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Gerusalemme nel nostro cuore

15.11.2018

Un’installazione cerebrale. Un'esperienza immersiva, visionaria, a tratti mistica. Jerusalem in My Heart mischiano ricerca elettronica, video e influenze arabe ritagliandosi un ruolo di primo piano nella musica contemporanea di frontiera. La metà libanese del duo ci racconta tutto

Il futuro della musica è destinato a muoversi fuori dai confini geografici e politici noti. Molte delle novità più interessanti che percorrono e influenzano la musica occidentale negli ultimi anni provengono da aree fino a poco tempo fa “insospettabili” come l’Africa (da Bombino a John Wizards a Hailu Mergia) o il Medio e l’Estremo Oriente (da Omar Souleyman alla psichedelia Thai). Una contaminazione feconda investe i generi storici: un caso per tutti, la scena nu-jazz inglese a partire dai Sons of Keemt del tenorsassofonista e compositore anglocaraibico Shabaka Hutchings. Tra le novità più apprezzate in questi ultimi mesi, ce n’è una che proviene da una regione martoriata, non troppo distante a dire il vero dalla nostra relativa tranquillità. Radwan Ghazi Moumneh, mente e anima del progetto Jerusalem in My Heart insieme al filmmaker canadese Charles-André Coderre, è nato nel 1975 in Libano, ma ha dovuto abbandonare il Paese durante la guerra civile per trasferirsi prima in Oman e poi a Montrèal. Lì ha iniziato a confrontarsi inizialmente con il punk e l’hardcore, per poi concentrarsi sull’incontro tra la musica tradizionale araba e l’elettronica contemporanea dando vita al progetto con cui si è fatto conoscere: non una band o un semplice progetto audio/video, ma un’installazione cerebrale, una vera e propria esperienza immersiva e visionaria, soprattutto dal vivo.

Ora Jerusalem in My Heart arriva in Europa dopo una collaborazione con i “conterranei” Suuns per presentare il nuovo album Daqa’iq Tudaiq, seguito del fortunato If He Dies, If If If If If If, in una mini-tournée italiana che lo vedrà tra gli headliner dell’undicesima edizione di Transmissions (il festival di Bronson dedicato all’esplorazione dei nuovi suoni da tutto il mondo, a Ravenna dal 22 al 24 novembre) e protagonista assoluto (insieme a Ron Morelli, Paquita Gordon e Joseph Tagliabue) della serata organizzata a Milano il 30 novembre da Threes (ideatori di Terraforma) e BUKA presso lo Striptease di Via Padova.

Hai citato più volte Franco Battiato come una le tue influenze più significative, e tra le 16 date europee del vostro tour, 6 saranno in Italia: esiste un feeling particolare con il nostro Paese? Ci sono altri musicisti italiani che apprezzi?
«È una cosa piuttosto buffa: l’Italia mi ha affascinato sin da bambino, al punto da farne una sorta di ossessione, un vero feticcio (per lo meno dell’idea che ne avevo!). Crescendo, ci si confronta con le proprie ossessioni; oggi direi che ho una storia d’amore in corso con un sacco di cose che ai miei occhi sono italiane (e vi risparmio la mia passione per le vostre biciclette sportive) o che in certo modo mi sembrano assimilabili all’estetica italiana, anche se so che è piuttosto stupido da dire visto che so che il vostro Paese è composto da tante “micro-culture” spesso ben distinte tra loro. Riguardo alla musica, certamente adoro il lavoro di Battiato, ma mi piacciono anche altri artisti dello stesso periodo come Roberto Cacciapaglia, Raul Lovisioni e Francesco Messina (il loro Prati Bagnati Del Monte Analogico è uno dei miei dischi da Isola deserta). Adoro l’opera di Roberto De Simone, in particolare La Gatta Cenerentola, quello del percussionista sperimentale Lino Capra Vaccina e, sempre in questo ambito di sperimentazione Luciano Cilio, Michele Feddrigotti & Danilo Lorenzini, Giusto Pio, oltre allo straordinario progetto dei Magazzini Criminali. Non è facile avere accesso alla musica italiana in Canada, purtroppo molte cose non arrivano fino a qui. Anche per questo sono piuttosto ignorante sugli artisti contemporanei del vostro Paese, ma mi sembra che Alessandro Adriani stia producendo lavori eccezionali sia per conto suo sia con l’etichetta Mannequin».

