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Tre scrittori in cerca del maschio

IL 107 22.12.2018

L’amore, il sesso, la paternità, il lavoro e la carriera: quanti sono gli elementi che compongono l’identità e come sono cambiati in questi ultimi anni? Tre autori italiani passano ai raggi X se stessi per descrivere tutto quello che è un uomo

Da L’animale che mi porto dentro, di Francesco Piccolo

«La vita era: quello che desidero non posso averlo. Poi pian piano ho cominciato a desiderare ricambiato, ho cominciato perfino a essere desiderato, e infine è arrivata l’età della potenza. Negli ultimi anni ciò che desidero, ciò che mi piace, posso averlo».

«Per il maschio il sesso non è solo un’esigenza. È anche un valore sociale che s’imprime nella sua mente fin da quando è adolescente. Da ragazzini nei gruppi sportivi, a scuola, in cortile, l’elemento che unisce è l’ossessione per il sesso». Per Francesco Piccolo esiste un “ragazzino sentimentale” che si contrappone a un “ragazzino animale” e questa compresenza rimane fino all’età adulta. «Quello che accade nell’adolescenza resta per sempre. È allora che si forma il desiderio. Questo animale che si è piantato dentro di noi è un animale dal quale non ci si libera più. Grazie ai sentimenti il maschio cerca di liberarsi dalla schiavitù dell’ossessione sessuale. Ma appena cala la tensione, l’animale che spinge verso il sesso, il potere, la sopraffazione e anche la violenza, emerge di nuovo».

In altre parole, nel maschio convivono due personalità: quello che si vorrebbe essere e quello che la comunità maschile chiede che tu sia. «Non ci si libera né uccidendo l’animale, né facendolo risorgere. Un adulto si abitua a essere quello che si commuove davanti a una storia d’amore e contemporaneamente quello che guarda le donne con desiderio sfrenato». Nella relazione maschile-femminile l’ambivalenza è costante. «Uno studio norvegese ha dimostrato che quando un uomo viene toccato dalla mano di una donna mette in allerta tutte le strategie sessuali. E sono norvegesi! Davanti a una collega si ha un atteggiamento professionale, ma si ha anche un pensiero erotico, ossia si pensa che all’improvviso accada ciò che non è al momento possibile». Questo pensare possibile l’impossibile può, in alcuni casi, anche degenerare. «È uno degli elementi che fanno scattare la violenza degli uomini sulle donne. Non è una questione fisiologica, dipende dall’educazione del maschio».

Da Resto qui, di Marco Balzano

«C’era sempre un viavai di gente che veniva a chiedere riparazioni… Un bottegaio lavora anche quando offre un bicchiere o fa quattro chiacchiere, anzi è così che si guadagna clientela».

«Alla parola carriera preferisco la parola crescita. La crescita, infatti, prevede un percorso, dunque la consapevolezza di dove si vuole arrivare». Per Marco Balzano, superati i modelli estremi degli anni Ottanta e Novanta, ora gli uomini considerano sempre più attentamente termini come soddisfazione professionale ed etica del lavoro, puntando a una maggiore armonia fra professione e vita privata. «Amare il proprio lavoro è un conto, identificarsi totalmente è un altro. Identificare la vita col lavoro è un’immagine di annullamento che mi spaventa perché non prevede più uno spazio di ozio e di libertà. A me interessa rispecchiarmi nel lavoro, non identificarmi. Ho la fortuna di fare le due cose che ho sempre desiderato: lo scrittore e l’insegnante. Queste due attività mi rispecchiano perché implicano sempre una relazione con l’altro».

Balzano va nella direzione di un nuovo modo di concepire il lavoro, quel modo che trova sempre più spazio nei Paesi dove, per esempio, le aziende impongono ai dipendenti di staccare gli strumenti di lavoro fuori dall’orario. «È una strada corretta, anche se bisogna fare attenzione a non finire in altri fanatismi. Negli Stati Uniti, per esempio, ci sono posti dove si arriva a perseguire chi scrive una mail fuori dall’orario di lavoro! C’è bisogno di equilibrio. Gli scandinavi lavorano meno delle canoniche otto ore al giorno, e questo è un obiettivo sano. Lavorare meno, per far sì che rimanga del tempo per coltivare se stessi e le proprie relazioni, in modo che il tempo lavorativo sia un tempo felice e non fonte di frustrazione». C’è poi il lavoro inteso come riscatto e scalata sociale, tema molto caro a Balzano: «Per la generazione degli anni Cinquanta e Sessanta, quella di mio padre, la scalata sociale è stata concreta e positiva. I figli del boom economico non andavano più nei campi, non avevano fatto la guerra e alcuni di loro hanno potuto fare carriera. Per la mia generazione, invece, c’è stata una crescita culturale che non sempre ha portato a una progressione sociale. Non si è sistematicamente trasformata in moneta spendibile per la costruzione della propria crescita, professionale e sociale. Per esempio: io ho studiato e viaggiato più di mio padre, ma questo bagaglio si è trasformato molto più faticosamente in miglioramento economico e lavorativo».

Da Divorare il cielo, di Paolo Giordano

«(Suo padre) conosce molte più cose di quelle che s’imparano nelle scuole normali, come le chiami tu. Da giovane è stato un esploratore, ha vissuto in Tibet, da solo dentro una caverna, a cinquemila metri d’altitudine».

«Non è necessario essere genitore per aver sviluppato il senso del paterno. È padre colui che cerca di essere maestro. Chi sa fare delle rinunce avendo sempre lo sguardo su chi è più giovane. Un maschio sviluppa il paterno perché diventa adulto e sa acquisire un nuovo ruolo nel mondo». Paolo Giordano padre biologico non lo è ancora, ma in ognuno dei suoi romanzi il tema ritorna con forza. «Già da adolescente manifestavo il mio istinto paterno all’oratorio prendendomi cura dei più piccoli. Ma nello stesso tempo ho dentro di me anche un forte impulso a disinnescare il potere del paterno: l’assunzione di responsabilità totale mi spaventa». La crisi del maschio è tema trito e ritrito, ma è proprio l’atteggiamento paterno, più di altri, a essere in ridefinizione. «Non ho nostalgia per il patriarcato, ma vedo che intorno a me è diffuso il desiderio di un centro stabile. I nostri padri non sono stati capaci di porsi come figure in grado di trasmettere il sapere e il potere. L’hanno tenuto per sé, soffocando i figli per poter continuare a essere protagonisti. Essere un buon padre vuol dire anche saper fare spazio». Oggi, invece, le cose stanno cambiando.

«Siamo chiamati tutti a essere tutto, quelli della mia generazione hanno già questa forma mentis. Non dico che sia sbagliato, dico solo che la liquidità a cui ci stiamo abituando comporta molta fatica». L’identità maschile fa ancora i conti con l’emancipazione femminile che, evidentemente, non è una realtà acquisita, ma un processo lungo. Come nel dibattito sulla ridefinizione dell’assegno di mantenimento in caso di separazione. «Io starei molto attento a toccare questi princìpi in nome di una parità assoluta che nella realtà non si realizza. È ancora la donna ad avere l’onere più pesante nella crescita dei figli». E, da figlio, Giordano ricorda le sue frizioni con il padre: «Lui medico, ateo e razionalista. Io ho cercato di contrappormi con il mio lato umano e anche religioso. A 14 anni mi sono fatto battezzare come una strana forma di ribellione».

Alessandra Tedesco conduce su Radio 24 il programma “Il Cacciatore di libri” ogni sabato alle 6,30 e alle 21,30. Incontri con scrittori italiani e stranieri per parlare degli ultimi romanzi arrivati in libreria.

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