Appendice

Mio padre, il morto nel bunker

22.11.2018

Il padre di Martin Pollack, Gerhard Bast, era un appassionato alpinista e sciatore. Questa fotografia fu scattata nel 1940 sul Mittelhochferner

Foto dall’archivio privato di Martin Pollack (riproduzione riservata)

Il “figlio del nazista” è quasi un genere letterario a sé stante. Ma il libro di Martin Pollack è molto di più: signori, questo è un grande romanzo europeo

Il “figlio del nazista” è quasi un genere letterario a sé stante. Niklas Frank ha dedicato un libro a ciascuno dei genitori e ha investito parte della sua esistenza a ricordarne, con raccapriccio, le gesta: il padre Hans fu il governatore hitleriano della Polonia e al suo fianco la madre Brigitte, ex dattilografa, «si era arricchita in una maniera inverosimile con i beni degli ebrei, ma anche dei polacchi», come raccontò lo stesso Niklas in un’intervista a Wlodek Goldkorn. Helga Schneider, scrittrice tedesca che usa l’italiano come lingua dei suoi libri, quando era una bambina è stata abbandonata dalla madre, investita dal furente desiderio di arruolarsi come ausiliaria delle SS. Da adulta Helga Schneider ha dovuto convogliare nella sua scrittura lo shock di aver incontrato decenni dopo la madre, nel tentativo di capire, e di averla ritrovata ancora abbracciata con orgoglio alla svastica. Frank e Schneider non sono i soli ad aver affrontato sulla pagina questo nodo di dolore e di impossibilità di capire. Da un punto di vista letterario, che si intreccia alla psichiatria, è evidente l’interesse per le voci che provengono da questi disorientati e coraggiosissimi “figli del demonio”.

Altre volte, invece, il racconto non è in prima persona, ma è filtrato da uno sguardo esterno, come nel caso del libro di Tania Crasnianski, intitolato proprio I figli dei nazisti, in cui si raccontano le vicende dei discendenti di otto stretti collaboratori di Adolf Hitler (tra cui il già citato Niklas Frank, figlio di Hans). In questo caso, accanto ai figli inorriditi, si incontrano anche i casi di chi, come Gudrun Himmler ed Edda Göring, ha continuato a vivere, con diversi gradi di intensità, nel cono dell’ammirazione o dell’amore filiale verso il “mostro”.

Gerhard Bast studente a Graz, alla fine degli anni Venti. Le medicazioni sul viso sono conseguenza di un duello. Le guance dell’ufficiale delle SS erano solcate dalle “Schmisse”, le cicatrici tipiche degli studenti nazionalisti che si sfidavano con le spade

Foto dall’archivio privato di Martin Pollack (riproduzione riservata)

In questo contesto il caso di Martin Pollack e del suo Il morto nel bunker. Indagine su mio padre, appena ripubblicato da Keller con una copertina stupenda, fa parte a sé. Perché il padre di Pollack, Gerhard Bast, aveva fatto carriera nelle SS, ma non era diventato un pezzo veramente grosso e la sua attività non ha mai attirato l’attenzione degli storici – e quindi la sua vicenda, a differenza ad esempio di quella di Niklas Frank, è, per così dire, più “privata”. Perché Pollack – a differenza di quanto è accaduto a Helga Schneider con la madre – il padre non l’ha mai conosciuto. Perché Pollack del padre non porta neppure il cognome: sua madre prima, dopo e durante la sua relazione con Gerhard Bast era rimasta, con il suo consenso, insieme al marito con cui aveva altri figli e che diede il suo cognome, Pollack, anche al bambino nato dalla relazione della moglie con l’ufficiale delle SS Gerhard Bast – e per questo Martin, al contrario di altri “figli di”, non capì fin da subito la sua condizione particolare.

Ma Il morto nel bunker fa parte a sé soprattutto perché la storia di Gerhard Bast (e dell’indagine di suo figlio sulla sua identità) è la storia di un intero pezzo di Europa e delle sue complessità storiche, etniche e linguistiche. Il morto nel bunker è una storia di confini. È una storia di appartenenze e di sentimenti nazionali spesso concimati da rancori silenziosi. È una storia di convivenze spesso difficili tra comunità diverse, in cui si rintraccia quel filo velenoso, quella miccia che ha innescato molte guerre. D’altronde, Martin Pollack getta da anni lo scandaglio nelle profondità della Mitteleuropa e delle sue propaggini orientali. È il suo lavoro. In Paesaggi contaminati ha tracciato una mappa delle fosse comuni che il Novecento ha seminato in tutto il Continente, e dopo aver letto quel libro sarà difficile guardare con occhi sereni un qualunque boschetto, dalla Slovenia all’Ucraina, senza pensare a che cosa potrebbe nascondere appena sotto le sue radici. In Galizia ha offerto il formidabile, vorticoso ritratto letterario di una regione che, di fatto, non esiste più, e il motivo per cui non esiste più è un’altra volta quello: troppi conflitti, troppi spostamenti di confine, troppi eccidi, troppi orrori.

