Magazine / Storiacce

Tutto su mio marito, l’innocente Giuseppe Pinelli

12.12.2018

Una lettera degli anni Settanta nell'archivio della vedova Pinelli

La rassegna stampa, le tante lettere ricevute, la documentazione sui fatti avvenuti mezzo secolo fa, dopo la strage di piazza Fontana. Licia Rognini trasferisce online il suo archivio privato, consapevole che questa non è una storia soltanto sua

Dopo mezzo secolo, nella casa di Porta Romana arrivano ancora lettere da tutte le parti d’Italia. E inviti, a raccontare. Mentre si prepara la pubblicazione online dell’archivio con tutta la documentazione del caso. Perché con il passar del tempo, la storia di Giuseppe Pinelli, il ferroviere precipitato dalla finestra al quarto piano della Questura di Milano tre giorni dopo la strage di piazza Fontana, «non è stata più una storia quasi soltanto mia, come all’inizio», sorride la vedova, Licia Rognini. Negli anni, la morte di un cittadino qualsiasi, mentre era in consegna allo Stato, è diventata «la storia di tanti. Che vogliono sapere, che ci chiedono come aiutare per far riaprire la pratica giudiziaria, che vogliono diffondere la memoria». Ed è per tutto questo, e perché «certi fatti possono succedere ancora», che dal chiuso della soffitta di casa Pinelli, nel cuore antico di Milano, la rassegna stampa, la corrispondenza ricevuta e tutta la documentazione raccolta in 49 anni passerà presto all’universalità del web. Con «pazienza e determinazione, ogni giorno, quando tornavo dal lavoro, ritagliavo i giornali; li ho conservati in venti raccoglitori e poi ho imparato a usare lo scanner».

È un’emeroteca personale, quella creata da Licia Pinelli: da quel 12 dicembre 1969, quando un ordigno uccise 17 persone nella Banca dell’Agricoltura e aprì la strategia della tensione, a tutto quello che successe dopo che «il Pino», suo marito, 41 anni, ferroviere, dirigente del circolo anarchico della Ghisolfa, divenne di fatto la diciottesima vittima: portato in Questura poche ore dopo l’attentato per un interrogatorio, uscì tre giorni dopo dalla finestra dell’ufficio politico coordinato dal commissario Luigi Calabresi, assassinato tre anni dopo. In quelle stanze, Pinelli morì da «innocente», unica parola su cui concordano le due diverse lapidi a lui dedicate in piazza Fontana, una da parte di studenti e democratici di Milano, l’altra dal Comune. («Immagine di un Paese che non riesce ad avere verità», sentenzia la vedova).

Proprio questa parola – «innocente» – intorno a cui ruota ogni iniziativa (dall’archivio telematico agli incontri pubblici anche nelle scuole, fino alla ricerca di una sistemazione definitiva per il quadro Funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj) resta la principale conquista della moglie del ferroviere e delle figlie Claudia e Silvia, in assenza di sentenze con una ricostruzione effettiva di quanto accaduto. «Era una questione di verità, non di vendetta», chiosa Licia Rognini Pinelli dalla poltrona della sua cucina. E, con poche parole definitive, sintetizza una battaglia lunga un’intera esistenza. Passata attraverso i momenti in cui «sembrava di lottare contro i mulini a vento», o quando doveva andare contro i suggerimenti degli avvocati, o quando ancora «dovevo tappare la bocca a mio suocero», ricorda, «per non farci cacciare dall’aula del processo Lotta Continua-Calabresi. Per la nostra vicenda invece un processo non c’è mai stato, solo istruttorie». Una ricerca di verità proseguita con ancora più determinazione quando «a casa arrivavano lettere e telefonate anonime: accusavano mio marito di strage e noi eravamo dei reietti», ricorda. Una battaglia proseguita nonostante l’oblio di Stato, calato su di lei e le figlie. Fino a nove anni fa, con il riconoscimento da parte dell’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha invocato «rispetto e omaggio, per la figura di un innocente, vittima due volte. Prima di pesantissimi e infondati sospetti, poi – scandì – di un’improvvisa assurda fine». Un discorso dal valore di una sentenza della Storia, per chi non ha avuto quelle dei Tribunali, che questa tenace novantenne non smette di cercare, nella consapevolezza però che «questo è un Paese in cui la verità spesso non si raggiunge. A cominciare da piazza Fontana. Ma quel giorno al Quirinale sentii che questo era il mio Paese. Avvertivo lo Stato di diritto», sorride ora davanti alla foto col Presidente, che quel 9 maggio 2009, nella giornata dedicata alle vittime del terrorismo, volle averla al Colle, insieme a Gemma Capra, vedova del commissario Calabresi. «Un incontro dopo quarant’anni tra le due vedove, che fu raccontato anche dai telegiornali cinesi», si inorgoglisce. Un incontro, a cui non sono seguiti altri, privati, tra le due donne. «L’ho invitata a casa, ma lei non è venuta. Le rinnovai l’invito, quando ci ritrovammo a Milano a messa. È stata molto carina, ci siamo salutate e baciate», sospira. Senza mai accantonare la necessità di «capire anche il dolore degli altri. Abbiamo vissuto lo stesso tipo di lutto e la stessa drammatica stagione; per lei, con due bimbi piccoli e uno in arrivo, è stato probabilmente anche peggio», ammette.

