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Il giornalista nel suo labirinto

di Valeria Palumbo
fotografie di CARLO ROTONDO
IL 106 05.11.2018

Il volto di Gabo sul muro della casa dei nonni ad Aracataca

Fare il cronista in Colombia è sempre stato difficile (e ora ci si mettono pure i social). Ma la fondazione creata da García Márquez a Cartagena è diventata un punto di riferimento mondiale per il “periodismo”

C’è stato un Trump prima di Trump: l’ex presidente della Colombia, Álvaro Uribe Vélez, ora sotto processo per “corruzione e frode procedurale”, aveva già milioni di follower su Twitter quando il collega statunitense non aveva ancora fatto politicamente capolino sui social. Otto anni dopo la fine della sua presidenza, Uribe ha 4,8 milioni di follower. Il suo successore, in carica fino a pochi mesi fa, viaggia sui 5,3 milioni. Ma non se la passa male neanche l’ex guerrigliero dell’M-19 e candidato di sinistra, Gustavo Petro, sconfitto alle Presidenziali dello scorso giugno, con 3,3 milioni. Per non parlare dei due milioni di follower del trasgressivo senatore Antanas Mockus (che ha mostrato il fondoschiena per protesta in Aula scatenando un putiferio).

«Questo è il motivo moderno della crisi della stampa colombiana», scherza Jaime Abello Banfi, cofondatore e poi direttore generale della Fundación Gabriel García Márquez para el nuevo periodismo iberoamericano (Fnpi): «I politici e i leader influenti tendono a parlare direttamente con i loro elettori e seguaci e non hanno più bisogno della mediazione dei giornali. Poi c’è il resto». Ed è una lunga storia. Per ascoltarla abbiamo affrontato il caldo torrido e il cielo biancastro di Cartagena de Indias, affacciata sull’Atlantico, nel Nord della Colombia. Ad accoglierci, oltre a Jaime, Ricardo Corredor Cure, direttore esecutivo della Fnpi. La piccola sede è arrampicata in cima a una scala, in un tipico patio coloniale. L’indirizzo, calle San Juan de Dios #3-121, è mitico, non soltanto per l’illustre fondatore García Márquez e non soltanto per le feste in terrazza di cui si favoleggia, a testimoniare il clima tutto caraibico del cenacolo: a più di quattro anni dalla scomparsa dello scrittore Premio Nobel (qui, per tutti, è Gabo), la Fondazione è più viva che mai ed è un riferimento per chi fa giornalismo d’inchiesta.
Abello è un testimone ideale: Gabo lo coinvolse dal primo giorno nel progetto, un po’ folle all’epoca, di istituire laboratori pratici all’interno di una struttura che avesse come obiettivo l’eccellenza del giornalismo. Una questione di etica, ma soprattutto di professionalità.

Il modello era quello della scuola di giornalismo del quotidiano spagnolo El País, le cui lezioni si svolgevano in redazione; ma se la Spagna degli anni Novanta era un Paese in felice crescita democratica, la Colombia stava affrontando gli anni più sanguinosi della sua guerra civile e lo strapotere del narcotraffico – quasi sei milioni di persone espulse dalle loro terre e dalle loro case, decine di migliaia di morti, di sequestrati, di vittime della criminalità, di scomparsi. Lo stesso García Márquez aveva lasciato il Paese negli anni Sessanta. La situazione non è del tutto mutata dopo l’accordo di pace del 2016 con le Farc, il principale gruppo guerrigliero, né con l’evoluzione del narcotraffico, passato sotto il controllo delle bande messicane. Gli assassinii, a centinaia, continuano. Soprattutto dei “líderes sociales”, ovvero delle persone che si battono per i diritti civili, delle comunità e dell’ambiente. Così come proseguono le sparizioni e le espulsioni forzate: si parla di 7,7 milioni di rifugiati interni. Ed esistono ancora alcuni gruppi guerriglieri. In sintesi si può dire che i vecchi “attori della morte” – guerriglieri, militari, paramilitari e narcos – sono a tutt’oggi in azione, benché siano meno irruenti.

Un’edicola per le strade della cittadine di Popayán, a circa 500 chilometri da Bogotà

Il "Diario del Cauca" riporta la notizia di uno dei frequenti omicidi politici

Fare il giornalista secondo i princìpi etici e professionali di Gabo resta difficile e pericoloso. Ma Abello e Corredor ne parlano con il sorriso e, anzi, tracciano un quadro che assomiglia molto a quello italiano (senza contare che vantiamo anche noi un discreto numero di giornalisti sotto scorta per minacce mafiose) e, in generale, a quello occidentale, benché la Colombia appaia un Paese lontano in tutti i sensi dall’Europa. Eppure, sostengono Abello e Corredor, «il primo problema delle testate di carta è la scomparsa della pubblicità. Gli abbonamenti digitali sono stati introdotti da poco. In passato gli editori erano legati alla politica; da un ventina d’anni sono imprenditori e quindi badano ai conti. Nel 2012, per esempio, il gruppo spagnolo Planeta ha venduto il quotidiano più diffuso, El Tiempo, al banchiere Luis Carlos Sarmiento che è uno degli uomini più ricchi del Paese». L’altro giornale storico colombiano, El Espectador, proclamato nel 1994 da Le Monde come uno dei migliori otto quotidiani al mondo, è stato comprato nel 1997 dal Grupo Bavaria, uno dei quattro maggiori gruppi finanziari colombiani. E il maggior settimanale di informazione, La Semana, è di Felipe López Caballero, imprenditore e giornalista che viene da una delle famiglie più influenti della Colombia.

