Alcuni libri attraversano i paesaggi urbani. Altri invece vi si smarriscono. I santi patroni di questo tipo di scritture sono Benjamin, Sebald e Ballard, che ora hanno trovato un erede: Iain Sinclair

Ho sempre sognato di scrivere una storia degli smarrimenti. Di come ci si perde in una città. Perché dei tanti modi di classificare la letteratura, non è ancora stato adottato questo: dividere il repertorio delle storie tra i libri che raccontano l’attraversamento di una città e quelli che raccontano il perdersi in essa. Alla seconda categoria appartengono le scritture fedeli al motto di Walter Benjamin: «Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare» (in Infanzia berlinese). Non a caso Benjamin è il grande santo protettore di tutti quegli autori che hanno fatto della città, e del perdersi in essa, la propria musa e il proprio oggetto privilegiato. «Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente come le gole montane», prosegue Benjamin, ed ecco che la città, le sue strade, i suoi palazzi, il centro e le periferie, le fabbriche e i passages pieni di vetrine, diventano di colpo paesaggio naturale da osservare con l’occhio laterale, visionario e naturalista a un tempo, del flâneur.

C’è, quindi, questa linea minore e segreta (e, nel caso delle donne, silenziata) della letteratura del XX secolo e ancor di più del XXI che ha fatto della città – ma una città «altra», trasfigurata e immaginifica, interstiziale – il proprio paesaggio naturale. Penso a Geoff Dyer, Will Self, Rebecca Solnit, Teju Cole, Olivia Laing, ma tra tutti quello che mi è più caro è Iain Sinclair. Il suo libro più famoso è London Orbital, un attraversamento a piedi dell’M25, l’autostrada che cinge ad anello Londra; le periferie, le campagne, le comunità e le terre desolate dipingono il paesaggio psichico di una città e di un’intera nazione. È un libro dal fascino magmatico e ballardiano, nel senso di James G. Ballard, colui che come nessuno prima aveva cantato negli anni Sessanta e Settanta la città del moderno (Londra) e il suo tracimare nevrotico e sensuale oltre i suoi stessi confini per diventare materiale per l’immaginazione e il desiderio.

Ballard è stato uno scrittore di fantascienza, ma le sue apocalissi più disturbanti le ha ambientate tra gli svincoli anonimi, sotto la luce al neon dei parcheggi dei supermercati, nell’erotismo degli incidenti d’auto. Se ne dovessi indicare un erede, lo individuerei proprio in Sinclair di cui il Saggiatore ha ora portato in Italia L’ultima Londra, che è un libro fantastico. Fantastico nel vero senso della parola: è un libro visionario scritto da uno sciamano urbano, capace di svelare tra le pietre e l’asfalto della Londra «reale» un’altra città, allucinata e dolente, piena di fantasmi e ombre. Eppure è anche un libro realista, dell’unico realismo oggi possibile, quello che tiene lo sguardo ad altezza strada e sa leggere tanto le trasformazioni collettive quanto l’umano, la sua sofferenza, la sua perplessità. L’ultima Londra è un nature writing urbano: al posto delle colline e dei sentieri, racconta una città invisibile, fluviale, acquatica, gorgogliante, fatta di accampamenti che nascono lungo gli argini del Tamigi, di senzatetto che attraversano la notte in cerca di una tribù e un riparo, di venditori di libri usati, anime in pena, fantasmi. Scorrendo le sue pagine bellissime sembra di spiare il taccuino di un detective privato che sta tallonando un fantasma. O il quaderno degli appunti di un archeologo del futuro prossimo: la sua città è una distesa di rovine, perché Sinclair sa leggere le forze distruttrici della speculazione edilizia, della gentrificazione, delle riqualificazioni mosse da intenti non così segretamente etnici o di classe, i diversi volti che la Storia oggi assume per compiere il suo lavoro di schiacciasassi. Non è un caso che uno dei protagonisti di questo libro davvero prezioso sia W. G. Sebald, l’ultimo grande maestro di questa tradizione di smarriti; a un certo punto Sinclair incontra Stephen Watts, un vecchio amico comune, che gli rivela che il suo vecchio zaino fu usato da Sebald come modello per quello del personaggio di Austerlitz nel suo capolavoro omonimo.

Smarriti di tutto il mondo, questo libro è per voi.

Iain Sinclair

L’ultima Londra

il Saggiatore 2018
370 pagine, 32 euro
traduzione di Luca Fusari
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