È il secolo della rivoluzione vegetale e la vita muta degli alberi (compresi gli abeti rossi lassù in Veneto) ha già cambiato il nostro pensiero. Anche se continuiamo a non riconoscere la “Picea abies” e l’“Alnus glutinosa”

Probabilmente non distinguereste una quercia da un faggio, un olmo da un leccio e figurarsi una Picea abies da una Alnus glutinosa. Non scoraggiatevi però; non si tratta di una mancanza, ma della conseguenza normale della vostra vita perfettamente conforme alla cultura postindustriale due, tre, o forse quattro punto zero. Infatti riconoscete spontaneamente la differenza tra una serie Netflix e una HBO, scegliete con cognizione tra un iPhone e un Samsung, citate correttamente il best seller del momento e valutate attentamente le caratteristiche tecniche di un’automobile, anche se per voi il mondo delle piante coincide pressappoco con le scolorite rose del nonno e l’attorto geranio secco sul balcone, con gli alberi frondosi del parchetto sotto casa e l’ombroso pergolato dell’osteria fuori porta presso cui cercate ristoro.

A una pur sommaria analisi, potreste però accorgervi che ultimamente anche sul versante vegetale, se non proprio le vostre cognizioni, almeno la vostra vita sta inopinatamente mutando. Da un po’ di tempo infatti al supermercato siete attratti dai verdi scaffali bio e al ristorante l’offerta del menù vi orienta sempre più su piatti con percentuali vegetali che abbattono la quota di proteine animali; oppure, se siete ancora inclini alla carne, preferite senz’altro che la scottona prima di finire in tartare nel piatto abbia vissuto la sua breve vita in libertà, pascolando in alpeggio – per non dire di quella volta che avete addirittura assaggiato con segreta soddisfazione la proposta vegan sotto l’influenza dell’ammicco malizioso di un affabile cameriere. Da ultimo poi, se conduceste una seria autocoscienza sociopolitica, non potreste negare che anche le vostre saldissime convinzioni politiche, qualunque esse siano, abbiano guadagnato recentemente, inconsciamente e quasi per osmosi con l’aria dei tempi, una coloritura più ecologica se non addirittura green.

Ebbene, niente paura: non state regredendo a una forma di vita feudale. È la realtà contemporanea che vi determina verso nuovi orizzonti. Lo sfruttamento ad libitum del pianeta è insostenibile, ora lo sappiamo, insieme all’evidenza che gli appetiti predatòri dell’utilitarismo economico non sono più pensabili all’epoca dei mutamenti climatici. Altri vincoli stanno via via guadagnando terreno su quelli finanziari, e lentamente – forse troppo lentamente – comincia a prender forma una nuova consapevolezza che si palesa in un’accresciuta cura della nostra natura insieme a una rinnovata sensibilità per la Natura; compresa quella sua parte che fin qui ci è parsa la più trascurabile per il suo apparente mutismo e immobilismo.

Le case editrici stampano titoli accattivanti, manifestazioni specifiche appaiono qui e là, i media se ne interessano. Botanica e giardinaggio, erbe officinali e varietà alimentari: ormai la pianta è un oggetto cool e anche in Italia, seppur in ritardo rispetto al mondo anglosassone, si può finalmente dire che sia giunto il plant turn. Del resto è la scienza stessa a dirci da anni che quello che ci sta di fronte non potrà che essere il secolo della rivoluzione delle piante. Stefano Mancuso, neurobiologo vegetale di fama mondiale, più volte indicato tra i membri della ristretta cerchia dei world changers, ce lo ha spiegato in Plant revolution (Giunti). Dopo aver pubblicato appassionanti libri per raccontarci l’evidenza controintuitiva che le piante non solo comunicano e si muovono, ma che sono pure esseri intelligenti, con coscienza e memoria, con la sua ultima pubblicazione ce le addita ora come il modello da cui dedurre soluzioni energetiche e organizzative per salvare il futuro.

E la fine dell’ostracismo teorico delle piante sta dando – scuserete il calembour – i suoi frutti anche nelle scienze umane. Si riscopre infatti con rinnovato ardore il millenario rapporto dell’homo con le piante e l’intreccio fittissimo che implica la vita vegetale nella nostra storia naturale e culturale. Dal giardino dell’Eden in giù è evidente il ruolo simbolico giocato dalle piante nella costruzione culturale umana, come anche il rapporto pratico nella costruzione materiale del nostro mondo. Ogni albero, ogni pianta è un intreccio, una storia appunto. Al riguardo basta sfogliare Il giro del mondo in 80 alberi (L’Ippocampo), bellissimo libro illustrato, best seller in patria, in cui Jonathan Drori girovaga per il pianeta intrecciando uomini ad alberi. Si scopre così che, senza la resistenza all’umidità dell’olmo, Venezia non sarebbe stata fondata sui pali che ancora oggi la sorreggono; o che il sughero della quercia, oltre a essere apprezzato dalle donne romane che ne facevano comodi calzari, è stato indispensabile alla NASA come isolante per mandare lo Shuttle nello spazio e a Dom Pérignon, nel XVII secolo, per tappare le sue bottiglie e cambiare la storia del vino, oltre che la nostra vita.

Anche la filosofia tenta ora la strada delle piante per uscire una volta per tutte dall’antropocentrismo che imprigiona il pensiero del mondo. Certo Aristotele aveva già colto la dimensione vegetativa comune a tutti gli esseri viventi, ma la speculazione filosofica si è di fatto sempre disinteressata delle piante. Anche nel XVIII, che è stato il secolo della grande scoperta della Natura, del suo studio e classificazione, in pochi ne hanno fatto un oggetto d’indagine. Una di queste rare eccezioni fu Goethe, che ne studiò la metamorfosi, o Jean-Jacques Rousseau, che ricavò dalle sue erborizzazioni una filosofia sensista, una pratica poetica e un antidoto alla falsità del consesso sociale. Già allora il Ginevrino lamentava però di «sentire tutti gli uomini vantare la magnificenza dello spettacolo della natura», ma di trovarne «pochissimi che sappiano vederla». E un filosofo sui generis come Giacomo Leopardi aveva già ben chiaro il problema: per vedere la natura «è bisogno rimuovere gli impedimenti e le alterazioni che sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto». Ce l’aveva ovviamente con gli uomini: l’uomo non è padrone di tutto, pensava, semmai è parte perniciosa di quel tutto.

Oggi però un filosofo attento come Emanuele Coccia può prendere le piante addirittura come paradigma ontologico per proporre una metafisica della mescolanza (La vita delle piante, il Mulino). Nella sua semplicità, il mondo vegetale è infatti la forma più arcaica di unione tra vita e mondo; anzi, è la forma di vita che fa l’atmosfera e il mondo che può abitarla. Attraverso l’indagine di foglie, fiori e radici Coccia riallaccia con un’interrogazione della natura dal sapore presocratico, per tentare una nuova cosmologia a partire dalle piante.

P.S.: La Picea abies è l’abete rosso o peccio che ammirate nelle piazze delle grandi città mascherato da albero di Natale, mentre l’Alnus glutinosa non è nient’altro che il comunissimo ontano che vedete senza riconoscerlo lungo i fiumi e i fiumiciattoli.

Emanuele Coccia

La vita delle piante. Metafisica della mescolanza

il Mulino 2018
160 pagine, 14 euro

Jonathan Drori

Il giro del mondo in 80 alberi

L’Ippocampo 2018
244 pagine, 19,90 euro,
illustrazioni di Lucille Clerc
traduzione di Lucia Corradini

Stefano Mancuso

Plant Revolution

Giunti 2017
272 pagine, 24 euro
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