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Quelle carte svanite nel nulla

IL 106 06.11.2018

Paolo Borsellino assieme allo scrittore Leonardo Sciascia

I faldoni di dalla Chiesa e l’agenda di Borsellino. I floppy disk di Falcone e gli scritti di Aldo Moro. Le vittime cadono, mani ignote finiscono il lavoro. Cancellando anche le loro memorie

La pena più severa la prevedeva un decreto dell’isola di Paros, II secolo a.C.: condanna a morte, per chiunque distruggesse i documenti degli archivi. Perché cancellare ciò che è scritto significa alterare la trasmissione della memoria. Ed è esattamente quello che, invece, in epoche molto più vicine e molto più buie, mani ignote hanno provato a fare molte volte. Impedendo la conoscenza di documenti, fascicoli, appunti. Di magistrati, politici, militari, giornalisti. Perfino di mafiosi. Le lettere di Aldo Moro; l’archivio di Peppino Impastato; la borsa di Carlo Alberto dalla Chiesa; i file del pc di Giovanni Falcone; l’agenda rossa di Paolo Borsellino. E poi tutto quello che poteva esserci nel covo di Totò Riina, perquisito solo giorni dopo la sua cattura, e tutte le carte che potevano avere cronisti come Giancarlo Siani e Mauro De Mauro, fatti sparire insieme alle verità che stavano scoprendo; e altri ancora. «Solo chi conosce l’importanza che la mafia attribuisce all’informazione e alla sua forza dirompente può comprendere le costanti di molti delitti», riflette Nando dalla Chiesa, figlio del generale dei carabinieri ucciso a Palermo 36 anni fa e studioso di dinamiche criminali. La mafia zittisce le proprie vittime, pezzi opachi degli apparati completano il lavoro.

Quando, lo scorso settembre, dopo quarant’anni, la prescrizione ha fatto calare il sipario sull’omicidio di Peppino Impastato, una più di tutte è stata la richiesta del fratello Giovanni: riavere l’archivio dell’attivista, fondatore di Radio Aut a Cinisi, nel palermitano. «L’archiviazione può far finire un processo, ma non può cancellare la memoria di uno straordinario impegno contro la mafia», accusa Impastato. Appunti, documenti, progetti. A quattro decenni dall’omicidio del militante di Democrazia Proletaria, che dai microfoni della sua radio sbeffeggiava i boss e le loro trame, si possono fare solo supposizioni su che cosa contenesse quel tesoro documentale, svanito dopo la perquisizione dei carabinieri, durante un «sequestro informale», formula non contemplata in alcun codice di procedura penale, come annota il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici. Nel sancire il 9 settembre l’archiviazione per il generale dei carabinieri, Antonio Subranni, indagato per favoreggiamento, e per i tre sottufficiali dell’Arma, che dovevano rispondere di concorso in falso, il gip non ha tralasciato di denunciare le «gravi omissioni e le evidenti anomalie» che accompagnarono le indagini sull’omicidio di Peppino Impastato il 9 maggio 1978. Lo stesso giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, in via Caetani a Roma.

C’è una cartellina che Giovanni Impastato, custode della Casa della Memoria, ricorda in modo particolare. Quella in cui Peppino aveva cominciato a raccogliere le informazioni su una strage alla casermetta di Alcamo Marina, nel 1976, in cui morirono due carabinieri. Un dossier sequestrato e mai restituito, neanche dopo la morte dell’attivista-giornalista, che fu fatto passare per pazzo e poi oscurato dallo choc dell’attacco al cuore dello Stato da parte delle Brigate Rosse, con l’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana.

Peppino Impastato

Ma i segreti della voce di Radio Aut si intrecciano con la stagione delle bombe e dei patti inconfessabili, che avrebbero portato, anni dopo, al cosiddetto processo sulla trattativa Stato-mafia, conclusosi in primo grado con una serie di condanne tanto per i picciotti di Cosa Nostra, quanto per i funzionari dello Stato. «Tano Seduto», ossia il boss Gaetano Badalamenti, reggente della cupola di Cinisi e bersaglio principale degli attacchi di Impastato, sarebbe diventato un confidente dei carabinieri, contribuendo a spalancare la strada verso la cattura del capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Per questo, il boss fu coperto nelle prime indagini sul delitto Impastato?

