Appendice

Il Forte Prenestino, i Fugazi e i miei laboratori rap

31.12.2018

Militant A (al secolo Luca Mascini), anima del progetto musicale Assalti Frontali, in concerto

Dal “tempo della separatezza” nei centri sociali degli anni Novanta a un nuovo tipo di impegno: nelle scuole, per unire musica, cultura ed emozione. Parola al leader degli Assalti Frontali, che ha da poco pubblicato un nuovo libro

Ai concerti molti ragazzi continuano a chiedermi il disco Conflitto. «E tu che ne sai di Conflitto?», rispondo ridendo. Quel disco uscì più di vent’anni fa, nel 1996. Lo registrammo al Forte Prenestino di Roma con Don Zientara, da Washington, storico produttore della scena punk americana e dei Fugazi, che l’anno prima erano stati in tour in Italia. Noi avevamo aperto le loro date a Padova, Torino, Bologna e a Roma, in un indimenticabile concerto che iniziò al tramonto del 21 giugno. Era il giorno del solstizio d’estate 1995 e le colline del Prenestino erano tutte ricoperte di ragazzi liberi che accorrevano a questa grande festa. C’era stato un precedente simile, cinque anni prima, per i Mano Negra: cantammo prima della band di Manu Chao, faceva freddo, era una notte di gennaio, e io mi sentivo al centro del mondo.

In quegli anni eravamo al lavoro con il progetto della “Cordata”, l’idea di un’etichetta nostra, di autoproduzione, perché volevamo essere fuori dalle major, dal mercato, indipendenti. Non c’era internet, non esisteva la comunicazione social, sembra veramente di parlare di un altro mondo. Su che cosa contavamo? Su un’altra rete, quella dei centri sociali, che a quei tempi lottavano per esistere e affermarsi come una realtà riconosciuta e legittima; sulla forza che aveva ogni gruppo e che potevamo avere tutti quanti insieme.

Gli Assalti sono nati agli inizi degli anni Novanta. Primo album nel 1992: “Terra di nessuno”

Era l’inizio del fenomeno delle Posse e del Rap italiano, che a quei tempi era un tutt’uno con la scena punk; eravamo fratelli, chi voleva sentire quel tipo di musica doveva venire dentro i centri sociali, chi voleva comprare i cd doveva andare negli info shop degli spazi occupati. Possiamo chiamarlo il “periodo della separatezza”, con tutte le difficoltà legate all’avvio di una nuova cultura del dissenso. Quasi tutti i gruppi musicali passavano di lì, perché nei centri sociali si poteva provare, si sbagliava, si era liberi; nel mercato, invece non puoi sbagliare. Ma l’errore è importante, è creativo, manda avanti l’innovazione.

È una storia molto lunga. Poco prima, negli Anni 80, c’era stato il cosiddetto “riflusso” dagli Anni 70, che erano stati di una potenza pazzesca a livello politico, con picchi di ambizione rivoluzionaria. Io, a quei tempi, andavo alle elementari, poi le medie; quando arrivai al liceo, era proprio l’autunno del 1980. Vedevo che, intorno a me, avere un pensiero diverso significava rischiare la prigione o comunque essere messi ai margini; anche noi venimmo spinti ai margini, e a quel punto, di questa collocazione, ne facemmo un punto di orgoglio: volevamo essere “quelli dei margini”, dei “margin walker”, come cantavano proprio i Fugazi – di cui scrivevo prima – alla fine di quella decade.

Ai margini si ritrovavano i valori più autentici dell’essere umano, della vita. Cominciammo a occupare spazi abbandonati, a riqualificarli per aprirli ai quartieri, a fare musica e concerti per stare insieme e cantare, partecipare, fare festa senza che qualcuno ci guadagnasse sopra, a prezzi accessibili, senza gente esclusa, senza buttafuori all’entrata, senza business a rovinare tutto e a soffocare la creatività.

Il pubblico degli Assalti al Forte Prenestino di Roma

Il gruppo ai tempi dell'album “Conflitto”

Sono passati tanti anni. C’abbiamo messo un po’ per capire che la società aveva ancora bisogno di noi, e che era finito il “tempo della separatezza”. Quando sono diventato padre, e mi sono ritrovato a scuola come genitore in compagnia di altri genitori, ho capito che la società aveva bisogno di noi, di chi aveva vissuto quelle esperienze nei centri sociali, attraverso un nuovo linguaggio. Perché? Perché chi era stato fuori da quel contesto aveva progressivamente perso l’idea di lottare, di combattere – per l’istruzione, la parola, la festa, la cultura – e non sapevano più come ricominciare. Noi l’avevamo mantenuta, questa idea, ma avevamo bisogno di mischiarci agli altri per creare, insieme, qualcosa di nuovo.

Per me questa nuova fase è iniziata quando la dirigente di una scuola elementare mi ha detto: «Ti va di fare una versione dell’Eneide di Virgilio in rap?». E io mi sono detto: «Luca, conquista quella scuola e conquisterai un nuovo mondo»; e quando ho visto tutti quei ragazzi – anche quelli più difficili – salutarmi con affetto, abbracciarmi, grati di averli fatti sentire protagonisti, e cantare «C’ho un’idea, c’ho un’idea disse Enea», la canzone che avevo scritto per loro (Il rap di Enea) ho capito quale direzione avrei dovuto prendere, e mi sono sentito ancora al centro del mondo, come in quei giorni con i Mano Negra e i Fugazi. Così ho continuato a tenere laboratori rap alle elementari, alle medie, nei licei, fino in Libano, al confine con la Siria, convinto che la cultura può cambiare il mondo e non c’è cultura senza emozione. È per raccontare i momenti esaltanti e quelli difficili di questo percorso che ho scritto un nuovo libro, Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo. Leggetelo, piano piano vi avvolgerà.

L’AUTORE DI QUESTO ARTICOLO

Tra i pionieri del rap italiano, autore di dieci dischi composti in trent’anni di attività, Militant A ha da poco pubblicato il suo quarto libro: Conquista il tuo quartiere e conquisterai il mondo. La mia vita con il rap (edizioni Goodfellas, 240 pagine, 14 euro).

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