “presenza” è un concetto centrale in tutta la speculazione artistica del secondo Novecento, perché in un certo qual modo lo sviluppo delle tecnologie informatiche di telecomunicazione ha espanso, potenziato, come si dice sempre rivoluzionato il legame fra presenza e fisicità, anche e soprattutto nella quotidianità. In questo senso, le culture digitali sono culture performative, parte di una più ampia svolta “attiva-performativa” nelle dinamiche artistiche e sociali. È vero, la performance art si basa su elementi cardine quali performer, spettatore, e la relazione che fra questi si costituisce, in uno spaziotempo definito. Io credo che le esperienze VR e AR, o lo streaming, così come le riprese a circuito chiuso e la televisione prima di loro, permettano di espandere questa relazione, svelandone potenzialità e dinamiche inedite. Non credo si debba parlare di perdita, piuttosto di acquisizione di energie differenti. Per esempio, sono particolarmente affascinata dal ruolo di centralità che i social media stanno attribuendo anche a gesti e movimenti, abitudini quotidiane collettive, che vengono sempre più veicolate e presentate come vere e proprie esibizioni; e alle inedite dinamiche di fruizione e coinvolgimento del pubblico che questi strumenti sembrano detenere in potenza: The Cool Couple e IOCOSE portano alle estreme conseguenze le peculiarità di queste situazioni, le “stressano”, con risultati davvero divertenti!».

La performance “Corpus Nil: Eingeweide” di Marco Donnarumma

Quali sono stati i criteri della selezione in un ambito così vasto di azione?
«Per definire in maniera forte l’identità di questa nuova sezione, abbiamo scelto di concentrarci sul presentare lavori di artisti italiani riconosciuti all’estero ma ancora poco conosciuti e presentati in Italia. Inoltre, la selezione si è inevitabilmente orientata su criteri generazionali, perché quelli trattati sono temi, urgenze tipiche della generazione Millennial. Caterina Barbieri si esibirà a DL al culmine di una stagione in cui, finalmente, ha collaborato con i festival italiani. Idem VOID, Familari e Castellucci, che raramente annoverano tappe in Italia per le proprie esposizioni e tournée, ricche invece di date nel resto d’Europa. Ciascuno degli artisti invitati si è messo particolarmente in gioco, e il risultato è un numero davvero sorprendente di anteprime. Una fra tutte: Eingeweide, la nuova produzione di Marco Donnarumma in collaborazione con Margherita Pevere, che arriva al Mattatoio in première assoluta, dopo aver fatto tappa al Transmediale e ad Ars Electronica con le versioni di studio e preparazione dello spettacolo. Anche la collaborazione con Spring Attitude è pensata per valorizzare al massimo questi contenuti, portandoli all’attenzione del grande pubblico».
 
Il progetto proseguirà nelle prossime edizioni?
«Il progetto avrà sicuramente degli sviluppi, a cominciare dal fatto che Digitalive è anche un premio: un comitato scientifico composto da Sabine Himmelsbach dell’HeK di Basilea, Saraa Hacklin del Kiasma di Helsinki e da Francesca Manica (curatrice della sezione Dancing Days del Ref) sceglierà infatti in questa edizione il promotore del progetto più meritevole. Il vincitore verrà premiato con la produzione di una nuova opera, che REf ospiterà nella prossima edizione e di cui promuoverà la circuitazione all’interno del proprio network internazionale».

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