Quanto più ci si addentra in quella convulsa stagione di attentati e ricatti, tanto più i misteri si sommano a misteri. E i documenti, che potrebbero rappresentare una bussola, “per caso” si perdono. Così è stato per parte delle memorie di Giovanni Falcone, così è stato per l’agenda di Paolo Borsellino, come dieci anni prima, era avvenuto per i fascicoli del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

È stato Giovanni Paparcuri, già autista di Falcone e unico sopravvissuto al tritolo di Capaci, a denunciare la mancanza di alcuni floppy disk tra quelli che il giudice si era fatto preparare con l’obiettivo di portarli con sé negli uffici di via Arenula a Roma, copia del materiale che aveva nel Palazzo di Giustizia di Palermo. Erano un centinaio, ne furono ritrovati solo un’ottantina. Come pure esisteva una piccola scheda ram, che qualcuno cercò di cancellare dopo l’attentatuni del 23 maggio 1992 e che forse conteneva quel diario, di cui più colleghi del magistrato hanno parlato. Qualcuno trafugò prove dall’ufficio di Falcone al ministero della Giustizia. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, qualcuno portò via la famosa agenda rossa di Paolo Borsellino non appena l’esplosivo dilaniò il corpo del giudice e quello dei cinque agenti della scorta. In quel momento si compiva la prima azione di depistaggio sulla strage di via D’Amelio, anticipata proprio per via della trattativa in corso tra pezzi dello Stato e vertici di Cosa Nostra. Di questo, sono convinti i giudici di Palermo. Una cosa sembra certa, che a rubare il taccuino di Borsellino «non possa essere stato il mafioso che ha schiacciato il telecomando», scandisce, in una recente audizione al Consiglio superiore della magistratura, Nino Di Matteo, uno dei pm che a Palermo ha portato avanti il processo sulla “trattativa”, ora alla Direzione nazionale antimafia. Un’agenda, che «a Borsellino era stata regalata dai carabinieri; che aveva con sé quel giorno e su cui annotava con particolare trepidazione e ansia circostanze che aveva scoperto. Era stata utilizzata fino alla settimana prima», ricostruisce Di Matteo «per annotare cose che lui stesso confidò essere molto gravi. Il 15 luglio aveva parlato alla moglie di un alto ufficiale del Ros dei carabinieri, che prima gli era amico». Quel che a voce aveva taciuto, l’avrebbe scritto in quell’agenda, il cui furto diventa, secondo la ricostruzione degli inquirenti, un pezzo importante per arrivare alla stessa verità sulla strage di via D’Amelio. «Siamo a un passo», assicura Di Matteo. E molti dei pezzi mancanti si troverebbero in quegli scritti che mani leste riuscirono a far sparire. Mani non identificate, ma cercate anche in quelle «quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si potevano notare mentre si diradava il fumo dell’esplosione mentre si aggiravano nello scenario della strage. Anche nei pressi dell’auto blindata», come raccontò un ispettore, testimone della strage. Strage, intorno alla quale si compì il «più grave depistaggio della storia italiana», scrisse la Corte d’Assise di Caltanissetta, nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater. Un depistaggio cominciato con la scomparsa dell’agenda.

Le memorie scritte possono svelare segreti, più a lungo dei loro autori. La storia ci insegna che quando si tratta di “cadaveri eccellenti”, non di rado svaniscono. Per poi, caso mai, ricomparire anni dopo, riviste e corrette. Così solo 31 anni dopo l’eccidio di via Carini a Palermo, il 3 settembre 1982, quando furono massacrati a colpi di kalashnikov il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo, è stata ritrovata la borsa di pelle marrone che custodiva il lavoro del prefetto, mandato in Sicilia a fronteggiare la mafia, dopo aver sconfitto le Brigate Rosse. Una borsa “riapparsa” nei meandri del Palazzo di Giustizia di Palermo, nel bunker dei “corpi di reato”, ma ormai vuota. Come vuota era la scatola rimasta nella cassaforte nella camera da letto del generale in Prefettura. Nello scatolone, con tutto ciò che era stato ritrovato nell’auto dopo l’agguato, c’è un fermaglio della moglie, la lista dei loro regali di nozze, il biglietto di un traghetto e fogli sparsi. Tutto, ma non i documenti della borsa. Né i faldoni che erano sotto al sedile dell’A112 beige.

