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Come dallo psicologo, ma gratis

19.12.2018

Carl Brave (pseudonimo di Carlo Luigi Coraggio) è nato a Roma il 23 settembre 1989

Dopo gli exploit con Franco 126 e Francesca Michielin, Carl Brave è tornato con il secondo album da solista: più ospiti, più ricercatezza, stessa voglia di raccontare storie

Maggio 2018, è il giorno – o meglio, la notte – dopo l’uscita del suo primo disco da solista, Notti Brave. Carl Brave è nella sua mansarda di Trastevere. Potrebbe passare le ore a leggere i commenti sui social e a guardare le stories in cui è menzionato su Instagram. Invece si mette seduto a lavorare a una nuova base e gli viene in mente Max Gazzè. «È uno della vecchia scuola romana», racconta adesso, «da lui ho imparato “mezzo tutto”, questa gente qua cresce musicalmente. Gazzè ha un’ironia che somiglia alla mia, così ho deciso di chiedergli di lavorare a questo pezzo con me. È venuto in mansarda con il suo basso, ci siamo divertiti».

La canzone in questione è Posso, il primo singolo estratto dal suo secondo album da solista, Notti Brave (after): Spiega Carl Brave, il cui vero nome è Carlo Luigi Coraggio, classe 1989: «È un sequel, un disco legato al precedente ma con un sound più evoluto, ci sono tanti assoli di sax e di tromba, strutture testuali più complesse, ma dentro ci sono sempre le stesse storie». Se fosse una fotografia, avrebbe i colori dell’alba, di quando il buio notturno lascia spazio alle prime luci di un giorno nuovo, o per dirla come la dice lui: «Quando gli strascichi della notte lasciano pian piano spazio alla frenesia e al caos della vita quotidiana».

Quando Carl parla di “frenesia” parla di Roma, la sua città in cui le canzoni sono ambientate, come il brano Termini, l’ultima traccia del disco, l’intrusa: «Come nel primo disco mi piace chiudere gli album con un’atmosfera nostalgica. Termini è un po’ come Accuccia, sono due brani molto intimi. In Accuccia raccontavo una cosa personale come la morte del mio cane, in questo nuovo brano invece racconto una cosa collettiva, una cosa che appartiene ai romani».

Carl parla dello squallore della stazione, dei senzatetto che dormono per terra, delle code infinite per aspettare un taxi. «A Roma non funziona mai niente», spiega, «per questo il romano odia la sua città, anche se poi s’incazza se qualcuno la critica». E lui, come le vive le critiche? «Io me la vivo bene, non ho avuto l’ansia del secondo disco, sono contento di com’è venuto. Il mio lavoro mi piace, lo farei pure se non m’andasse bene». Invece, almeno per adesso, pare che vada benissimo: l’album piace alla critica, ma soprattutto al pubblico. Chi storceva il naso dicendo che non si può fare un disco con 7 pezzi s’è dovuto ricredere, perché i pezzi saranno pure solo 7, ma spaccano. Basta un primo ascolto per finire nel loop dei nuovi ritornelli di Carl (da «Come entrare in aeroporto e urlare bomba, siamo a Parigi ma volemo Londra» di Merci a «Mi cerchi solo quando non mi troverai, se visualizzi non rispondi mai» di Spunte blu).

Notti brave, il debutto da solista, è del maggio 2018. L’anno prima, Carl Brave aveva fatto parlare molto di sé con Polaroid, il disco a quattro mani con Franco 126. Notti brave (after) è pieno di collaborazioni: oltre a Max Gazzè ci sono Gue Pequeno, Ugo Borghetti e Luchè. «Mi piace tanto lavorare con altri artisti, vedere come sta la gente nel mio mondo musicale», dice. E il tour? Per ora l’unica certezza è che Carlo ci sta lavorando: «Voglio fare qualcosa di particolare», svela. Ha voglia di tornare sul palco anche se, spiega, «mi piace molto scrivere, è come andare dallo psicologo, ma gratis».

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