Il libro di Camilla Cederna dedicato al caso Pinelli edito da Feltrinelli nel 1971

La morte «del Pino» fu raccontata dai vertici della Polizia come un suicidio, segno quasi di un’ammissione di responsabilità rispetto alla strage di piazza Fontana; poi, dopo la denuncia della moglie contro sette funzionari, compreso il commissario Calabresi, il giudice Gerardo D’Ambrosio avviò un’istruttoria che si concluse con l’archiviazione per tutti e l’ipotesi del «malore attivo» per la vittima: a causa di «un’improvvisa alterazione del centro di equilibrio» e dei successivi «movimenti scoordinati», fu scritto negli atti, sarebbe caduto dalla finestra. Una sentenza di cui anni dopo, lo stesso magistrato si sarebbe pubblicamente scusato ai microfoni di Radio Popolare. Quando ripensa a quegli anni, la vedova Pinelli ricorda soprattutto la sua determinazione ad «andare avanti. Contava solo quello, non importava quanto potessero costare certe decisioni». A cominciare da quella di denunciare per omicidio volontario l’allora questore Marcello Guida, in epoche molto diverse rispetto a questa in cui vengono messi sott’accusa, per esempio, dei carabinieri per il pestaggio di Stefano Cucchi e per omissioni e coperture intorno alla sua morte. All’epoca, l’effetto di certe scelte in casa Pinelli lo percepivano anche dall’incremento delle telefonate minatorie. «L’equivalente di oggi sono le fake news, gli insulti, la gogna sul web. È la stessa cosa», commenta questa novantenne, attenta lettrice di notizie d’attualità, oltre che dei gialli di Maurizio De Giovanni.

In quei giorni, in Porta Romana, oltre alle minacce, arrivavano anche «tanti amici veri, intellettuali, giornalisti, gli studenti a cui battevo a macchina la tesi. E da subito cominciò, senza essersi mai interrotto, anche il flusso di lettere da ogni parte d’Italia, di cittadini che facevano propria la nostra storia. E questo mi ha aiutato ad andare in giro a testa alta», racconta Licia Rognini, con parole scelte e occhi fieri. Una classe elementare regalò un abbonamento a Topolino alle bimbe dell’epoca di casa Pinelli, «perché era quello che ci leggeva nostro padre la sera», concordano Claudia e Silvia, che ora affiancano la madre nei progetti di memoria. Il Centro studi libertario lavora per la pubblicazione online, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte nel 2019, di tutto l’archivio sul caso, mentre dall’amministrazione di Milano è arrivata la disponibilità a trovare una sistemazione definitiva – o nei saloni dell’anagrafe o nel foyer del Teatro Lirico, le ipotesi – per il dipinto Funerali dell’anarchico Pinelli, di proprietà della Fondazione Giorgio Marconi, dalle dimensioni monumentali e la storia travagliata. Sarebbe dovuto essere in mostra il 17 maggio 1972, ma l’uccisione del commissario Calabresi ne sconsigliò l’esposizione. «Vediamo se hanno il coraggio di esporlo davvero», frena la padrona di casa, che una sola volta non ha trovato le parole, proprio davanti a quell’opera. «Quando mia nipote Martina a sei anni mi chiese chi fosse quell’uomo e perché quelle mani lo stessero spingendo, chiamai mia figlia e le dissi di parlare lei con la bambina». «Ma la storia della sua battaglia è la storia della nostra famiglia e lei l’ha sempre raccontata ai quattro nipoti», precisa.
Oggi, superati i novant’anni, quando guarda indietro o ogni volta che apre una nuova lettera, sente di aver raggiunto quell’obiettivo di verità, inseguito per un’intera esistenza? «Abbastanza. Io non ho vinto, né perso. Siamo arrivati a un punto, con il presidente della Repubblica che ha fatto dichiarazioni importanti. Sarebbe stato ancora meglio, se fosse stato ricostruito davvero quanto successo quella notte in Questura e se le persone implicate fossero state punite. Ma non si può non avere fiducia nelle istituzioni democratiche. Bisogna lavorare perché siano fino in fondo democratiche». Parole definitive, su una storia, che quasi cinquant’anni dopo – per dirla con il titolo del libro scritto molti anni fa con Piero Scaramucci – non è più una storia quasi soltanto sua.

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