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Il funambolo della scultura

IL 108 23.01.2019

Fausto Melotti, Senza titolo, 1955

La mescolanza di fine art e arti minori, in anticipo sui tempi, fu causa di diffidenza. Ma ora è proprio l’eclettismo a consacrare Fausto Melotti (a Londra)

Negli ultimi anni Fausto Melotti (Rovereto, 1901 – Milano, 1986) è stato finalmente riconosciuto come uno dei maestri assoluti del nostro Novecento. La sua opera non smette di dare prove di forza e attualità. Confrontandosi da pari a pari con quella di Paul Klee (al Museo d’Arte di Lugano, nel 2013), oppure suscitando omaggi da parte di grandi nomi del contemporaneo. Nel 2017, alla Triennale di Milano, Thea Djordjadze, invitata a dialogare con il maestro trentino, ha scelto per sé una posizione ancillare, costruendo scaffali ed espositori d’autore per le sue sculture. I giovani artisti italiani di ricerca lo citano apertamente. E alle Gallerie d’Italia di Milano, nel 2018, la mostra della collezione Agrati si apriva con un nucleo di sue sculture. Ora, è il momento della prima esposizione istituzionale in Gran Bretagna: l’Estorick gli dedica un’ampia retrospettiva (mese felice per la nostra arte, gennaio: a New York, il Metropolitan celebra Fontana con un’altra mostra).

L’eclettismo di Melotti è la sua forza, con gli occhi di oggi. Ma la mescolanza in anticipo sui tempi di fine art e arti minori è stata causa di diffidenza, oggi superata. La sua scultura è funambolica: esili strutture di metallo, “impalcature” dalla leggerezza calviniana, soggette agli spostamenti d’aria, spesso minuscole, ma intimamente monumentali; forme geometriche che si succedono come in una partitura – l’artista compì studi musicali oltreché scientifici, in gioventù. E poi le ceramiche, sempre più avanguardiste negli anni, malinconiche eppure ironiche e vitali. La mostra londinese propone lavori dagli anni Trenta agli Ottanta. Dai mondi in miniatura di opere come Orfeo del 1945 si giunge a vertiginosi esercizi di equilibrismo come La coscienza inquieta del 1973, fascio di fili di ottone coronato da uno specchio. E poi capolavori di essenzialità come il “ricciolo” Scultura C (Infinito) del 1969, il quasi minimalista Giardino pensile del 1970, oltre a una versione dei celebri Sette savi e a una selezione di opere su carta. Un’ulteriore consacrazione, che va di pari passo con una crescita sul mercato.

L’opera di Melotti è rappresentata da Hauser & Wirth, galleria tra i big mondiali. In asta, sono dodici le aggiudicazioni sopra i 300mila euro; il record assoluto è di 608mila euro per Tema e variazioni I, del 1970; per le terrecotte, si è giunti ai 360mila per I gessetti, 1959.
 

Fausto Melotti. Counterpoint Estorick Collection di Londra, fino al 7 aprile

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