Senza coperture finanziarie importanti è difficile fare giornali, ma neppure l’appartenenza a un grande gruppo costituisce sempre un riparo: il 17 dicembre 1986 il direttore dell’Espectador, Guillermo Cano Isaza, fu ucciso per i suoi articoli contro il cartello di Medellín e tre anni dopo la redazione del giornale fu devastata da una bomba. Minacce e sequestri di giornalisti completano il quadro. In più, per difficoltà economiche, dal 2001 al 2008, El Espectador uscì solo come settimanale, lasciando campo libero a El Tiempo, che oggi vanta anche il sito ufficiale più visitato del Paese. «La Colombia ha un alto livello di concentrazione della proprietà dei media. E anche questo è in linea con il trend mondiale», aggiunge Abello. «Solo che da noi non esiste una legge che la limiti o controlli». In compenso la diffusione di Internet ha permesso lo sviluppo di una serie di realtà indipendenti come La Silla Vacía, suggerisce il direttore della Fnpi: «I finanziamenti arrivano da fonti diverse: un po’ di pubblicità, poi, per nove anni, i fondi del Programa de periodismo independiente della fondazione di George Soros, e, a volte, di altre istituzioni, come l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, oltre al crowdfunding. Il risultato sono inchieste dettagliate e scottanti, soprattutto sulle malversazioni e sulla corruzione politica».

Se La Silla Vacía fa un tradizionale giornalismo d’inchiesta, basato sui fatti e su lunghe inchieste, spiega Abello, «Las2orillas preferisce editoriali puntuti e notizie di maggior impatto, mentre Pulzo è più commerciale e pop. Un approccio nuovo all’informazione è quello di Expedientes, un sito a cui ci si abbona per avere notizie sui processi in corso in Colombia». Ora però, come nel resto del mondo, gran parte delle persone si informa direttamente sui social, anche se resta comunque fortissima la televisione, in particolare Caracol Televisión, il cui gruppo è controllato dalla ricchissima famiglia Santo Domingo y López.

La sede della Fundación Gabriel García Márquez Para el Nuevo Periodismo iberoamericano

Sui muri, la prima pagine de "El Espectador" dedicata a Gabo

A social e tv si affiancano, oltre ai siti tradizionali, alcuni giornalisti-commentatori youtuber di crescente successo. Come Daniel Samper Ospina, che su #HolaSoyDanny è seguito da oltre 495mila persone. Tra i canali collegati al suo c’è La Pulla, che ha quasi 600mila iscritti ed è il braccio-video “vivace” del Espectador. «Il giornalismo investigativo sta prosperando anche sulla Rete», sottolinea Abello, che ci tiene a precisare: «Gabo avrebbe ricordato che è un pleonasmo: il giornalismo, diceva, debe ser investigativo por definición». Il punto, dunque, è continuare a farlo sui nuovi media, senza abdicare ai suoi princìpi, ma sperimentando anche nuove forme di finanziamento. È il caso di Verdad Abierta, un progetto ormai decennale legato al settimanale Semana, ma finanziato da una serie di organizzazioni internazionali. I suoi contenuti si possono riutilizzare, basta citare la fonte, e sono preziosi per rimanere aggiornati sulle violazioni dei diritti umani in Colombia.

Un quadro così ricco ha di fronte (e forse ha anche generato) una situazione complessa: «L’inedito buon risultato di un candidato di sinistra come Petro alle Presidenziali ha messo in rilievo che la società colombiana è molto più partecipativa, più urbanizzata, più polarizzata e più alfabetizzata che in passato. La deriva verso il populismo, sia dei politici sia degli elettori, è un fenomeno che, ancora una volta, ci inserisce nel trend internazionale», dicono Abello e Corredor. «Il futuro, ovviamente, resta incerto», concludono sorridendo. In tutto questo qual è il ruolo della Fnpi? «Continuare a organizzare laboratori, anche per i bambini e non soltanto per i giornalisti. Sviluppare la rete internazionale di reporter e promuovere i nuovi talenti e le migliori inchieste. Organizziamo oltre 150 attività all’anno, facciamo lavorare 40 persone in modo continuativo, abbiamo tra i nostri referenti e docenti giornalisti come Martín Caparrós e María O’Donnell, pubblichiamo libri, partecipiamo a progetti. Siamo sempre in deficit, ma andiamo avanti. Soprattutto ci manteniamo indipendenti, convinti, come diceva Gabo, che vale la pena hacer lo que hacemos, val la pena fare ciò che facciamo». Anche se, complici i furori dei social, oggi il mestiere del cronista sembra più screditato che mai.

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