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Lo strano caso della Nigeria, gigante dai piedi d’argilla

IL 106 12.11.2018

È la prima economia africana, ma anche il Paese con più poveri al mondo. Fotografia di una nazione sempre in lotta con le proprie contraddizioni

A metà settembre, il presidente federale nigeriano Muhammadu Buhari ha presentato la sua candidatura per le elezioni del prossimo febbraio. La notizia era attesa, ma ha suscitato critiche e proteste. Buhari è visto come un rappresentante della solita oligarchia al potere, fatta di personaggi noti già negli Anni 70, che non hanno fatto nulla per aiutare la Nigeria a decollare. Buhari, infatti, era tra gli autori del colpo di Stato del 1966 del colonnello Murtala Muhammed contro il regime di Aguiyi Ironsi, e poi, a distanza di due decenni, ha preso il potere per un breve interregno militare dal 1983 al 1985. Ora, malato e ultra settantenne, è di nuovo in pista. «Eravamo definiti il gigante dai piedi d’argilla in quei lontani Anni 70, ma la Nigeria, a quei tempi, viveva nell’illusione che avremmo potuto presto rinforzare le nostre gambe e muoverci sicuri verso lo sviluppo. Oggi invece non abbiamo più illusioni», dice lo scrittore e intellettuale Cyprien Ladipo: «Siamo ancora quel gigante pericolante con i piedi d’argilla».

Quel cliché ricordato da Cyprien Ladipo, ai tempi, esprimeva bene la realtà: un potenziale grande Paese sempre sul punto di essere sopraffatto dal suo stesso peso. Oggi, paradossalmente, quel clichè è ancora valido. Anzi, esprime la realtà in modo più preciso e aderente di quanto faceva allora, come se non fossero passati cinquant’anni.
La Nigeria di oggi è il principale produttore di petrolio dell’Africa, ma le sue pompe di benzina sono spesso a secco perché mancano – o non funzionano – le raffinerie, tanto che ogni mese vengono importate grandi quantità di carburante. Eppure, la Nigeria, nel 2016, ha totalizzato il Pil più alto d’Africa, più alto anche di quello del Sudafrica che, storicamente, è il Paese più ricco del continente. Eppure, la Nigeria è anche il Paese più popoloso, e se quel Pil da record viene diviso per i quasi 190 milioni di abitanti, si scopre che i nigeriani sono tra le popolazioni più povere del mondo; anzi, in questa triste classifica, hanno da poco superato gli indiani – 87 milioni di indigenti contro i 73 milioni del colosso asiatico.

La Nigeria è la patria della famigerata setta jihadista di Boko Haram che vieta l’educazione occidentale, che ha sequestrato migliaia di ragazze “colpevoli” di essere donne e di voler andare a scuola invece di indossare il velo islamico integrale e stare in casa; ma, allo stesso tempo, è anche la patria del grande musicista Fela Kuti, inventore dell’Afrobeat, morto nel 1995 di Aids, che sposò sul palco 24 vocalist e ballerine. Ed è anche la patria della squadra di calcio femminile che, nel 2016, è arrivata alla finale dei mondiali con la Germania: undici ragazze vestite succintamente, in maglietta e pantaloncini, che hanno onorato i colori nazionali nel mondo.

La Nigeria è il Paese delle contraddizioni e dei paradossi. Ma resta pur sempre la potenza continentale africana. Sul piano militare, ha un esercito di tutto rispetto con un importante budget di spesa; sul piano politico, è il Paese leader dell’Ecowas, l’organizzazione politica dell’Africa Occidentale; sul piano economico, è forse l’unico Paese che ha un abbozzo di industria manifatturiera di trasformazione. Soprattutto, la Nigeria è l’unico Paese che ha una vera e propria industria culturale. Oltre alla musica – Fela Kuti è ancora ascoltatissimo in Nigeria e nel mondo – e agli scrittori come il premio Nobel Wole Soyinka o come Chimamanda Ngozi Adichie, autrice di L’ibisco viola, Americanah e Metà di un sole giallo, romanzi venduti in tutto il mondo, c’è la filmografia di Nollywood dove “N” sta – appunto – per Nigeria. È il settore che, dopo il petrolio, porta più soldi nelle casse dello Stato. I film prodotti negli studi di Nollywood invadono tutta l’Africa e sono richiestissimi dagli emigrati in Europa o negli Stati Uniti.

«È cominciato tutto alla fine degli Anni 80», racconta Esa Suror, regista e produttore che sforna una decina di film all’anno: «Un gruppo di amanti del cinema senza nessuna preparazione tecnica si è messo a girare video e ha cominciato a venderli; in poco tempo, hanno dovuto far fronte a una domanda in crescita continua». La quantità di film oggi targati Nollywood è impressionante: 2.500 all’anno, una cinquantina a settimana. Sono in gran parte film fatti in economia, lontanissimi dal sofisticato gusto occidentale; i cast riuniscono non professionisti che spesso interpretano se stessi davanti alla macchina da presa; le sceneggiature affrontano temi della vita quotidiana africana e restituiscono al pubblico problematiche nelle quali identificarsi e riconoscersi: la povertà, la famiglia, i riti magici, i guaritori tradizionali, l’amicizia, l’amore. In ogni caso, l’industria cinematografica nigeriana è il settore con più occupati dopo quello agricolo (circa un milione di addetti) con un fatturato di un miliardo di dollari all’anno.

La Nigeria, poi, è senza dubbio il più importante centro creativo del continente in settori come la moda, le arti visive, la musica. Alcuni gruppi e cantanti sono vere icone produttrici di denaro, come i P-Square o la star afro-pop Yemi Alade. Tutti nomi che fanno parte del Paese dei “ricchissimi”, e tra questi c’è Aliko Dangote, l’uomo più ricco di tutta l’Africa, al centesimo posto nella classifica mondiale stilata da Forbes. Dangote è un impero: è il re del cemento, dei trasporti, dello zucchero e di mille altre cose. Coltiva un megaprogetto che – sostiene – dovrebbe risollevare le sorti di milioni di africani: la più grande raffineria del continente, nello Stato di Lagos, un progetto di nove miliardi di dollari, al centro di un polo industriale con stabilimenti per la produzione di fertilizzanti e prodotti petrolchimici come la plastica e dovrebbe occupare migliaia di persone.

A rendere la Nigeria così contraddittoria sono, principalmente, due fattori: la corruzione, che investe tutti i settori, e l’eredità storica. L’ex madre patria, la Gran Bretagna, ha voluto i confini che ne fanno una sorta di “Stato mostro”, con un Nord povero, semidesertico, abitato da popolazioni di tradizione nomade come i Fulani e gli Hausa e tutti storicamente di religione musulmana; e un Sud ricco – soprattutto per i giacimenti di greggio nel Delta del Niger, – popoloso e abitato da etnie come gli Yoruba e gli Igbo, storicamente di religione cristiana. Nord e Sud, due mondi uno contrapposto all’altro che fanno di quel gigante dai piedi d’argilla anche un gigante dalla personalità divisa.

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