Magazine / Glocal

«Emozione New York, voglio fare il bis»

IL 106 02.11.2018

Il 4 novembre è il giorno della maratona più famosa del mondo. Cinquantamila persone di corsa, una più veloce di tutte. Geoffrey Kamworor, vincitore nel 2017, ci riprova

Cinquantamila persone che corrono. La maratona di New York (quest’anno il 4 novembre) è l’evento sportivo di massa più importante al mondo. Dopo gli americani, gli italiani sono la compagine più numerosa, 3.500 podisti. In una corsa di 42,195 chilometri vincono tutti se arrivano in fondo. Ma c’è uno che arriva primo. Nel 2017 è stato un ragazzo kenyano con le gambe da fenicottero e la falcata da gigante: Geoffrey Kamworor, 25 anni, e un curriculum già di altissimo livello: cinque volte campione del mondo con tre titoli nella mezza maratona (2014, 2016 e 2018), due nel cross country (2015 e 2017).

Geoffrey ha vinto l’ultima New York City Marathon tagliando il traguardo dopo 2 ore 10 minuti e 53 secondi, di un soffio – tre secondi – prima del connazionale Wilson Kipsang. «Ero così felice all’arrivo. Sono stato travolto dall’emozione, arrivare primo davanti a 50mila persone che correvano dietro di me. Una cosa così grande, se ci pensi, da travolgerti». Torna quest’anno a New York con l’obiettivo di difendere il suo titolo. Si è preparato a lungo a questo appuntamento nella terra degli altopiani dove vive. «Ricordo la maratona dello scorso anno come un giorno bellissimo. Andai subito forte. Mi ero allenato a lungo. Ero concentrato, però mi sono rimasti impressi nella memoria il livello di organizzazione, il calore della gente lungo i 42 chilometri, e poi New York, quella città per me così grande e diversa dalle colline dove mi alleno qui in Kenya».

Geoffrey non sente mai la pressione pre gara. Ha uno sguardo fiero. Da guerriero. Abituato a macinare lunghe distanze a velocità incredibili sugli sterrati africani. «La pressione non l’ho mai avvertita veramente perché ero pronto ad affrontare quella fatica, alla sofferenza che si prova a correre così veloce per tanti chilometri». Per questo ragazzo sembra tutto semplice, niente strategie o tattiche. Solo le gambe che vanno e vanno veloci, come un motorino. «Siamo partiti subito bene con gli altri top runner. Mi sentivo in forma. Credevo nelle mie possibilità e, a un certo punto, quando mancavano 7 chilometri all’arrivo, ho deciso di scattare lasciando tutti dietro di me. Da quel momento non mi sono più curato degli altri avversari. Non ho avuto mai paura di non farcela, nemmeno per un attimo».

L’arrivo è stato emozionante. Con un finale che si è concluso con il suo sprint vincente quasi al fotofinish, con due atleti al primo e secondo posto separati da un niente, un soffio. Quest’anno il campione kenyano punta a raddoppiare. «Sto bene, torno a New York per correre la mia gara e… Vediamo. Sono ottimista». Si allena a Kaptagat nelle terre alte, tra i 2.400 e i 2.800 metri di altitudine, posto perfetto dove prepararsi alla corsa di resistenza. «Le condizioni sono favorevoli perché simili al percorso ondulato della Maratona di New York. Un percorso misto in altura aiuta a trovare l’equilibrio giusto». I suoi allenamenti settimanali prevedono due sessioni veloci, sessioni normali, un trail e un lungo di 40 chilometri, per un totale di 180-200 chilometri di corsa.

Il campione kenyano corre da sempre, come molti in Africa, sin da quando era bambino, per arrivare più veloce a scuola, 5 chilometri due volte al giorno con i libri in spalla. Ma ha cominciato a fare sul serio, ad allenarsi come un atleta professionista quando ha finito la scuola superiore ed è passato all’università. «Ho trovato un buon manager, un buon coach e da lì è cambiato tutto».

Nonostante il successo alla NY Marathon, l’assegno da 100mila dollari, i premi e gli sponsor, Geoffrey ha deciso di restare in Kenya, anche se non gli sono mancate le offerte per trasferirsi in Europa o negli Stati Uniti: «Il Kenya è il mio Paese. È dove sono nato e sono cresciuto. È un buon posto dove vivere. Io ho scelto di restare perché qui ho la mia famiglia, ma è anche un ottimo luogo dove allenarsi. C’è una grande tradizione nella corsa di resistenza e ci sono ottimi allenatori».

Il suo vero obiettivo sono i Giochi olimpici di Tokyo 2020: vincere la maratona delle prossime Olimpiadi. Mancano meno di due anni. Lui è un atleta giovane e molto forte. Continua a pensarci. «Sono già concentrato per prepararmi a quell’appuntamento. Sembra che manchi ancora tanto, ma non è molto, il tempo vola quando ti alleni tanto. Ci penso spesso e voglio andare alle Olimpiadi. Ci sono tante persone che mi stanno seguendo e credono in me». Il suo allenatore è Eliud Kipchoge, medaglia d’oro alla maratona nei Giochi di Rio 2016. «C’è un rapporto speciale con lui. È un grande campione. Stiamo sempre insieme nello stesso campo di allenamento. È un modello per me. Mi motiva, è anche il mio coach mentale».

Ora si concentra su New York, la data è imminente. «Punto a vincere una seconda volta. Non ho paura. Sono pronto e sto aspettando da settimane di essere lì sul nastro di partenza. Qualcuno mi chiede come faccio a rimanere così tranquillo davanti alle sfide. Io dico sempre che la mia carriera è come quando sali su un albero. Una volta che metti il piede su un ramo, devi andare avanti e provare a salire su quello successivo, più in alto, senza dimenticare la strada che hai fatto per riuscire ad arrivare fino a lì».

Chiudi