A volte mi viene da pensare che nella recente fascinazione occidentale per i suoni mediorientali (e “esotici” in generale) ci sia una sorta di perverso residuo del nostro essere colonialisti, una sorta di malcelato senso di superiorità (e un altrettanto poco ben nascosto desiderio di appropriazione) che costituisce l’ostacolo più grande a una comprensione reale: pensi che ci sia della verità, in questo, o è il senso di colpa latente che ci accompagna?
«È assolutamente un punto importante da sottolineare, e di cui essere sempre coscienti. Abbiamo visto questo trend crescere per un bel po’ di tempo, e l’esposizione alla musica mediorientale è cruciale, ma è inevitabile che i trend musicali siano vittima della febbre dell’hype, della moda. Credo che la parola “comprensione” sia davvero la chiave. Oggi continua a esserci un certo feticismo nei confronti della musica mediorientale così come di altra musica contemporanea “non-bianca”, e la cosa diventa preoccupante nel momento in cui si sottolinea l’aspetto sociale della cosa. Prendi la recente fascinazione occidentale per la musica Shaabi (genere di musica popolare egiziano storicamente legato alla classe operaia, ndr) del Levante e dell’Egitto: è davvero paradossale, se la si inserisce nel quadro degli attuali flussi migratori, di queste masse costrette ad abbandonare i Paesi di quell’area e ad affrontare problemi di integrazione sempre più grandi nelle loro nuove “case”, in un contesto sempre più fertile per l’ondata di razzismo che percorre l’Europa oggi… Pensare che i Paesi e le culture dalle quali queste persone provengono sono gli stessi che molti europei amano al punto da farne dei feticci è assurdo. A volte faccio fatica, io per primo, a inquadrare il mio ruolo di artista arabo nell’ambito (molto occidentale) della musica contemporanea di ricerca. Quello che cerco di fare è cambiare le cose attraverso il mio lavoro, veicolare una visione del mondo diversa. Spero che alcune di queste idee possano “arrivare”, specialmente al pubblico europeo. Ma resta un discorso dannatamente complicato…».

Jerusalem In My Heart è il nome di una band e insieme una sorta di “manifesto politico” in senso lato: ci sarà mai una vera speranza di pace per Gerusalemme e per quell’area del Medio Oriente?
«Pace? Non credo proprio. Intendiamoci: anche se sono ottimista, qui bisogna essere innanzitutto realisti. Quando parlo di “Gerusalemme” non intendo solo la città, ma quell’intera regione; e se guardiamo all’assetto geopolitico attuale, la pace non è proprio possibile».

In Italia è nato un grosso dibattito a proposito di immigrazione, diritto di asilo e diritti civili in generale, e alcuni guardano al Canada come a un esempio da seguire: che ne pensi?
«Non guarderei alla politica del Canada come a un modello, sinceramente. Quello che viene dipinto dal circo mediatico e quello che accade nella realtà è decisamente differente. I politici sono politici ovunque, e il fatto che usino le crisi legate ai migranti per dare lustro all’immagine del Paese è una loro tipica strategia. La realtà è molto diversa: il Canada è un Paese molto più di destra di quanto il mondo pensi. Abbiamo un primo ministro “liberale” ora (che liberale non è, è semplicemente un capitalista convinto), e prima di lui abbiamo avuto un primo ministro di ultradestra per quasi un decennio».

Nella tua musica è apprezzabile l’attitudine punk, forse retaggio dei tuoi primi esperimenti sonori: per intenderci, il tuo lavoro non è mai fatto con l’idea di piacere alle persone o di rendergli la vita semplice, ma al contrario devi ascoltarlo con orecchie ben aperte per avere accesso al tuo mondo. È una cosa che fai di proposito?
«Sinceramente non penso troppo a queste cose. Sai, la musica è l’unico modo che conosco per comunicare, e prima di tutto mi interessa essere sincero e aderente alle mie emozioni e ai miei sentimenti. Non ho mai voluto insegnare a qualcuno come sentirsi, ma piuttosto proporre qualcosa che aiuti a riflettere su quello che è il bagaglio “politico” interiore di ognuno di noi. Molte persone si lamentano di non capire quello che canto nelle mie canzoni, ma altrettante persone mi dicono di essere felici di capire la mia musica anche se non parlano arabo… È questo che conta: la mia aspirazione più grande è raggiungere una comunicazione con il mio pubblico nonostante la barriera linguistica. Suoniamo moltissimo in Europa, dove la maggior parte dei luoghi dove suoniamo hanno un presente ed un passato complessi, specialmente messi a confronto con il mondo arabo, sia che si parli di un passato colonialista o di un presente post-colonialista. L’esperienza più bella è leggere le parole delle persone che possono venire a sentirci e raccontare che cosa hanno provato assistendo alla nostra performance: siamo molto fortunati per questo. Per quanto riguarda l’attitudine, sai che arrivo da un background punk che non ho mai nascosto, e in qualche modo si deve essere trasferito in quello che faccio. Sono ancora oggi un fan sfegatato di un sacco di vecchie formazioni punk italiane, su tutti Wretched, Cheetah Chrome Motherfuckers, Negazione e Raw Power».

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