«Oggi sono un adulto e forse non ho più bisogno di un nome che sia una protezione». Così Vasco Brondi chiude l'esperienza del suo progetto musicale “Le luci della centrale elettrica”. I saluti sono affidati a un tour, un disco e un libro che uscirà a novembre: «È il momento di fare altro»

«Sotto la Montedison, a Ferrara, c’era una sala prove. I ragazzi che la gestivano mi proposero di aprire il concerto degli Ardecore. Bisognava stampare le locandine, mi chiesero che nome scriverci e io risposi “Le luci della centrale elettrica”, così, senza pensarci troppo ma allo stesso tempo molto deciso, forse solo perché avevo appena scritto quel ritornello che poi è finito dentro Piromani». Da allora quelle luci hanno illuminato la musica cantautorale italiana degli anni Zero e Dieci e hanno rappresentato una scenografia perfetta per le storie cantate da Vasco Brondi. «Mi piaceva l’idea che ci fosse questo sfondo», dice a IL, «ti proiettava esattamente nel posto giusto. A un certo punto, però, l’orizzonte ha iniziato a cambiare perché io sono cambiato, sono cresciuto. Avevo vent’anni allora, ero solo un ragazzino che come centomila altri ragazzini voleva fare musica. Oggi sono un adulto e forse non ho più bisogno di un nome che sia una protezione».

Il ragazzo di Ferrara è diventato grande e non ha più paura del buio: può spegnere le luci e dormire tranquillo. «Non so ancora spiegarmi del tutto il motivo, ma è una cosa che percepisco con grande serenità. Non è stato un percorso, semplicemente un giorno camminando per Milano mi è affiorata questa decisione con una sicurezza che non mi appartiene». Per salutare le sue luci, Vasco Brondi ha organizzato una bella festa: un tour nei teatri, un disco che raccoglie le canzoni di questi dieci anni tra la via Emilia e la via lattea, e un libro che uscirà a novembre. È una festa di addio («Alcune canzoni non le suonerò mai più dopo questo tour») ma è allo stesso tempo un nuovo inizio di «grandi speranze, occhi aperti, cuore socchiuso», come canta in Mistica, l’inedito che spalanca il futuro del nuovo Vasco Brondi.

«Sento che è arrivato il momento di fare spazio ad altro, per la bellezza e la follia di ricominciare», ci spiega raccontando che, forse, quelle luci sullo sfondo erano diventate una scenografia stonata rispetto agli ultimi due dischi. C’entra il fatto che il cantore della provincia italiana si è poi trasformato nel cantante di un pianeta intero (Terra resterà l’ultimo disco di inediti firmato da “Le luci della centrale elettrica”) capace come forse nessun altro oggi di trovare la parola esatta, l’unica in grado di regalare un senso di compiutezza. I testi di Vasco Brondi fotografano dei pensieri che non sappiamo di avere, li tirano fuori chiamandoli per nome, quel nome che solo lui sa trovare.

In questi dieci anni ha viaggiato tanto fuori e dentro di sé, arrivando a raggiungere la maturità che oggi gli fa dire: «Siamo qualcosa di molto più grande di quello che facciamo». Parla di una «pace interiore», dell’eco vuota delle voci che sotto il palco gridano il suo nome e di quanto si sia riconosciuto nelle parole di Suzanne Vega che da qualche parte in un libro raccontava di quanto sia stato assurdo per una donna dal carattere così introverso decidere di fare la cantante. Parla come un vecchio saggio – sarà per la barba sempre più lunga – e del ragazzo che urlava dentro un microfono «siamo l’esercito del Sert» e si chiedeva «che cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?» non c’è traccia.

Si spengono le luci della centrale, si spegne la giovinezza di una generazione. Oggi la sala prove sotto la Montedison è diventata un sexy shop.

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