Agenda / La videointervista

Viva Brad Pitt, abbasso Donald Trump

10.01.2019

James Gray con la moglie Alexandra Dickson alla 17ma edizione del Marrakech Film Festival

Il suo nuovo film (di fantascienza) con il celebre attore, la vergogna di essere (oggi) americani, la necessità di essere (nel piccolo) rivoluzionari. Intervista esclusiva al regista James Gray

«Brad Pitt è stato grandioso sul set di Ad Astra, perciò se faccio un casino in post-produzione sappiate che è solo colpa mia», ride il regista James Gray, che nell’esotica cornice di Marrakech ha concesso a IL un’intervista esclusiva. Nell’attesissimo thriller di fantascienza, il biondissimo più amato di Hollywood sarà affiancato da Tommy Lee Jones, Ruth Negga e Donald Sutherland. Florilegio di computer grafica di nuova generazione, porterà sul grande schermo la storia del viaggio dell’astronauta Roy McBride alla ricerca del padre, che fallì una missione per trovare vita aliena verso Nettuno.

Classe 1969, Leone d’Argento con Little Odessa a soli 24 anni e quattro volte in concorso a Cannes con The Yards (2000), We Own The Night (2007), Two Lovers (2008) e The Immigrant (2013), Gray era in Marocco con il compito di presiedere la Giuria della 17° edizione del Festival del Film di Marrakech, un appuntamento in cui la politica internazionale e temi come l’immigrazione e gli estremismi sono stati il focus del dibattito. In un salottino privato di uno dei tre lussuosi riad dell’Hotel La Mamounia, il regista ci ha offerto una sentita analisi del mondo – un esame di coscienza a voce alta, si potrebbe meglio definire – in cui ha rivelato la difficoltà nel rappresentare il suo Paese all’estero in un momento così delicato nello scenario mondiale.

Termini come vergogna e imbarazzo suonano così molto sentiti dalla bocca di un figlio di emigranti russi ebrei. Nelle pause, molti gli interrogativi irrisolti, ma sincero lo slancio nel porsi come obiettivo quella massima così ben riassunta dal noto titolo di Spike Lee “Fa’ la cosa giusta”. Non si tratta di editti reali, non ci sono rivoluzioni programmatiche; di fronte alla telecamera dalla pellicola sgranata, nell’intima penombra di un sofà orientale, c’è solo un uomo, senza paura di mostrare le sue debolezze e i suoi dubbi, onorato nel ricoprire un compito affidatogli nell’anno del rilancio del Festival, pronto per la sua nuova avventura cinematografica con tutti gli effetti speciali ancora da creare. Se non ci fosse stato l’ufficio stampa a portarlo via per la serrata schedule si sarebbe intrattenuto molto di più, e anche noi ne avremmo tratto estremo diletto.

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