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Top ten: gli album che hanno segnato il nostro 2018

13.12.2018

Tempo di bilanci, anche musicali. E quindi, nel caso ve li foste persi nel corso dell'anno: il genio femminile di Mitski; le certezze ultraventennali dei Low; le mareggiate elettroniche di Jon Hopkins; altri sette nomi da salvare nelle vostre playlist riepilogative. Buon ascolto

DANIEL BLUMBERG

MINUS
(MUTE)

 
Se, come sembra, il 2018 verrà ricordato come l’anno dei grandi esordi (Tirzah, Shame, Nu Guinea etc.), un posto sul podio va lasciato a questo ragazzo inglese. Un uomo del Rinascimento. Suona quasi tutto da solo, dopo aver suonato per anni, per altri (da ricordare almeno il suo passaggio nella band languida e rumorista denominata Yuck). Che dire di Minus, se non che si tratta di un debutto orgogliosamente fuori moda, lontano da tutto ciò che oggi viene definito come ciò che “funziona”. Un disco pieno di musica, fatto da uno che ama la musica. Dove sembra di sentire le onde del destino di Scott Walker e Penguin Café Orchestra. Certo, il marchio Mute impresso sopra fa il resto, ma Blumberg è un fuoriclasse vero.

JOSH ROUSE

LOVE IN THE MODERN AGE
(YEP ROC)

 
L’amore nell’era moderna. Zero ambizioni per Josh, in pratica. Rouse, un invisibile del pop rock, secondo i parametri contemporanei. Ha fatto dischi soul, dischi pop, dischi brutti, capolavori che nessuno sa. Li fa da 20 anni. S’è innamorato di una ragazza spagnola anni fa, pare viva ancora qui in Europa. Il suo ultimo album è puro formalismo pop, da qualche parte tra Steely Dan e sintetizzatori vecchi, neppure vintage. Le canzoni sono speciali (ah, quello splendido vocabolario occidentale maschile racchiuso in Businessman, con tutte le argute banalità degli uomini). Come dice quel mio amico che vende musica: un album che non inventa niente, sì, ma sono poi i dischi che si riascoltano più volentieri.

JON HOPKINS

SINGULARITY
(DOMINO)

 
Nel 2019 il produttore elettronico inglese compirà 40 anni. Un’età adeguata per reggere sulle minute spalle quella definizione che in tanti vanno spendendo, su di lui, da tempo: quella di novello Brian Eno. Sbuffi da friggitoria, tensioni da thriller, beats technoidi, arpeggiatori, fratture ritmiche, sintetizzatori modulari, ma soprattutto crescendo continui. Le sue mareggiate strumentali, giunte al quinto album, lo pongono al vertice della produzione elettronica mondiale. Un fascino senza eguali. A Hopkins riesce quella magia propria dei grandi: assorbire da tutti, risultando unico. Singularity.

LOW

DOUBLE NEGATIVE
(SUB POP)

 
Si legge in giro: l’ideale sfondo sonoro per la presidenza Trump. Oppure: un album gemello di There’s a riot goin’ on degli Yo La Tengo (altro titolo del 2018, altro trio, altre vecchie lenze, altri americani). Non lo mettiamo mica in discussione. Ma – e chi ha visto di recente la band di Mimi Parker e Alan Sparhawk esibirsi al Testo Dal Verme di Milano già lo sa – qui siamo di fronte ad altro. Escavatori dell’anima. Attività in cui i Low sono impegnati da un quarto di secolo. L’espressione “less is more” ormai pare essersi consegnata al corporate storytelling. Ma nel loro caso è esattamente quello che accade. Tutto con niente, di più con meno.

IACAMPO

FRUCTUS
(ALA BIANCA)

 
Marco Iacampo è autore del disco italiano più delicatamente stralunato e unico del 2018. Con quel suo accento veneto di Bahia, Iacampo ha sigillato con Fructus una trilogia iniziata nel 2012 con Valetudo e bissata nel 2015 da Flores. Un disco ogni tre anni per un ragazzo cresciuto che, se non avesse una gavetta lunga quanto un estratto conto semestrale, si definirebbe – con tutto il rispetto del caso, tra lalalalalala e carezze alla chitarra – un Fabio Concato postmoderno, oppure un Mario Venuti tropicalista. La gente del deserto ha tutto il cuore aperto, e Iacampo pure.