Gerhard Bast con i suoi genitori (i nonni di Martin Pollack) ad Amstetten nel 1944

Foto dall’archivio privato di Martin Pollack (riproduzione riservata)

La radice di tutto quello che Pollack ha scritto prima e dopo Il morto nel bunker è la storia di suo padre Gerhard Bast. Cresciuto in una famiglia di tedeschi di Slovenia – tedeschi di Slovenia che erano quindi, di fatto, austriaci, poi trasferitisi proprio in Austria – Gerhard Bast “operò” poi da ufficiale delle SS nelle regioni centro-orientali dell’Europa che, pur non essendo tedesche, ospitavano comunità di tedeschi. Morì nel 1947, in fuga dai processi per crimini di guerra, in Sudtirolo, una regione con una maggioranza di abitanti di lingua tedesca, ma ormai sotto amministrazione italiana. La parabola di Gerhard attraversa, lasciando una scia di sangue, tutta la carta di un’Europa in cui molti popoli si mescolavano da secoli in un continuo spostamento (non pacifico) di confini e in continui travasi che alteravano le proporzioni tra maggioranze che spesso diventavano minoranze e viceversa. E l’ultima traccia che lascia è quella del suo stesso sangue, in Alta Val d’Isarco.

Pollack, a distanza di decenni, cerca di ricostruire da qualche fotografia (tutte le immagini sono pubblicate nel libro), dalle mezze parole pronunciate dalla sua famiglia, da scarsi indizi raccolti da testimoni e documenti, la vicenda del padre e soprattutto di definire il peso della sua colpa. Ma è persino più interessante il racconto del Dopoguerra; sia i genitori di Pollack, cioè la madre e il patrigno che gli diede il cognome, sia i genitori del suo padre biologico Gerhard Bast, che lui frequentò per tutta l’infanzia e l’adolescenza senza comprendere bene questo strano assetto familiare per cui lui aveva due nonni in più dei suoi fratelli, rimasero per sempre serenamente nazisti.

Chi ha letto i Dramoletti di Thomas Bernhard – ad esempio Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me in cui i due protagonisti, seduti in un ristorante di Vienna nel 1986, intrecciano un dialogo di questo tenore sui vicini di tavolo: «Chi è quello?». «Il ministro dell’Agricoltura, un vecchio nazista». «E quello là?». «Il ministro della Difesa, un nazista». «E quello?». «Il ministro degli Esteri, un vecchio nazista». «E quello là?». «Il presidente della Corte dei conti, un vecchio nazista», e così per altre tre pagine – quasi ride anche leggendo Il morto del bunker, per l’analoga carica di grottesco delle pagine in cui la nonna paterna, in un giro di visite tra i negozianti di fiducia di Amstetten, esibisce come un trofeo il nipotino Martin, il figlio di Gerhard.

L’Exel, così la nonna chiamava la pasticceria, era la prima tappa di un giro di visite attraverso il mondo dei negozi di Amstetten che io – eravamo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta – dovevo compiere tenuto per mano dalla nonna. Venivo condotto da un edificio all’altro, dalla pasticceria Exel alla farmacia Zum guten Hirten (…), e avanti, in diversi negozi di cui ho dimenticato i nomi, per essere presentato ovunque ai conoscenti e agli amici della nonna – tutti vecchi nazisti, come scoprii più tardi – sempre con la stessa frase : “Ecco il figlio di Gerhard”. Queste parole ogni volta scatenavano un entusiasmo che appariva artificiale anche a un bambino di scuola elementare: mi si carezzava sopra la testa, mi si pizzicavano le guance, alcune donne cercavano addirittura di baciarmi, cosa che io ritenevo ripugnante, e a ciò si aggiungevano le esclamazioni, quanto ero cresciuto ancora, quanto assomigliavo a mio padre, eccetera, e alle donne, mia nonna inclusa, si inumidivano gli occhi per la commozione».

Perché, certo, oltre che un reportage, un memoir, una biografia di famiglia (con autoritratto), un’indagine basata su documenti, sopralluoghi, interviste, Il morto nel bunker è un grande romanzo europeo. Ma è comunque una storia vera. Anche per quanto riguarda alcuni sentimenti già subito riaffioranti nel Dopoguerra.

Martin Pollack

Il morto nel bunker. Indagine su mio padre

Keller 2018
262 pagine, 18 euro
traduzione di Luca Vitali
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