Un furto selettivo di ciò che potesse essere compromettente. Come ben sapeva l’anonimo “Protocollo Fantasma” che più di tre decenni dopo fece arrivare ai pm la soffiata per recuperare quella cartella in pelle. D’altra parte, anche negli atti giudiziari era rimasta memoria di quella borsa, citata nella lettera di trasmissione dei reperti dalla squadra mobile alla Procura. La fonte sconosciuta, ma ben informata, parlava di «documenti su indagini svolte personalmente dal prefetto e di una lista di 22 nomi scottanti». E forse materiale interessante poteva esserci anche nella cassaforte del generale dalla Chiesa, le cui chiavi riapparvero all’improvviso in un cassetto, giorni dopo il delitto. «Avevamo già controllato quel cassetto, tornammo a riaprirlo a qualche giorno di distanza», ricorda il figlio Nando «e lì ritrovammo la chiave, con l’etichetta “cassaforte”. Non ci sarebbe potuta sfuggire prima, perché non c’era nient’altro. Quando aprimmo la cassaforte c’era solo una scatola, vuota. Mio padre portava anche a casa il lavoro e credo che i documenti principali fossero quelli che aveva con sé. Se oggi abbiamo almeno il suo diario fu solo perché mio zio andò subito a prenderlo. Non avrebbe dovuto farlo, ma sono sicuro che se così non fosse stato, oggi non avremmo neanche quel documento». Un documento forte, drammatico. Un centinaio di pagine e lettere – poi consegnate dallo stesso Nando ai magistrati palermitani – in cui il generale confidava, in una corrispondenza intima alla prima moglie defunta, la consapevolezza del suo profondo isolamento. «Tutto è lasciato al mio entusiasmo di sempre, pronti a buttarmi al vento non appena determinati interessi saranno o dovranno essere toccati o compromessi, pronti a lasciarmi solo nelle responsabilità che indubbiamente deriveranno e anche nei pericoli fisici che dovrò affrontare». Un uomo solo che si sente lasciato solo da quanti avrebbero dovuto invece stare dalla sua parte. Un alto funzionario dello Stato, che si sente tradito da quello stesso Stato a cui aveva dedicato l’intera esistenza. Un profilo che potrebbe corrispondere a quello di non pochi “cadaveri eccellenti”.

Un sentimento, che potrebbe aver condiviso anche Aldo Moro. Nei 55 giorni della sua custodia nella «prigione del popolo» brigatista, il presidente della Democrazia Cristiana scrisse ai familiari, ai colleghi di partito, al Vaticano. Ma mise nero su bianco anche lucide analisi sull’Italia e sulla sua personale parabola di statista, che negli anni aveva accumulato troppi nemici, dentro e fuori i confini nazionali. La storia del memoriale Moro è una storia a parte. Un caso nel caso, dopo il doppio ritrovamento degli scritti, prima nel covo di via Montalcini a Roma, poi anni dopo, nell’intercapedine di un muro, in via Monte Nevoso a Milano. Carte, oggetto, secondo lo studioso Miguel Gotor, di «duplice manipolazione censoria, non operata dai brigatisti arrestati nel 1978». Tra l’altro resta tutt’ora, quarant’anni dopo, anche il mistero delle «trenta cartelle meticolosamente scritte a mano» dallo statista, di cui parlò l’allora procuratore di Genova, Antonio Squadrito, dopo il blitz di via Fracchia del 28 marzo 1980. Che cosa scriveva Moro? Che fine hanno fatto, dopo essere state ritrovate? Un affaire ancora aperto. Tanto che sono ancora ben cinque le inchieste in corso, in giro per l’Italia, sul caso Moro. Una anche a Genova, proprio per provare a far luce sulla scomparsa di un pezzo di memoriale di un uomo che poteva raccontare i segreti dell’Italia. Consapevole di essere alla fine dei suoi giorni, restava convinto che «la vera libertà si vive faticosamente, tra continue insidie». Come continua a ripeterci, da quelle righe.

In mezzo all’Egeo, molti secoli fa, avrebbero comminato la pena più severa a chi fosse stato ritenuto colpevole di furto di memoria storica.

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