JORJA SMITH

LOST & FOUND
(SONY)

 
A ognuno la sua Giorgia. In Inghilterra c’è lei. Che però ha fatto già il giro del mondo. Così, se avete versato tutte le lacrime del caso durante la proiezione del docufilm sull’irraggiungibile Amy Winehouse, si sappia che: la voce è quella, ma il colore della pelle e la silhouette assomigliano invece a Beyoncé. Un esordio dal titolo che neanche in aeroporto. A suo agio con soul, trip hop, R&B e l’inarrestabile fenomeno grime locale. Il finale sarà sicuramente diverso, ma: Jorja Alice Smith ha appena 21 anni, una multinazionale dietro e il mondo ai suoi piedi. Vi ricorda qualcosa?

IDLES

JOY AS AN ACT OF RESISTANCE
(DEAD OCEANS)

 
La band che ha riportato le chitarre dentro alle classifiche e dentro a un anno (un periodo un po’ prolungato, via) in cui gli strumenti a sei corde sembravano più obsoleti del televideo. Il singolo Danny Nedelko (tratto da una storia vera, come si dice al cinema) è ben presto divenuto un inno alle migrazioni di ogni epoca e terra. Inglesi di Bristol, rinverdiscono a colpi di post e di punk la lunga tradizione musicale della città. La rabbia, l’elettricità e la gioia come atto di resistenza. La classe operaia del rock che va in paradiso. Passando prima dal pub.

GABE GURNSEY

PSHYSICAL
(PIAS)

 
All’inizio del millennio, questo ragazzo inglese dal nome che sembra un’allitterazione fondò un gruppo chiamato Factory Floor: andava forte il funk punk e un concetto di ballabilità spigoloso. Anni dopo, messosi in proprio, Gabe ha realizzato un album solista fantasmatico e retrofuturista. Sui vetri del suo studio devono essergli rimasti aloni appannati di Human League, Pet Shop Boys, Suicide e Can. Tanti beat e tanti bassi, ma con quell’eleganza che rende il sassofono di Peter Gordon (qui incluso, per chi se lo ricorda) perfettamente a fuoco. Ideale per affrontare la nebbia guidando: specie se ti sei stufato degli Hot Chip o delle didascaliche trasmissioni dance dei network in onda la sera tardi nei weekend.

SONS OF KEMET

YOUR QUEEN IS A REPTILE
(IMPULSE!)

 
Una forza inarrestabile. Dal vivo e in studio. Col semplice ausilio di tuba, sassofono, batteria, clarinetto, basso e voci. Un martello jazz, pietra angolare del rinascimento del genere a Londra e periferia negli ultimi anni. Laddove il jazz è però appena un punto di partenza per il gruppo composto da Tom Skinner, Seb Rochford, Eddie Hick, Theon Cross e soprattutto Shabaka Hutchings (quest’ultimo vanta nel curriculum collaborazioni con i visionari Mulatu Astatke e Sun Ra Arkestra). La queen del titolo è un espediente narrativo: celebrazione della black woman, all’interno di un album dove l’esperienza dell’immigrazione risuona chiara. Fisico e politico.

MITSKI

BE THE COWBOY
(DEAD OCEANS)

 
Mitski Miyawaki, in arte Mitski, 28 anni, è una ragazza apolide: nel senso che è metà giapponese e metà americana. Ed è con tutta probabilità questo suo essere una personalità spezzata in due (o più identità) a renderla così apprezzata nel circuito cosiddetto alternativo. Dentro alla sua musica ci sta infatti stipato di tutto: l’indie ortodosso di Cocteau Twins e My Bloody Valentine, Xiu Xiu e Beach House; ma se ti piace il pop annerito e futurista di Janelle Monáe e Santigold non chiederai il trasferimento. Fra le “girls who play guitars” – come direbbero i Maxïmo Park – dell’ultima generazione (Julien Baker, Lucy Dacus e compagnia), con tutta probabilità quella con una visione musicale più ampia e coraggiosa.

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